Ho conosciuto un tale negli ultimi mesi, lo chiamo Spasmo – ALTER EGO

Ho conosciuto un tale negli ultimi mesi, lo chiamo Spasmo – ALTER EGO

Ho conosciuto un tale negli ultimi mesi. E da allora ci incontriamo piuttosto spesso, in giro per il mondo. Lui si presenta come flâneur. Non so bene di cosa si occupi, ma sono piuttosto certo che si droghi pesante. Quando lo incontro mi racconta il suo vissuto, quello che impara o quello che non capisce, se gli è successo qualcosa di interessante o no. Sennò sta zitto e si guarda le scarpe. Un tipo molto eccentrico.

Se dite posso riportarvi quello che mi racconta, quando me lo racconta. Però non dovete dimenticare che lui racconta a modo suo, con fare un po’ poetico, melodrammatico, bisogna quindi capirlo, saperlo interpretare. Vi dirò, a me non dispiace come racconta. Mi ci ritrovo sempre nelle sue storielle, in un modo o nell’altro. M’immedesimo. In fondo è questo che cerchiamo no? L’immedesimazione. Il fascino verso qualcosa in cui ci riconosciamo, o in cui vorremo riconoscerci. Ecco, lui mi lascia libero di immaginare, tante volte di completare le sue storielle unendone i punti, nella mia testa. Ma per conto mio. Anche perché non le discuto mai con lui, alla fine. Lo rispetto. Le prendo al volo, le sue storielle, così come vengono, come un caffè offerto al bar. Come un film di Lynch. E mi va bene così. Sta a voi fare lo stesso, oppure no.

Per la sua privacy cambierò il suo nome e lo chiamerò SPASMO. Un po’ perché le sue storie sono brevi e fulminee, come un brivido che provoca una fugace contrazione, un po’ perché in effetti di spasmi ne ha parecchi mentre parla. Un nome, un nomignolo, un appellativo, come volete. Lo identificherò così e ci capiremo.

 

ALTER EGO

Spasmo l’altro giorno ha conosciuto uno che si occupava delle sue stesse cose, con le mani molto più nella pasta di lui, però. “In senso positivo intendo, Zio.” Ha poi specificato.
(Spasmo può lavorare un po’ dappertutto, dove più gli si confà. Dove trova l’ispirazione).


Era in una biblioteca di provincia. Le macchine erano parcheggiate in fila un po’ sopra il marciapiede. Davanti le bici, sulle ringhiere.

Aveva aperto word, il file datato 2013. Poi aveva inclinato la testa e cominciato a guardare lontano, oltre lo schermo.

Dopo qualche minuto una pallina di carta aveva invaso la sua zona di competenza. Poco dopo un’altra, poi un’altra. “

“Vabbé, in fondo sono solo palline di carta, posso sorvolare.”

Però poi un’altra.

Spasmo si era girato verso il produttore di palline. Gli sguardi si erano incrociati, poi un foglia fuori era dondolata giù da un faggio, anche se era giugno.

Ancora un’altra, di pallina.

Spasmo aveva cambiato di posizione, mantenendo gli occhi sul pallinaro. Gli sguardi si erano incrociati di nuovo, due, tre volte.

Un’altra pallina, sulla tastiera di Spasmo,

– Ah scusa scusa, quando sono immerso non mi rendo conto del mondo fuori. Butto le scartoffie senza neanche guardare dove le butto. Guardo ma non vedo. Desolé. –

Poi un sorriso d’intesa e gli sguardi erano tornati uno oltre lo schermo, l’altro sulla carta.

C’aveva un computer eh, perché ce l’aveva. Ma non era bianco, luminoso e vuoto come quello di Spasmo. Tutt’altro.

Era pieno di finestre aperte sul mondo, dal Fatto Quotidiano fino a Internazionale, passando per Il Post. Sì, c’era anche Deer Waves, ma sulla finestrella in fondo a destra.

Poi un file di Pages, tutto bello pronto, si era aperto. Era datato con la data del giorno corrente.

Si era riempito dopo poco. Delle formichine si inseguivano con un certo ritmo, poi anche con un certo significato.

Spasmo guardava le braccia tatuate e abbronzate del ragazzo delle palline di carta. “Bel toso ciò”.

Spasmo riconobbe le formichine qualche ora dopo, on line. Erano belle le formichine, avevano molto senso.

La sera stessa Spasmo ripensò a quella mano veloce, alla penna che correva, alla camicia del tipo e all’altra mano che ogni tanto passava sui capelli. “C’aveva pure stile”.

Spasmo quella sera pensò molto, scrisse qualcosina, ma poi se ne andò a letto presto, dormendo tardi.

Ma il giorno dopo c’era il sole e trovò il coraggio di mettere la camicia strana.

Le foglie nel suo giardino erano verdi e ben salde.


Si guardò le scarpe e tacque. Piccolo spasmo.
Un piccione si accorse, finalmente, della briciole dietro di lui.

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