Il compleanno di Pochette

Il compleanno di Pochette

IL COMPLEANNO DI POCHETTE

“La grande distinzione tra me e te sta nella ricerca della pace interiore, la pace dei sensi: tutti e due la cerchiamo più o meno consapevolmente, ma con modalità diverse. Io credo sia più importante partire direttamente da essa, per riuscire a non aver bisogno di altro per raggiungerla; la trascino a me escludendo l’esistenza di vie che mi ci possano portare, evitando qualsiasi rischio di svegliarmi da qualche sogno irrealizzabile. Tu invece, piccolo uomo, credi nell’esistenza di percorsi ben definiti per raggiungerla, percorsi che secondo dei modelli universali di varia origine possono portare a questa sorta di nirvana. Ora la domanda è…sono più furbo io che vedo la disillusione di tutti questi tentativi e rinuncio a provare a fare sforzi, basandomi su uno scetticismo di fondo, oppure tu, che, provando tutte queste strade prestabilite, vivi di illusioni, ma proprio perché sono illusioni non te ne rendi conto fino a quando la Disillusione, la doccia fredda, risulta evidente.”

“Sempre se qualcosa non mi ammazza prima.”

“Sempre se qualcosa non ti ammazza prima… Ecco! Ecco forse la giusta via è proprio quella, quella di vivere nell’illusione sperando che qualcosa ci porti via prima di aprire gli occhi.”

Sognava? Era in dormiveglia? Non sarebbe riuscita a dirlo con certezza, con certezza riusciva a dire ben poche cose della sua esistenza. Forse era addirittura una riflessione troppo matura per una come lei, eppure qualcuno avevo messo quei due li a discutere davanti a lei.

Poi rivide una bocca, per un breve minuto, che le sorrideva sorniona ripetendo frasi come – Anche a me piace molto il cantautorato, soprattutto quando si parla di metafore ed esotismi esoterici. Poi comunque non si può prescindere da certi generi musicali, pur riconoscendone le evoluzioni attuali… Dai piccola,  guarda che atmosfera, sentila… Tu sei la cassaforte dei miei desideri stasera, non mi resta che trovare la combinazione, o forse basta solo una semplice, banalissima chiave… Bevi! -.

Nel giorno dell’anniversario della sua nascita Pochette si alzò prima del solito, prima della sua gatta. Chissà se prima dormiva o era già sveglia da un po’. Era in quello stato di disorientamento di chi spezza la propria routine, in modo del tutto fortuito e involontario. Guardò l’ora proiettata sul soffitto, consapevole che non si sarebbe più riaddormentata. Scendevano minuscole lacrime dagli angoli dei suoi occhi. Che sonno. Che freddo. La colazione era pronta dalla sera prima: amava tirare fuori dal frigo lo yogurt nelle notti di primavera, giusto per farlo stemperare al fresco del granito in cucina. Poi vi aggiungeva qualche biscotto integrale, un paio di fichi (fichi? chi mangia fichi a colazione?), un’arancia. Se aveva appetito rincarava anche con altri biscotti al cacao magro, senza olio di palma. Il menù però poteva cambiare in base alla stagione, molto spesso anche in base all’umore.

Essendosi svegliata più presto del suo solito poteva godere del contenuto entusiasmo del mattiniero, un vaporoso, inconsistente senso di soddisfazione dato dalla fugacità nell’osservare tutta la sua via con una luce diversa. Era limpido, poteva vedere oltre la prima palazzina fino all’obelisco di fumo di una fabbrica più in là. Si mise a pregare adagiata al letto, supina. Non lo faceva mai, quella era la prima volta che pregava e ve lo posso riportare con una certa sicurezza visto che non si capiva bene a quale entità divina si stesse rivolgendo, mentre improvvisava una simpatica coreografia roteando le braccia e su di esse i polsi. Era mezza nuda, o mezza vestita dipende sempre dai punti di vista. Di certo vi trovava qualcosa di mistico in tutto questo, e le piacque molto il suo nuovo rituale.

Tutta quell’aura di sacralità fu stroncata dal fulmineo ricordo del suo compleanno: non era mattina da buia, intima colazione in cucina. Prese ispirazione da un pulviscolo che si librava sopra le scartoffie in salotto e che finì fuori dalla finestra, accolto dal primo raggio di sole, già fastidioso a rovinare quella mattina già così insolita. Uscì dalla finestra anche lei, alla ricerca di una nuova vaporosa emozione: non erano state sufficienti la sveglia mattiniera e la preghiera improvvisata. Raggiunse allora il cafè AbeCEdario, dove non era mai entrata nonostante la vicinanza al portone della sua palazzina. L’aveva sempre attirata con quelle insegne datate e gli strani individui che ci ronzavano attorno. Mentre si avvicinava fu presa da invidia verso tutti quei clienti fissi che potevano permettersi il lusso di entrare e salutare un po’ tutti, con un cenno a Dario e un ammiccamento malizioso alle cameriere meno rottamate. Tutti che esordivano con dei – Buondì Dario – o – Signor Dario, buongiorno – e si sentivano rispondere – A lei Franchetto, buongiorno a lei…il solito? -.

Si, era proprio invidia. Se li vedeva già, sempre lì, sempre al solito orario, chi con il quotidiano sottobraccio consapevole che sarebbe servito solo per sbirciare nella sezione sportiva, chi con niente in mano e niente neanche in tasca ma sempre pronto e vigile a cogliere qualche opportunità, chi con il cane da caccia al suo fianco senza guinzaglio, cliente fisso pure lui, chi non si sa come sempre seduto all’angolo buio del locale senza muoversi mai davvero, nonostante il repentino cambiamento dei riflessi solari durante la giornata. Pochette entrò con fare risoluto, e si sedette su uno sgabello al bancone. Dava le spalle agli astanti, e questo le dava sicurezza ma anche un senso di mistero e curiosità. Ordinò dopo una lunga riflessione e dopo aver cercato più volte l’attenzione di Dario, uomo di mezza età ma con ancora tutti i capelli, tutti neri e ben pettinati in stile retrò, perciò cinico e opportunista. Stranamente non portava però il baffetto. Uno dei clienti fissi era un uomo sulla trentina, vestiva in modo strano ma affascinante, di un trascurato un po’ costruito che tanto piace alle ragazze more, specie a quelle ancora studentesse all’università. Fuori cominciò a piovere, all’improvviso, e a Pochette prese una strana sensazione che le fece cambiare l’ordine, visto che il precedente non era abbastanza adatto al luogo e in più non si addiceva per nulla alla pioggia. Il nuovo ordine le dava invece un certo tono. Voleva pagare subito per togliersi il pensiero e consumare in santa pace, ma il portamonete trascinò fuori con sé quasi tutto il contenuto della borsa. Patente, tessera sanitaria e una mentina finirono addirittura dentro una tasca aperta dell’uomo sulla trentina. Mentre un’altra mentina sorvolò il bancone e si cacciò nel barattolo delle offerte benefiche. Nessuno si accorse di nulla, sempre se non consideriamo l’uomo nell’ombra.  Il trentenne quasi non se ne accorse in un primo momento, almeno fino a quando Pochette non provò a frugare nelle sue tasche con le mani rossastre, in modo goffo. L’uomo fece un salto indietro ma capì subito dal viso della giovane che non poteva essere un tentativo di furto. Frugò nelle sue tasche e tirò fuori l’insolito malloppo, scrutandolo con attenzione come se venisse da un altro pianeta. Poi sorrise, si lanciò in bocca la mentina e si presentò. Pochette imbarazzata ringraziò e rispose in modo educato presentandosi a sua volta, ma l’uomo ne anticipò nome e cognome simulando un trucco di magia psichica, con le braccia tese verso di lei. Dopo una breve conversazione Pochette decise che si era già stufata di quella compagnia, la trovava noiosa e obsoleta. Inventò un appuntamento improvviso, allontanandosi senza pagare. Dario se ne accorse poco dopo e inchiodò al tavolo l’uomo costringendolo a pagare anche per lei, nonostante il rapporto d’amicizia che li legava da tempo. Pochette difficilmente sarebbe tornata in quel posto, anche se la colazione era stata molto buona. Forse sarebbe tornata scusandosi per la dimenticanza, sperando di non ritrovare l’uomo o quantomeno di non gettare più documenti e mentine in giro per il locale.

Prese la macchina e salì lo scivolo di casa. Voleva andare al “car wash” per una ripulita. Era ancora mattino, e non c’era neanche troppa fila per il lavaggio. Quando conosceva la destinazione ma era indecisa sul percorso, agli incroci svoltava sempre a destra. Se c’erano cartelli stradali però notava solo quelli alla sua sinistra, cioè di sicuro la percentuale minore, di solito infatti sono alla destra rispetto al senso di marcia, o al limite rialzati sulla strada. Anche questi ultimi tendeva a vederli e seguirli. Arrivata trovò il solito omino del “car wash” al solito posto. L’omino chiese se avesse la tessera fedeltà dell’azienda, per usufruire dello sconto fedeltà. Pochette allora la consegnò contenta di sfruttare una volta tanto quelle tesserine inutili che si tengono dicendo “mah, magari un giorno servirà, non si sa mai..” anche se c’è da dire che la tessera fedeltà si basa su un rapporto fisso, coerente, assoluto, fatto di costanza e scambio reciproco di favori tra cliente e azienda. Mentre pensava tutto ciò l’omino alzo la testa dal corpicino giallo e con un sorriso di cortesia le disse: – Ah ma guarda un pò…Auguri signorina! -, e per la seconda volta in quel giorno Pette (così la chiamavano le amiche) si ricordò del suo compleanno.

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