La troupe – EPISODIO #2

LA TROUPE – IL NIBBIO

Il soggetto non si trovava molto lontano dal loro covo.

Era stato individuato da uno dei loro informatori, i girini. Questi altro non erano che inconsapevoli aiutanti della troupe, giovani e vecchi, persone con una predisposizione alla sensibilità artistica. Predisposizione però latente. Ogni tanto i girini si lasciavano sedurre dalle manifestazioni dei vari esemplari e subivano il fascino dei loro racconti, immedesimandovisi. Era proprio questo il canale diretto con la troupe. Nei loro istanti di sensibilità emanavano delle particolari onde sonore, che la troupe riusciva a captare nei suoi radar di vecchia generazione. Le onde erano percepibili esteriormente sotto forma di leggere brezze, piacevoli d’estate e piuttosto taglienti d’inverno. Per questo quando vi erano delle giornate secche la troupe sapeva già che, salvo improvvise variazioni climatiche, sarebbe stato un giorno di ferie e di sano ozio.

La troupe si mise in marcia, procedendo in riga, come suo solito. Camminavano con la testa bassa, puntando la gente per poi evitarla all’ultimo istante.

La riga poteva spezzarsi, ma doveva mantenere una linea parallela tra un trouppista e l’altro. Quando erano al completo i trouppisti arrivavano a occupare interi quartieri. Vestivano sempre allo stesso modo quando erano in servizio: una t-schirt o un dolcevita rigorosamente nero, o al limite grigio antracite, accompagnato da pantaloni neri di stoffa, non particolarmente comodi. Il colpo d’occhio della loro azione visto dall’alto, va detto, era molto bello. Ma la maggior parte degli abitanti   che si confondevano nel traffico cittadino non si accorgeva nemmeno della loro marcia di spostamento.

La disposizione classica prevedeva il Micio al centro. Da destra verso sinistra: Virgola, Caleido, Fretta, Vago, Mirina, Battuta, Melò, Sisma, Carramba, Airone, Plauso, Crocetta. All’appello ne mancavano alcuni, tra i quali il Nibbio. Dove si era cacciato? L’ultima volta si era assentato dopo pochi minuti a causa di un motivetto di uno spot sentito per radio che non voleva saperne di uscire dalla sua testa. Era davvero insopportabile. Per poco Melò non gli ha messo le mani addosso. Così era rientrato nel suo monolocale in via Taramelli, dove dopo una doccia bollente e subito dopo un’immersione nel ghiaccio tritato era riuscito a purificare il suo spirito.

Ma oggi dov’era finito? L’orario di ritrovo era previsto, come al solito, attorno alle undici e ventitré minuti. Ma del Nibbio nessuna traccia.

In quel Paese ci si affidava alla cieca mancanza di un’opinione, al barcamenarsi tra un exploit e una debacle di qualcun altro, alla vittoria o alla sconfitta della nazionale. Le persone non si rendevano conto che sul piano concreto non cambiava nulla, che questi eventi pubblici non avevano nessun riflesso tangibile sulle loro esistenze.

Il Nibbio era rimasto in silenzio per tutta la partita mentre la sua squadra subiva le scorribande offensive degli avversari. Non una parola.  La sua fascetta faceva risaltare i timidi colori sociali dei suoi beniamini, i biancorossi, in mezzo a un mare gialloblù di avversari. Lo sguardo fisso sul teleschermo nonostante i ghigni e i risolini che a intermittenza gli arrivavano da destra e da sinistra, provenienti dagli altri assidui frequentatori del bar. Sentiva persino i fastidiosi rantoli dei tossici alle sue spalle, ne vedeva e percepiva il sadico soddisfacimento, tra i denti marci, per il solo gusto di veder qualcun altro (temporaneamente) messo peggio di loro.

Triplice fischio. Era stata una vera disfatta.
Il Nibbio si alzò, leggero, dal suo sgabello, infilò la sigaretta tra le labbra, da un lato, e pagò le tre birre medie. Nessuno parlava ma tutti lo guardavano. Sghignazzando.
– Carissimi, io vi saluto. Vi ricordo che lunedì andate lo stesso a
lavorare. E ricordo anche che, prima o poi, dovete tutti morire.-
Detto questo bevve una rapida sorsata da un boccale di un energumeno lì vicino e sputò per terra, pulendosi la bocca con un gesto plateale.

Fece i primi tre, quattro passi lenti, sicuri, poi aumentò un po’ la frequenza, ancora un po’, passo dopo passo, marciando verso l’uscita, sollevò le braccia, lasciò cadere la sigaretta e si sollevò in un’ ampia falcata fino all’uscita, che imboccò sterzando pericolosamente e reggendosi con una mano al viso di un ebete malcapitato. Subito si sollevarono grida e schiamazzi alle sue spalle. Una ventina di cavernicoli infuriati prese a inseguirlo.

Il Nibbio aveva un considerevole vantaggio nei confronti degli inseguitori, grazie alla rapidità dei suoi movimenti e ai riflessi un po’ appannati degli astanti. Ma questi non erano di quelli che mollavano la presa, tutt’altro. La rissa della domenica sera era uno degli obiettivi della loro esistenza, uno sfogo necessario per poter concludere la settimana come si deve. Mossi da un improvviso spirito agonistico e atletico, o forse più dalla birra e dalle caramelle colorate, guadagnavano terreno dandosi i cambi tra le prime posizioni come avevano visto fare al Giro d’Italia (quell’unica domenica di fine maggio, a campionato terminato, quando non avevano trovato una partita di calcio in tv). Un paio di loro aveva rimediato delle biciclette lungo il breve tragitto e si apprestava ormai a circondare il Nibbio.

Di fronte alla morsa umana dei pericolosi individui il Nibbio si vide costretto a improvvisare. Svoltò alla sua sinistra nel primo vicolo all’angolo, sotto l’insegna del negozio di telefonia fresco di nuova apertura. Si fermò, guardando l’orda in delirio che avanzava, ancora più assetata ora che la preda sembrava sul punto di arrendersi.

Tirò fuori dalla tasca la beretta, la infilò tra le labbra e premette il grilletto. Un fiotto di colore rosso uscì dalla sua nuca e andò a macchiare le vetrine illuminate dalle luci di servizio. La beretta si ergeva obliqua sul suo viso.

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