Il principe libero, ma non troppo

Apriamo con una premessa.
Al cinema, tutto d’un fiato, deve esser stato sicuramente un’altra cosa.
Ma ciò non toglie che ci piacerebbe vedere più spesso, tra i canali Rai, film e programmazioni di questo genere, al di là dei giudizi positivi o meno sul film in questione. Va premiato l’intento.
Il film è andato in onda su Rai 1 in due serate, il 13 e 14 febbraio scorsi.
Dopo qualche giorno di metabolizzazione, sono giunto ad una conclusione.
Non si tratta di un film su De Andrè, ma di un film su un’idea umana di De Andrè.
E questo giustifica gran parte delle scelte fatte dagli sceneggiatori, Giordano Meacci e Francesca Serafini, e dal regista Luca Facchini.

Ogni scelta comporta però delle conseguenze: fatico a credere che l’immagine umana evocata da questo film sia la stessa che ognuno di noi aveva in partenza, prima di quei 190 minuti e passa. Può piacere o non piacere, ma sfido a dire che il nostro De André personale fosse lo stesso che abbiamo visto al cinema o in tv.
Questo è probabilmente un pregio del biopic “Il principe libero”, perché non ci restituisce una figura coerente ai lineamenti sempre tratteggiati attorno alla figura del cantautore genovese. È una versione diversa, ma non per questo meno vera. Anzi. Probabilmente lo è molto di più di tutte le reificazioni che solitamente avvolgono le vite private dei grandi artisti defunti, che li mitizzano.
Vediamo un ragazzo insicuro, intrattabile, un perdigiorno viziato e snob, che si adatta alle comodità della vita borghese pur recitando la parte del ribelle. Il giovane Faber passa le giornate bevendo, fumando e andando a puttane, lamentandosi del poco rispetto verso le sue priorità. Mentre l’uomo Faber è piuttosto stronzo, anche se affascinante e magnetico.
La pecca in questo caso è che la premiata scelta prenda la via del sentimentale, della vita privata, e vi resti infelicemente ancorata, tralasciando quasi completamente la realtà artistica, di scrittore di canzoni, di cantore degli emarginati, di cantautore che dà voce all’uomo. Fosse stato dato più spazio a questo lato della sua esistenza, forse avremmo compensato i tanti difetti che il film lascia trasparire. Durante la visione, ascoltando e (ri)apprezzando i testi di De André, mi domandavo come potessero essere usciti dal personaggio interpretato da Marinelli: il film ci lascia pochissimi scorci su come i pezzi siano nati, sulla visione del mondo di De André (praticamente assente) e di come sia stata messa in musica.
E non parlo della visione strettamente politica.
Sarebbe stato interessante vederne la genesi, il modo in cui il vissuto si trasformava in parole perfette. E invece ci resta una sensazione di vuoto, di incompletezza, dell’inspiegabile distanza tra lo svogliato figlio di papà e il genio maturo e consapevole dei suoi pesanti versi.
Per fortuna c’è tanto De André in Luca Marinelli, non si sa bene dove, ma c’è. Non ci assomiglia, non canta e non parla come lui, non lo imita nemmeno tanto, ma così facendo non rischia di scivolare in una recitazione eccessiva, che poteva degenerare facilmente in una caricatura.
La sua interpretazione concede un margine immaginativo allo spettatore, fa in modo che si percepiscano i tratti reali di De André, la sua figura quando cammina tra i vicoli genovesi e le sue smorfie quando indossa gli occhiali da sole. Come tiene la sigaretta, come fuma. Con buona pace di coloro che si sono indispettiti per gli occhioni chiari e per qualche strascico di accento romano.
Ma come mai tanta fiction all’interno della biografia cinematografica di un uomo da sempre portavoce di un messaggio tutt’altro che pop? Vuoi che la maledizione delle programmazioni Rai sia riuscita a conformare ai suoi sdolcinati canoni anche un anticonformista come De André?
Una possibile spiegazione è rintracciabile nella partecipazione  della seconda moglie, Dori Ghezzi. Forse un eccesso di vanità per Dori, che da fonte insostituibile di testimonianze e aneddoti sulla vita di Fabrizio rischia di diventare il catalizzatore primo di tutta la vicenda. La loro storia d’amore è infatti il fil rouge di gran parte della trama, almeno da quando Valentina Bellé (sua interprete) compare in scena.
Motivo per cui credo che il traguardo si veda, ma solo in lontananza.
Motivo per cui milioni di italiani hanno sbottato vedendo il vergognoso taglio della Rai del live finale. Infatti, oltre alla fastidiosissima scelta di troncare i titoli di coda per lasciare spazio a “Porta a porta”, il disturbo è stato amplificato dal fatto che fosse tagliato uno dei pochissimi momenti del film in cui si poteva apprezzare il De André artista, cantante, per di più in versione originale.
Insomma neanche il contentino di arrivare al cartello giallo con una scritta nera.
Però almeno abbiamo visto una “fiction riuscita” su De André, vediamolo mezzo pieno ‘sto bicchiere.

Marinelli canta “La canzone dell’amore perduto”

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