Ho conosciuto un tale negli ultimi mesi, lo chiamo Spasmo – AMORE

Ho conosciuto un tale negli ultimi mesi, lo chiamo Spasmo – AMORE

Ho conosciuto un tale negli ultimi mesi. E da allora ci incontriamo piuttosto spesso, in giro per il mondo. Lui si presenta come flâneur. Non so bene di cosa si occupi, ma sono piuttosto certo che si droghi pesante. Quando lo incontro mi racconta il suo vissuto, quello che impara o quello che non capisce, se gli è successo qualcosa di interessante o no. Sennò sta zitto e si guarda le scarpe. Un tipo molto eccentrico.

Se dite posso riportarvi quello che mi racconta, quando me lo racconta. Però non dovete dimenticare che lui racconta a modo suo, con fare un po’ poetico, melodrammatico, bisogna quindi capirlo, saperlo interpretare. Vi dirò, a me non dispiace come racconta. Mi ci ritrovo sempre nelle sue storielle, in un modo o nell’altro. M’immedesimo. In fondo è questo che cerchiamo no? L’immedesimazione. Il fascino verso qualcosa in cui ci riconosciamo, o in cui vorremo riconoscerci. Ecco, lui mi lascia libero di immaginare, tante volte di completare le sue storielle unendone i punti, nella mia testa. Ma per conto mio. Anche perché non le discuto mai con lui, alla fine. Lo rispetto. Le prendo al volo, le sue storielle, così come vengono, come un caffè offerto al bar. Come un film di Lynch. E mi va bene così. Sta a voi fare lo stesso, oppure no.

Per la sua privacy cambierò il suo nome e lo chiamerò SPASMO. Un po’ perché le sue storie sono brevi e fulminee, come un brivido che provoca una fugace contrazione, un po’ perché in effetti di spasmi ne ha parecchi mentre parla. Un nome, un nomignolo, un appellativo, come volete. Lo identificherò così e ci capiremo.

 

AMORE

Li conosce da qualche tempo, Spasmo, quelli del Sottoponte. Un baretto con l’insegna luminosa e poco altro, un bancone e due spine di birra. Saranno un anno o due che li frequenta, che frequenta quel posticino. Mi ha parlato parecchio di una ragazza in particolare. Non era la prima volta che mi parlava di ragazze. Ma era la prima volta che mi parlava così, tenendo gli occhi sui miei, ma guardando più in là, verso qualcosa oltre.

 

Al suo amico piacevano i posti tranquilli, così gli propose, una sera, il Sottoponte. Lungo il marciapiede c’erano tre tizi che si scambiavano il tabacco e chiedevano biglietti del bus. Inziò a piovigginare a pochi passi dall’entrata, mentre un lampione tossiva una luce fioca quasi sentisse il cambio di stagione.

“Una bionda per me, e tu?” disse l’amico, entrando e appoggiandosi al bancone tutto in un movimento. “Una rossa” ordinò Spasmo, appoggiandosi come l’amico. “Le uniche rosse che abbiamo sono quelle sedute lì capo!”
Spasmo si voltò con uno spasmo e vide uno sguardo felino  rivolto nella sua direzione. Che brivido!
Che meraviglioso, sporco equilibrio nei lineamenti! Che bocca grande! Che occhi vicini! Che rosa e naturali quelle labbra e quelle mani! Sentì un motivetto partire da molto lontano, da dentro le sue costole, fino alla gola. Prese la pinta, mentre il motivetto cresceva. Provò a berla, ma improvvisamente non ricordava più come fare. Eh si che si era sempre allenato.
Il motivetto cresceva ancora. Se ne versò metà addosso, se ne vergognò e si voltò un’altra volta a controllare: lo sguardo ora rideva girato da un’altra parte, come per nascondersi dal suo.  Spasmo si pulì rapido e ordinò un Americano. Il motivetto cresceva, cresceva. Si guardò attorno per cercare il suo amico, ma gli dissero, sghignazzando, che era impegnato e che tornava subito. Bevve in un sorso. Il motivetto era ormai canzone, inondava tutto. Ne ordinò altri due e ne bevve subito uno, togliendolo dalle mani del barista. Si voltò ancora e vide solo una sedia vuota. La musica si fermò.
Spasmo abbandonò il secondo Americano, poi guardò in basso tra le macchie appiccicose. L’unica cosa rimasta era quella sensazione nelle costole, che ora si era fatta più acuta e scomoda. Sentì una mano sulla spalla, una voce nota, più esagitata del solito. Poi guardò lo scontrino bagnato sul bancone.
Riprese in mano l’Americano, lo trangugiò, e si avviò verso l’uscita. Tenne lo sguardo basso, camminando rapido,  con l’amico che saltellava al suo fianco, guardandosi attorno. Contavano i secondi per calcolare il passo, curiosi di vedere se questo era tra i più veloci. Spingendo la porta Spasmo, si sentì sfiorare il braccio e si voltò. “Ciao”. Lo sguardo felino era lì, con tutta la sua grazia zingara, che fissava i due fuggitivi. Spasmo provò a dire qualcosa, ma l’amico lo anticipò. Lei restò lì, a un passo, sorridendo divertita, proprio come il barista. Improvvisamente il motivo ripartì all’impazzata e Spasmo si sentì sollevare da terra,  di colpo, accompagnato dalle note “Woman, I can hardly express, my mixed emotion at my thoughtlessness”. Poi tutto si fece candido.

Spasmo tornò spesso al Sottoponte. Conobbe pian piano un po’ tutti e i suoi rapporti con loro si fecero sempre più stretti, proprio come le sue cicatrici. Rivide spesso lo sguardo felino e le sopracciglia folte e le gambe giuste, proprio lì, al Sottoponte. Spasmo la salutò sempre sorridente, senza mai provare a parlarci o a dirle di più, ma risentendo ogni volta lo stesso motivetto nelle costole.

Poi, con il passare del tempo, non la rivide più e non rivide più neanche il suo amico.

 

Quando ha terminato di raccontare non gli ho chiesto nulla, come mio solito. Dopo qualche secondo in silenzio, con gli occhi ancora immobili, ha fatto uno spasmo. Poi ha distolto lo sguardo dal mio, o da qualunque cosa stesse guardando, più in là. Sembrava deluso e confuso, come se io non potessi capire. Ha fatto per andarsene ma poi si è fermato e mi ha confessato: “Ogni volta che sento Woman di John Lennon penso all’ebbrezza e penso a lei, e poi penso all’amore”.
“Non credo funzioni proprio così, Spa’…”

Mi ha guardato come se avessi fugato ogni suo dubbio, con un mezzo sorriso: “E tu che cazzo ne sai?”

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