Pausa caffè

Pausa caffè. La prima della giornata.

Ti avvii verso il baretto (perché il caffèttino della pausa studio non lo bevi al bar, ma al baretto), quello all’angolo, in fondo alla via, in posizione strategicamente studiata all’interno dell’equilibrio urbanistico della città, tale da concederti deliziosi tre minuti di passeggiata all’andata, e cinque al ritorno: il ritorno al dovere è sempre psicologicamente più difficile, e richiede perciò più tempo.

In realtà non si tratta di una vera pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso è stata inesistente.
Oh, checcevuoifà… ti sei dovuto alzare quasi un’ora prima del solito stamane, costretto dalle analisi del sangue, prenotate dalla mamma ad un orario a dir poco infame: “Scolta me! A quell’ora non c’è praticamente nessuno e ti eviti tutte le vecchiette, sai che quelle arrivano in massa e ti fregano il posto”. Eh sì, quello è il loro habitat naturale, ci sanno fare, c’è poco da dire. Era un piano perfetto.

Ma torniamo alla pausa caffè. Anzi al motivo per il quale non hai il diritto di definirla pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso…ecc ecc
Ospedale. Sala prelievi. Con questo freddo il contatto con la punta dell’ago è un piccolo trauma, nonostante l’anestesia naturale conferita dal dolce stato di dormiveglia. Zac, cerottino e via. Il lato positivo è che adiacente all’ospedale si erge il Bar, quello senza vezzeggiativi, e puoi così approfittarne per fare colazione fuori.
– Allora… Per me un cappuccino, una brioche alla crema e una fettina di strudel. Ah! Anche un succo alla pera, grazie. Consumi, paghi e sorridi perfino.

Ormai sei sul pezzo, attivo. Sprezzante, impavido, non sei tornato alla sicura dimora e hai preso la via dell’aula studio. Comincia ad alzarsi anche un pallido sole e tu cominci a riflettere con lucidità sul da farsi. Nelle riflessioni non sei mai stato un drago e il pensare troppo non ti è mai stato d’aiuto, quindi cerchi di non esagerare e di restare entro i limiti. Umile. Ma neanche troppo.
Parcheggi e intraprendi il red carpet verso l’entrata dell’aula. Avvicinandoti senti l’energia che cresce, passo per passo, sei concentrato sull’obiettivo. I clacson non ti disturbano, il venticello ti sfiora appena, gli uccellini intonano una sinfonia solenne, un cagnolino abbaia dopo il bisognino, il sole s’impone ormai vincitore, l’ultimo scalino sembra una rampa verso il successo. Ma la porta dell’aula è chiusa. Riprovi. Ma è ancora chiusa. Riprovi, con la rincorsa. Sigillata.

Aspetta! hai fatto un doppione delle chiavi proprio la settimana scorsa!
Ma le hai lasciate a casa, non sei ancora abituato ad averle d’altronde.
Chiami il sultano dell’aula, sperando che lo studio rientri nei suoi programmi della mattinata. Sono 33 anni che non rientra nei suoi programmi, ma stamattina sei fiducioso, sei ancora supportato dall’energia di poc’anzi. E anche il cagnolino crede ancora in te e scava una buca li vicino per dimostrartelo.
Il sultano risponde, attenzione. In due minuti è li da te. Arriva, ti saluta, apre. Prendete posto, tutto sembra pronto, le avversità superate. Ma il sultano ha qualcosa che non va, appoggia lo zaino alla sedia, tira fuori un libro e una matita, ma non si siede ancora. Ti guarda, come per comunicarti qualcosa di profondo, atavico.
– Beh oh fenomeno, ce lo faremo almeno un caffettino no? Mi tiri giù dal letto e mi fai fare le corse!
Dai andiamo da Loco, ci mettiamo un attimo.

La fine.

Epilogo:

Tu e il sultano da Loco, dopo varie e inenarrabili peripezie.
– Allora cosa prendete?
– Aspetta, che ore sono?
Spazientito – Le dodici, mezzogiorno.
– Mezzogiorno? eh niente, niente allora, cosa faccio? prendo un caffè a mezzogiorno? è troppo tardi per un caffè. Buon pranzo Loco.
Loco ti fissa, sbigottito e alterato. Ti allontani cauto ma lesto. Sei di spalle. Senti la portata dei suoi occhietti vispi ed acquosi dietro di te, acceleri il passo e quasi inciampi. Ma ormai sei fuori dal bar, libero di perdere la giornata altrove.

Un vero dialogo da pausa caffè, sull’orlo del surreale – Coffee and cigarettes, “strange to meet you” (Roberto Benigni & Steven Wright)

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