Rimbaud, o quella sensazione

RIMBAUD

 

In seconda media ci hanno fatto leggere Rimbaud.

Ho impiegato molto tempo a trovare la giusta immagine che potesse raccontare la suggestione di quella lettura, in quel momento. Ora posso dire che mi ha evocato la stessa sensazione che provo quando sono seduto all’aperto, con una birra fresca in mano e sono già un po’ brillo e il cielo è ancora chiaro e c’è anche una musichetta in sottofondo.

Il mio compagno di banco, in seconda media, era il figlio di uno dei Jalisse. Quelli di Fiumi di parole, fiumi parole tra noi. Già al tempo mi rendevo conto che era un autentico personaggio da romanzo, pur non sapendo bene cosa un romanzo fosse. Quando parlava faceva ridere, faceva ridere sempre, qualsiasi cosa facesse. Faceva ridere tutti, anche mio padre, mia madre, i bidelli.

Quando la prof. Lazzarin ci ha letto Rimbaud, il “Jalisse Junior” mi ha chiamato col gomito e mi ha parlato: mi ha detto qualcosa di esilarante. Ecco, il problema è che proprio non mi ricordo cosa. E non ricordo nemmeno cosa abbiamo letto con precisione, di Rimbaud. Ricordo solo che era una sua poesia, ricordo il disegno abbozzato del suo ritratto in fondo alla pagina. E poi ricordo quella sensazione.

È stato un imprinting. E mi sono dolcemente sorpreso di ritrovarla in altre situazioni, anche ben diverse da Rimbaud e dalle birrette primaverili. Ho capito che ne avevo bisogno, di quella sensazione, ne stavo diventando dipendente. Ma io sono indipendente. Odio le dipendenze.

I compagni delle medie sono diventati compagni di liceo, tutti molto bravi, alcuni un po’ pazzi. Rimorchiavano e compievano gesta memorabili. Uno una volta ha rubato il gatto del prof. di Latino e l’ha fatto espatriare. Se l’è caricato in macchina e l’ha mollato dopo il confine sloveno. Io sono andato con lui, alla ricerca di nuove sensazioni. Bello è stato bello, ma non è stato lo stesso.

Lei, la sensazione, ricompariva quando non la cercavo, o meglio quando non sapevo di cercarla.

I film sono diventati il mio Rimbaud. Qualche ragazza è diventata il mio Rimbaud. Qualche contrasto vinto e qualche pallone recuperato sono diventati il mio Rimbaud.

Poi anche qualche libro, qualche storia, qualche racconto.

Mi sono iscritto a lettere e mi sono laureato senza esser un gran lettore. Lo sono diventato molto tempo dopo, quando sono stato in grado di trovare anche lì, tra alcune pagine, il mio Rimbaud.

Sono arrivato al punto di fare un bilancio della situazione, al punto di dover scegliere tra la ricerca della mia sensazione preferita e la ricerca di un lavoro. Mi sono reso conto che le due cose potevano andare di pari passo, anche se il mio compagno di spogliatoio, in provincia, mi guarda storto quando gli dico cosa voglio fare nella vita. Strano, perché è un vero poeta con il pallone tra i piedi.

Mi sono presentato a Milano ad un colloquio, proprio per prendere parte ad un Master in cui potevo finalmente farmi delle dosi consistenti e costanti del mio Rimbaud.

Ho dovuto spiegare ai miei compagni di squadra che alla fine c’è uno stage lavorativo e posso farne, forse, una professione. Alle parole “stage” e “professione” hanno tirato un sospiro di sollievo, perché mi vogliono bene alla fine e ci tengono al mio futuro.

Quando il professor Scurati mi ha chiesto di presentarmi, mi sono presentato – mi chiamo Giovanni Busellato e ho quasi 25 anni.

Ho riletto Rimbaud, molto tempo dopo, e devo dire che non mi piace neanche tanto.

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