IL VERDO

Abitava solo, il vecio Verdo. Almeno da quando il padre era morto, più di trent’anni fa.

Da allora viveva confinato nella sua baita, tra i boschi di abeti, dove non si sa bene se sia ancora valle o già pendio.

Il padre, ex generale della Brigata Alpina “Julia”, era rimasto vedovo dopo pochi anni di matrimonio e pochissimi di convivenza. La guerra se li era presi quasi tutti. L’aveva tenuto lontano dalla moglie per ben due anni, salvo un fugace rientro a casa di tredici giorni, in licenza.

Furono sufficienti? Chi può dirlo.

Fatto sta che al suo ritorno non c’era più chi preparava il pasto ogni giorno, ma ogni giorno un pasto in più da preparare.

La guerra aveva lasciato i suoi segni, e per il padre i russi erano ancora nascosti in cima alla scarpata.

Il Verdo era cresciuto con poche parole, tra una battuta di caccia e l’altra. L’acqua scorreva fresca lungo il ruscello a due passi dall’orto, dietro la baita. Dopo la morte del padre le sue abitudini non erano cambiate di molto: d’estate ripuliva lo schioppo e raccoglieva le patate, d’inverno tagliava la legna e parlava in dialetto con il fuoco.

Tutti sapevano dell’esistenza del Verdo, ma in pochi c’avevano avuto realmente a che fare. Il sindaco gli aveva fatto visita per farsi votare, il prete per invitarlo alla messa domenicale. Entrambi avevano constatato che il povero Verdo non era tuto in bola. La guardia forestale aveva provato a fargli capire i tempi e gli spazi riservati alla caccia, ma con scarsi risultati.

Fortunatamente il Verdo amava spingersi tra i boschi a nord quando cacciava, così se trovava qualche russo gli sparava dietro.

Io l’ho conosciuto per caso, il Verdo. Avevo dieci anni.

Quella sera giocavo ad Alce rossa con alcuni amici del paese. Sapevo che non dovevo allontanarmi troppo da casa, ma il mio piano prevedeva un aggiramento della chiesa e del cimitero, con un attacco dall’alto, alle spalle degli ultimi difensori della squadra avversaria.

Mi spinsi troppo in là, nel bosco. Non avevo paura.  Almeno fino a quando non sentii uno strano verso provenire dall’oscurità. Sembrava un richiamo. Poi uno scricchiolio. Poi un altro. Decisi che era meglio filarsela. Ma fatti due passi nella direzione opposta al rumore finii a testa in giù, appeso ad una corda come un salame.

Delle gambe attaccate a una lunga barba si fermarono a un metro da me. Due occhietti azzurri e vispi, ben visibili anche nell’oscurità del bosco, mi squadravano. La barba si mosse: non ti si mia un capriolo ti. Era il Verdo. Così lo conobbi.

Non diventammo amici. Era impossibile diventare suo amico.

Diciamo che da quel giorno cominciò a capire meglio la differenza tra me e un capriolo.

Ogni tanto andavo a trovarlo per vedere se stava bene, se era ancora vivo, almeno.

Iniziai ad informarmi sul suo passato, provando a chiedere in paese. Tutti sapevano le stesse, poche cose riguardo il Verdo. A nessuno interessava.
 Avevo scoperto che alle poste, in città, c’era un intero scaffale di lettere indirizzate alla sua baita. Erano state tutte spedite da un lontano cugino del padre, sottotenente della stessa divisione ai tempi della guerra. Si era trasferito in America e lì aveva messo su famiglia.

Dopo aver provato per anni a consegnarle al destinatario, mi rassegnai. Ne lessi qualcuna, così per curiosità. Parlavano tutte di come si stava bene negli USA e di quando la famiglia del cugino sarebbe venuta a fargli visita. Erano scritte per metà in dialetto e per metà in inglese.

Al termine di ogni lettera il cugino salutava con insistente premura la madre del Verdo e chiedeva notizie del figlio, Weirdo. Strano.

Mi venne in soccorso il poco inglese studiato durante la scuola per comprendere la maldestra e abusiva resa in italiano del suo nome. E mi fece un po’ di compassione.

Da quel giorno iniziai ad aumentare il numero delle visite al Verdo, anche se la confidenza nei miei confronti restava poca. Qualche cenno, un mezzo sorriso. Poi passò al saluto militare. Negli ultimi tempi mi salutava con un semplice Bocia, e un fischio amichevole.

Gli anni passavano e io crescevo, ma lui restava sempre uguale: due gambe e una barba. E gli occhietti azzurri vispi.

Gli regalai una pentola, poi un paio di stivali, poi un piccolo e scassato televisore.

Quelli dei servizi sociali in città vennero a sapere del Verdo e provarono diverse volte ad aiutarlo, come se il vecioVerdo avesse bisogno d’aiuto. Dopo qualche tentativo, finito con un tiro di schioppo rasente ai piedi dei giovani volontari, questi non si fecero più vedere. Delegarono a me il compito di tenerlo d’occhio. Vennero a sapere del televisore e mi procurarono un videoregistratore con due cassette: Ramboe Apocalipse Now. Manco a farlo apposta.

Dopo le prime resistenze, il Verdo si lasciò convincere e accettò di guardare i film con me, in silenzio. Il giorno seguente lo vidi aggirarsi fiero tra le rocce, con una bandana sulla testa e una collana con due sassolini piatti, a forma di piastrina militare.

Un giorno, durante una delle tante visite, mi accorsi che un po’ invecchiato in effetti lo era. Si muoveva più lento e zoppicava da un lato. La caccia e il taglio della legna diventarono pian piano attività troppo impegnative, anche per uno spirito libero come il Verdo. Non vi rinunciò completamente, ma ridusse le uscite a una battuta di caccia alla settimana, facendosi bastare la legna tagliata e raccolta in autunno.

Fu così che cominciai a procurargli qualche bella bistecca e qualche coscia di pollo. Gli procurai anche una piccola stufetta a pellets. Come sempre, all’inizio, rifiutò con fierezza i miei regali. Ma nel giro di poco si arrese alle comodità.
 Mostrava sempre uno spassoso imbarazzo quando veniva colto in fallo, mentre appoggiava i piedi sulla stufetta, borbottando me piase l’odore del napalm al matin. Parlava sempre e comunque pochissimo.

Il Verdo passò così la maggior parte della sua vita. Non si può dire che non ne fu soddisfatto. La sua felicità era inversamente proporzionale alla sua consapevolezza del mondo, o almeno così credo.

La sua vita da Verdo selvaggio, però, finì quel giorno.

Dei ragazzini in villeggiatura durante le feste natalizie decisero che il paese era un po’ troppo noioso per loro. Avevano sentito delle storie riguardo al Verdo e decisero che stanarlo sarebbe stata un’avventura fantastica. Capitarono proprio durante una delle sue ultime, fiere battute di caccia.

Il Verdo fiutò subito qualcosa nell’aria, lo assaporò con la lingua fuori. Non era il solito sapore della selvaggina. Era un sapore umano, diverso dai pochi conosciuti nella sua esistenza. I russi.

Si cosparse il viso di pece e sterco. Rimase immobile tra le sterpaglie per due ore. Aspettava che i ragazzini ripassassero per il sentiero da cui erano giunti. Li aveva seguiti dall’alto, curvo e avvolto nella sua barba. Tese loro un agguato. Era figlio di un valoroso generale: se si fossero arresi subito li avrebbe solo fatti prigionieri. Ma i russi erano giovani e spaventati, perciò pericolosi, imprevedibili. Fu costretto ad usare le maniere forti. Immobilizzò il primo rompendogli il polso, al secondo ruppe il naso, al terzo una caviglia. Il quarto svenne per la fifa. Il quinto, ahimè, riuscì a fuggire.

Poche ore dopo il Verdo fu catturato e immobilizzato da ben sette agenti di polizia. Erano stati necessari diversi proiettili sedativi per poterlo bloccare e arrestare.

Andai a trovare qualche volta il Verdo in città, al nuovissimo “Hospital For Mental Health”: una moderna struttura nota a livello mondiale per la detenzione delle persone socialmente pericolose, affette da disturbi mentali.

Lì passò gli ultimi anni ciò che restava del Verdo. Stava seduto con lo sguardo fermo e spento. La barba tagliata. Le prime volte mi venne il dubbio che non fosse nemmeno lui tanto era diverso. Poi un giorno, durante una visita, mi si avvicinò all’orecchio, piegandosi leggermente sulla sedia a rotelle. Mi sussurrò: Bocia, i fa tanto i fighi i Americani, ma no i ga neanca la stufa a pelle’ ciò.

Eh no, non poteva essere il Verdo quello.

Il Verdo – Performance teatrale 

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