Una notte come tante

Una notte come tante, tra il letto e la cucina, svegliarsi.

Ma non accompagnato da sbadigli e sospiri, dopo intensi minuti di conquista dello spazio circostante.

Quella notte mi svegliai per davvero, aprendo per pochi ma letali istanti i miei occhi su tutto, sopraffatto dalla forte sensazione che fosse tardi.

Mi alzai, credo, avanzando tentoni nell’oscurità. La polvere si liberava nell’aria, non la vedevo ma la percepivo; subito mi sorprese l’incertezza dei miei movimenti e la paradossale lucidità con cui la mia mente cominciò a lavorare, sottile. Le armi quotidiane celebravano riti in un loop che in quel momento sentivo, stranamente, lontano…per la prima volta estraneo alla mia passiva e fugace analisi.

Avanzai lentissimo. Ma riflettevo in ciò che scoprivo davanti ai miei occhi.

Lungo il corridoio mi appoggiai ai mobili, alla pareti, alle foto appese: ritratti, ricordi, che mi conducevano nel passato come piccole e timide luci riflettendo lievemente i raggi lunari; incalzavano così una catena di immagini, sbiadite, che nel giro di poco si concretizzarono nitidamente… “però, alla fine non sono diventato un famoso aviatore o pilota di chissà quale aggeggio volante!” (si, insomma di un macchinario con le eliche o le ali meccaniche che facesse un rumore importante, meglio se fastidioso) NO! …e non avevo nemmeno mai scalato il K2, per essere proprio proprio fedeli al disegno dovevo scalarlo in pantofole e pigiama, giusto una sciarpetta…(beh alla fine era un mio sogno, e si sogna dormendo, l’abbigliamento c’era tutto)”

Sollevai gli occhi al soffitto con un sorriso amaro, scemo.

Proseguii superando il bagno, cominciando a sentire il ticchettio rilassante della pioggia estiva, ma in quel momento non riuscivo a godermela.

Ciò che mi angosciava mentre ripercorrevo tutti questi ricordi era il fatto che non mi fossi mai reso conto di questo funesto passaggio: dalla totale certezza e convinzione di poter concretizzare quei disegni alla sconfortante rinuncia, o meglio ancora la metabolizzavo solo in quel momento, e devo dire che lo facevo con toccante malinconia.

Sprofondai in un attimo nello sconforto.
Ma quante volte ancora dovrò togliere le scarpe, la sera, slacciando la mia indifferenza dagli impulsi vitali?
quante ancora a sciacquare quei maledetti piatti, a sistemare l’orologio, a riorganizzare gli alibi di una evidente realtà, troppo vera, velatamente dolorosa?

Alla fine era solo una notte come tante mi dissi, forse addirittura troppe così. Forse addirittura inquietante.

Anestetizzato dai flussi di coscienza ero ormai giunto al salotto.
Presi il latte dal frigo e mi sedetti sul bracciolo del divano in pelle chiara, in una posizione strategicamente studiata per scorgere la stradina
sottostante attraverso gli spiragli caldi delle finestre.

La pioggia cominciava ad aumentare in un crescendo di rintocchi, poco pazienti nell’aspettarsi l’un l’altro; come piccoli omini in fila si seguivano, si spingevano e si scontravano con la superficie solida degli esterni.
Vidi qualcuno camminare di sotto adagio adagio, un vecchio forse? Sfidava sfacciato quel tempaccio, avanzando sempre più sicuro passo dopo passo, mantenendo però quell’aura di serenità incontrastabile ed incontrastata. Aprì e richiusi gli occhi più volte incredulo.
Ero in qualche modo turbato da quella presenza, mi agitava e iniziavo a sudare dalle tempie. Il respiro si faceva affannoso e quasi tremavo.
Assieme al sudore mi percorreva un’angoscia prepotente, probabilmente causata dall’invidia nei confronti di quella insolita presenza e ripresi a pensare, con i miei pensieri scanditi dal ritmo naturale della pioggia.
Il vecchio non si voltava, “perché non si voltava? anzi perché avrebbe dovuto voltarsi? per dio voltati maledetto! Sono qui! Spiegami come fai e perché lo fai!” non si voltò e sparì nell’oscurità, nella mia oscurità.
Stavo male e questa volta tremavo per davvero.

Mi prese, vigliacco, il senso di colpa, ma senso di colpa per cosa? per tutto, per me, per lei, per i miei, per quell’esame, per quel colloquio, per quell’incidente, per quel tradimento, per quell’offesa, per quel silenzio.
Silenzio.

Mi ritrovai disteso faccia all’insù, scaraventato sul divano.
Piangevo, bocca aperta e occhi al lampadario.
Fulmini e spasmi, tuoni e urla, e poi nulla.

Realizzare, la notte, che la mia speranza era già la mia morte, che la mia illusione era già la mia delusione, che il mio domani era già il mio ieri, da tanto, da sempre.

Era molto più, molto più che una notte come tante.

2 Comments

  • Caterina scrive:

    Ciao Giovanni, sono in macchina con tua mamma che mi ha mandato a vedere il vostro blog. Complimenti, mi piace il tuo stile di scrittura! E ti scrivo un commento su questa perché su alcune cose mi son proprio trovata, anche se a parole non sarei in grado di esprimerlo. Ciao e complimenti ancora!

    • Giovanni Busellato scrive:

      Grazie mille Cate, mi fa proprio piacere che tu ti sia immedesimata nella riflessione, è proprio quello il mio obiettivo e quello dei “Flaneurs” in generale! Ciao e grazie ancora!

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