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E se funziona, cambia il mondo.

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Timothy è un bambino bellissimo. Occhi blu, capelli biondi. Due piedi e due mani con cinque dita ciascuna. Labbra sottili e delicate. Guance simpatiche. Tutto nella norma. A parte che è nato senza cuore.

Senza cuore. Ma non nel senso che è un bambino crudele. Gli manca proprio il cuore. Quando è uscito da sua madre era blu come un cielo prima del temporale. Nonostante i tentativi di rianimazione si stava rapidamente trasformando in un piccolo sacco delle immondizie nero ed afflosciato. Non c’è battito continuava a gridare l’ostetrica. Sfido io, senza cuore cosa vuoi che batta.

Stavano per buttarlo via quando, chissà per quale ragione, mi venne l’idea di passare l’ecografo su quel piccolo pezzo di carbone, quantomeno per capire cosa diavolo era successo.

A volte capitano cose che non hanno spiegazione. E quando non trovi il cuore dentro ad un bambino o stai li a bocca spalancata come un imbecille o fai qualcosa che può farti diventare immortale. E allora la cosa migliore è aprire il torace a quel bambino e tagliando con un bisturi la punta delle arterie misteriosamente chiuse infilarle nelle due canule di uno sfigmomanometro e diventare il suo cuore. Pompata dopo pompata. In attesa di un miracolo. In attesa di diventare famoso.

E se funziona, cambia il mondo. Perché è nato un bambino senza cuore. Perché sta vivendo un bambino senza cuore. È successo l’impossibile. E tu hai sfidato l’impossibile e hai vinto. Però devi continuare a pompare. Devi colorare di rosa quel bambino. Devi dargli aria. Devi dargli l’anima. Devi essere la sua vita.

Ora pensatevi se quel bambino sopravvive. La voce si spande. Arrivano i giornalisti. I telegiornali ne parlano. E’ nato un bambino senza cuore gente. Cosa diavolo sta succedendo? A Dio ha dato di volta il cervello? Lui diventa il bambino più famoso del mondo e tu il medico più famoso del mondo. Da non credere. E pensatevi anche a quanti dottori in pellegrinaggio a studiare il caso del bambino senza cuore e di come farlo sopravvivere. Ed ingegneri che progettano. E fedeli che pregano. E genitori che piangono.

Alla fine viene fuori che partendo da una piccola pompa per il riciclo dell’acqua di un acquario si può costruirci intorno un cuore artificiale. Da cambiare ogni 2 mesi per stare al passo con la crescita del bambino. Il bambino più famoso del mondo ha una specie di saracinesca nel torace dentro alla quale c’è un cuore artificiale ricavato dalla pompa di un acquario. E potrà vivere una vita quasi normale. Una quasi normale vita di merda.

Timothy ha dieci anni e vive senza un cuore. Sembrerà banale ma non ho mai visto un bambino così triste. Come si fa a vivere con un cuore finto? Non ha mai sorriso. Non ha mai pianto. Non si è mai arrabbiato. Non ha mai fatto i capricci. Non ha mai voluto un abbraccio. Non ha mai dato un abbraccio. Non ha mai detto una singola parola. Se ne sta tutto il tempo seduto davanti alla finestra di camera sua a guardare come va il mondo fuori. Ma senza interesse. Così, tanto per non tenere gli occhi chiusi.

Ora, torniamo indietro a quando la mia mano tremante ha dato la prima pompata in quel cuore improvvisato. Pompa.

Voglio che tu viva.

Pompa.

Ci sono così tante cose belle nel mondo che non puoi non vederlo.

Pompa.

Non puoi abbandonare la partita prima ancora di mettere piede in campo.

Pompa.

Ascoltami bene. Ce la puoi fare. Li fuori che ti aspetta ci sono un sacco di persone.

Pompa.

C’è una mamma che non vede l’ora di cambiarti il pannolino. Di svegliarsi la notte per cullarti. Di imprecare ai tuoi strilli e commuoversi ai tuoi primi passi. C’è una mamma che vuole vederti crescere. Che vuole comprarti da vestire. Che vuole sentirsi dire che diventerà nonna.

Pompa.

C’è un papà che sogna di accompagnarti al tuo primo allenamento di calcio. Di comprarti una bicicletta ed insegnarti ad andarci senza rotelle. Di sentirsi orgoglioso il giorno della tua laurea e fiero di te il giorno del tuo matrimonio.

Pompa.

Da qualche parte c’è un bambino che si siederà al tuo fianco il primo giorno di scuola e diventerà il tuo migliore amico. Un bambino con cui scoprirai il mondo. Con cui giocherai e litigherai. Con cui fumerai la tua prima sigaretta e berrai la tua prima birra. Con cui parlerai di ragazze e ti metterai nei guai.

Pompa.

C’è una bambina che un giorno sarà tua moglie. Che si innamorerà di te. Che farà il giro del mondo con te. Che riempirà i tuoi pensieri. Che incasinerà la tua vita. Che renderà ogni giorno meraviglioso. Che invecchierà con te. E non ti lascerà mai.

Pompa.

Non puoi perderti tutto questo. Non puoi. Non puoi.

Non puoi.

Come pensate che possa sentirmi adesso? Come pensate che possa sentirsi il medico più famoso del mondo che si trasforma nel bugiardo più grande dell’universo?

Non c’è giorno che passa in cui io non ripensi a quel momento in cui mi è venuta la bella idea di far vivere un bambino senza cuore. Di far vivere la vita a un morto. Di far vivere la morte a un vivo.

E non c’è tregua da questo pensiero. È la sofferenza più grande che si possa immaginare. Tanto da sperare che quella pompetta per acquario si inceppi e tutto finisca. Tanto da uccidere continuamente quel bambino con il pensiero.

Abbiamo provato ogni tipo di terapia comportamentale. Guida all’affettività. Psicofarmaci. Iniezione di ormoni di vario genere. Pellegrinaggi. Preghiere disperate. Ma niente miracolo. Timothy è ancora un fottuto pinocchio di legno. Un robot alieno senza cuore. Il mio più grande sbaglio. La mia croce. La punizione per aver sfidato Dio. E per averlo battuto.

E’ la vigilia di Natale. Festa per ogni bambino. L’attesa che fa sembrare tutto più bello. E’ la vigilia di Natale per tutti. Anche per il bambino senza cuore. Anche per il medico più famoso del mondo. Ma questa volta ho deciso. Dio ha vinto. Domattina gli farò il regalo più bello. L’unico regalo che può veramente fargli provare qualcosa. Domattina staccherò quella piccola pompetta per acquario perché è ora di farla finita con questa farsa che i giornalisti chiamano miracolosa vita e che io chiamo semplicemente agonia. Stop. E’ giusto che il bambino senza cuore vada in cielo a cercarsene uno. E’ giusto che tutto finisca come è cominciato. Dalla mia mano.

È la notte di Natale. La notte più lunga della mia vita. Vorrei impiccarmi. Vorrei buttarmi dal tetto e trasformarmi in un pantano di sangue, ossa sbriciolate e viscere. Vorrei spararmi in bocca e non sentire più niente. Ma non sono così codardo da scegliere la scorciatoia. Visto che all’inferno ci andrò comunque, tanto vale passarci per la porta principale ed essere guardato con ribrezzo dai peggiori demoni. Tanto vale ammazzare la mattina di Natale un bambino senza cuore a cui hai dato l’illusione di una vita. E così in una notte come questa stai davanti alla finestra insieme a Timothy. Guardi un bambino che sembra dormire ma in realtà ha solamente gli occhi chiusi. Guardi una macchina senza motore che potrebbe fare un viaggio stupendo ma invece non si muove dalla linea di partenza. Guardi il mondo fuori che se ne frega di come ti senti. Guardi i fiocchi di neve che cominciano a cadere e rendono tutto ancora più tremendo.

È la mattina di Natale. L’alba mi sveglia. Apro gli occhi e sono ancora qui. Davanti alla finestra. Di fianco al suo letto. Ma Timothy non c’è. Non esce mai di qui. E’ successo qualcosa. Mi affanno. Guardo in giro. Lo chiamo. Anche se tanto sono sicuro di non aver risposta. Ma lo chiamo lo stesso.

Timothy non c’è.

Timothy è uscito.

Timothy è nato senza cuore.

Guardo dalla finestra e lo vedo. E’ nel parco li davanti. E’ l’unica macchia di colore in un mondo completamente bianco, ricoperto di neve. L’unica macchia in una perfezione da togliere il fiato.

Corro giù.

Timothy.

Timothy è nato senza cuore.

Quando arrivo giù lui è li. In ginocchio. Sento che respira. Tocca la neve.

E succede qualcosa che non hai nemmeno mai preso in considerazione. Succede che tutto cambia. Succede che la mattina di Natale guardi il bambino che volevi uccidere per salvargli la vita che vede per la prima volta la neve. Succede che prova un’emozione così grande che le regole del gioco saltano per aria e si può ricominciare tutto da capo.

Perché se vedi la neve per la prima volta ci resti secco dall’emozione. Non sai cosa provare perché è tutto troppo. Troppo. Se vedi tutto bianco, se vedi che il mondo è stato cancellato, se vedi che qualcosa che scende dal celo può cambiare i contorni delle cose, ti accorgi di aver solo perso tempo. Se vedi questo allora capisci che c’è qualcosa di più, che c’è sempre qualcosa di più. Che non è tutto come sembra e che non ci si può accontentare di quello che si vede. E allora si può ascoltare il silenzio. Si può vedere tutto non vedendo niente. Si può sentire il profumo dell’infinito e si può toccare il gelo del cielo. Si possono ridisegnare i contorni delle cose, perché adesso c’è un foglio bianco davanti a te. Infinito. Ed è questo che fa la differenza. E’ questa l’emozione che serve. L’infinito. Perché il mare finisce dove c’è la spiaggia. Le stelle sono miliardi, ma sono un numero. Ma la bellezza della neve, quella non finisce mai. E questa sensazione, quando sei li, a fare da prima timida pennellata su una tela bianca senza fine, è così forte che ti accorgi che fino a quel momento non avevi vissuto. E’ così forte che può cambiarti la vita. E’ così forte che forse può trasformare una pompetta per acquario in un cuore vero.

E’ la mattina di Natale ed io sto guardando Timothy che vede per la prima volta la neve. Sento il cuore in gola tanto questo spettacolo è potente e penso che proverebbe lo stesso anche lui se ne avesse uno.

Sto guardando Timothy che vede per la prima volta la neve e penso che è un bel momento per ucciderlo.

Sto guardando Timothy che vede per la prima volta la vita e penso che è giusto lasciarlo finalmente in pace.

Sto guardando Timothy che vede per la prima volta la vita.

Sto guardando Timothy che si volta verso di me.

Sto guardando Timothy che mi sorride.

Ciao papà – mi dice.

Timothy è nato senza cuore. Ne ha uno artificiale che gli pompa il sangue e gli permette di vivere una vita quasi normale. Io sono il medico più famoso del mondo perché gli ho permesso di vivere. Sono il più grande bugiardo dell’universo che sta provando a riscattarsi. Sono il papà più felice del mondo. Tante cose non cambiano. Ma tante altre per fortuna si.

A Natale Timothy è nato di nuovo quando ha visto la neve. La macchina si è beccata una spinta così forte che il motore non gli serve più. Ha superato la linea di partenza e si è messa in moto verso un viaggio senza meta. A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se quella notte non avesse nevicato. Ma è inutile perdere tempo in domande senza risposta. È molto meglio usarlo per gustarsi la vita e le sue assurdità.

Timothy è nato senza cuore.

E domani lo accompagno al suo primo allenamento di calcio.

 

All rights reserved – © Federico Simonato

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Via Marconi 38

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Anzitutto un consiglio: diffidate delle recensioni pubblicate a poche ore dall’uscita di un disco. Ogni lavoro, che di per sé richiede molto tempo di gestazione da parte dell’autore, necessita di riascolto e metabolizzazione anche da parte di chi lo commenta. In questo caso fate un’eccezione: non è mia intenzione scrivere una recensione ed essendo l’autore un mio caro amico sono mesi che riascolto le tracce.

Via Marconi 38 non è solo un indirizzo, è anche il titolo della prima prova da cantautore di Francesco Balasso ed esce oggi, 16 Novembre, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno (tanti auguri!). Le sette tracce (Mi perdo ancora, ancora e ancoraIl sole 24 ore, Per la categoria degli attori, Domande, It’s time to be together, Ancora una voltaDue) parlano di Francesco, delle esperienze vissute e delle persone che lo circondano. Voce, chitarra e qualche aggiustamento in studio di registrazione, solo questo. Parola d’ordine: semplicità.

Francesco comincia a performare in strada fin da giovane, scrive soprattutto in inglese ed effettivamente la prima canzone in assoluto che scrive per il disco è It’s time to be together, mentre invece il primo testo composto in italiano è Domande, la quarta traccia. Non sono inediti, già da qualche mese Francesco si esibisce proponendo i suoi testi e qualche cover in versione acustica nel vicentino; inoltre esistono due video, quelli di DomandeMi perdo ancora, ancora e ancora (che potete trovare su YouTube o sulla sua pagina Facebook) prodotti e montati interamente da Sam Ursida, che tra l’altro è anche l’autore di Due, l’ultima traccia.

Non è un cantautorato di protesta, è propositivo ed emotivo. Le sue tracce ricreano mondi e stati d’animo. Parla di resistenza al quotidiano, di vita, di sogni e volontà. Francesco mi ha confidato di essersi chiesto a chi sarebbe potuto piacere, probabilmente il quesito più comune a chiunque scriva o componga per un pubblico. Penso che le sue canzoni arrivino e si imprimano come mantra nella testa. Il sound è fresco, pop fatto di pochi accordi e ripetizioni e nel complesso funziona e piace.

Non mi resta che lasciarvi all’ascolto. E allora: “forza, forza Fra, è la cosa che ti voglio dire”. In bocca al lupo per questa nuova esperienza!

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CRLN – Caroline

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CRLN È UN’ ECCENTRICA MA RISOLUTA CANTAUTRICE DI SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP), CHE, NONOSTANTE LA GIOVANE ETÀ (CLASSE ’93), È GIÀ CONSIDERATA DAGLI ADDETTI AI LAVORI UN’ ARTISTA DA TENERE D’OCCHIO. IL SUO SOUND INDIE POP APRE NUOVE VIE NEL PANORAMAM MUSICALE ITALIANO, E LA SUA CANTATA SOUL SI INNESTA IN BASI ELETTRONICHE EFFICACI, CREANDO UN ORIGINALE MIX TRA TRADIZIONE MELODICA E SONORITÀ MODERNE E DINAMICHE. NON PER NIENTE PUÒ VANTARE LA COLLABORAZIONE DEL GIOELLINO VENEZIANO DELL’ELETTRONICA YAKAMOTO KOTZUGA NEL BRANO UN VIAGGIO SENZA FINE. “CAROLINE” È IL SUO EP D’ESORDIO, REALIZZATO COME PRIMA E NUOVA VOCE FEMMINILE ALL’INTERNO DEL ROSTER MACRO BEATS. LE ABBIAMO FATTO ALCUNE DOMANDE.

F: Per cominciare vorremo subito sapere come mai hai scelto di eliminare le vocali dal tuo nome e presentarti con l’accattivante scrittura CRLN, un pò in stile SBTRK diciamo.
C: CRLN è stata più una scelta visiva. Studiando grafica ci faccio attenzione a queste cose, e sono molto soddisfatta della decisione.

F: “Caroline” è il tuo EP di debutto e il tuo esordio ufficiale con l’etichetta Macro Beats, ma quali sono state le esperienze che ti hanno portato a questo progetto, la cara vecchia gavetta da cui tutti sono partiti?
C: Non posso chiamarla gavetta quella che ho fatto in passato. Ho suonato con qualche gruppo e poi sono tornata a cantare per me stessa, non ho mai sperato troppo che la mia musica potesse uscire dalla mia stanza. Era semplicemente una cosa per me stessa.

F: Il tuo sound è un bel mix di Eletronic Soul e Indie Pop, generi che raramente sentiamo accompagnati da un cantato in italiano ma che allo stesso tempo si stanno facendo le ossa nel nostro panorama musicale: pensi che ciò sia più un limite o un’arma da sfruttare in fatto di originalità?
C: Io penso che sia un’arma da sfruttare sia in fatto di originalità, sia perché unire all’elettronica un cantato pop in italiano da modo anche ad un ascoltatore poco abituato a generi nuovi, di entrare in un mondo che gli è in parte sconosciuto.

F: Un artista italiano e poi uno straniero senza i quali non avremmo mai conosciuto e apprezzato la Carolina di oggi.
C: Un gruppo italiano che ho ascoltato sempre e che non smetterò mai di vedere live sono i Subsonica. Gli XX invece sono stati il gruppo che mi ha permesso di muovermi da un ascolto dream e indie pop a uno di stampo elettronico partendo appunto da Jamie XX, passando per artisti come James Blake e Shlohmo e arrivando a Bonobo. Da lì poi mi si è aperto un mondo.

F: Le melodie delicate aprono la porta ad un piccolo mondo attraverso il quale la tua voce ci guida, soffice: è una dimensione tutta onirica o un vissuto concreto che addolcisci con il ricordo?
C: Credo che l’EP da questo punto di vista sia eterogeneo.“Via Da Noi” crea proprio una dimensione onirica in cui voce, testi e suoni si fondono perfettamente.
A volte ho scritto di storie non mie, rielaborandole.
In altri brani invece ho raccontato delle mie emozioni a caldo. E non stavo raccontando dei ricordi, quelli che scrivevo erano il mio presente.

F: Per concludere ti chiediamo un obiettivo che punti di raggiungere (o un sogno che speri di realizzare) nel tuo prossimo futuro musicale. Ovviamente con i nostri migliori auguri.
C: Questa domanda mi è stata posta non poche volte e ammetto di avere parecchia difficoltà a rispondere, non perché non abbia davvero dei sogni, ma perché quello più grande si è già avverato.

Sto vivendo situazioni nuove e stimolanti che mai avrei creduto di poter vivere e l’unica cosa che spero davvero è che le persone possano apprezzare ciò che sto facendo.

 

Parlami di te è il primo video estratto da Caroline, affidato alla la regia di Nicola Artico e Matteo Podini per Frame 24

THINK ABOUT IT – In Secondo Piano

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LO SCORSO 6 MAGGIO E’ USCITO “IN SECONDO PIANO”, ALBUM D’ESORDIO DEI THINK ABOUT IT, LA BAND PUGLIESE CHE SPAZIA DALL’HIP-HOP AL NU-JAZZ, DAL SOUL ALL’ELETTRONICA: UN INTERESSANTE COMPROMESSO TRA RAP E UN SOUND CATCHY, CHE VANTA UN NUMERO DI MEMBRI E COLLABORAZIONI DI UN VERO E PROPRIO COLLETTIVO AL SERVIZIO DELLA MUSICA ITALIANA. COSE CHE NON SI VEDONO SPESSO.
ABBIAMO FATTO LORO QUALCHE DOMANDA.

F: La prima che sorge quasi spontanea è da dove sia partita questa idea, per niente facile da realizzare, di mescolare sonorità e generi che solitamente sono ben distinti tra loro in un’unica e originale miscela musicale. Raccontateci di com’è nato il progetto.
T: I Think About It sono nati da un’intuizione di Vincenzo, il nostro batterista e Andrea Buongiorno, il nostro ex tastierista, i quali concepirono la possibilità di unire la loro passione per l’Hip Hop con i loro generi di appartenenza, rispettivamente Funk e Jazz. Amicizie in comune hanno fatto in modo che si venisse a creare una prima fase embrionale del progetto che è stato soggetto a numerosi cambi di line-up fino a trovare un equilibrio stabile con la formazione attuale, la quale rappresenta ciò che preferiamo definire collettivo più che band, in quanto siamo ingredienti di una stessa ricetta che è la musica e ad ogni canzone ci dosiamo, talvolta anche mettendoci da parte.
F: In cosa sentite di esser migliorati e maturati da poter definire “In Secondo Piano” (cito) “una presa di coscienza nel percorso di transizione dall’adolescenza alla giovane età adulta”?
T: In Secondo Piano è il frutto di due anni di vita, personale e artistica. Inevitabilmente in un lasso di tempio abbastanza ampio come questo molte cose cambiano e maturano, dalla propria coscienza di sè agli ascolti musicali, pertanto questo disco tende ad esorcizzare le mille insicurezze e i numerosi ostacoli interiori che talvolta si ripropongono davanti a noi , che due anni fa avremmo caricato come zavorre sulle nostre schiene per paura di affrontarli e che invece ora prendiamo di petto, diretti, come segno della nostra maturità.
Dal punto di vista musicale abbiamo implementato la nostra line-up con una sezione elettronica grazie all’arrivo di Sup Nasa, il nostro beatmaker, il quale ha ben saputo cogliere la necessita che avevamo di avvicinarci ai suoni di artisti quali Flume, Kendrick e The Internet per citarne alcuni.
F: In un progetto così “allargato” quale procedimento seguite per la composizione dei vostri pezzi? Parlateci un pò di come avviene la scrittura di un brano dei TAI e quali fasi seguite di solito.
T: La stesura dei brani è un momento molto particolare, siamo tante menti ma restiamo dell’idea che un brano funziona davvero se suona bene anche chitarra e voce. Molto spesso accade che Elerbagì, la nostra voce, venga in sala prove con un ritornello, un refrain , un motivetto qualsiasi che suscita interesse o, nel migliore dei casi, con un testo strutturato e da lì si incomincia a lavorare. In altre occasioni succede il contrario : durante una jam, come in un brainstorming, uno di noi può tirare fuori la linea giusta ed è subito magia. L’entusiasmo però viene quasi sempre tenuto a bada poichè, una volta concepito il pezzo, si dà il via ad un “Labor Limae” lungo e faticoso, un processo che può durare anche per mesi e durante il quale si cerca di curare il brano nel minimo dettaglio.
Siamo dei pazzi meticolosi, but Hard Work Pays Off !
F: Ovviamente per un sound così caleidoscopico le influenze devono essere altrettanto varie, ma chiedendovi di sceglierne uno per ogni genere che fate vostro, quali sono secondo voi gli artisti che più vi hanno segnato e tuttora vi ispirano quando scrivete?
T: Le nostre influenze sono diversissime. Oltre i già citati Kendrick Lamar, Flume e The Internet, restano, come capisaldi della nostra ispirazione, artisti come Robert Glasper, Drake, Chance The Rapper & The Social Experiment, J. Cole, BJ The Chicago Kid, Erykah Badu, Hiatus Kaiyote, Outkast e molti altri…….siete proprio convinti  di volerli sapere davvero tutti?
F: Nei vostri testi s’insinua quell’amara ironia tipica dei giovani piacevolmente disillusi dal rapporto con un “tu” femminile generico, che richiama l’insensibile ragazza nella copertina (Jane, giusto?) realizzata da Corrado “Mecna” Grilli. Il messaggio dei vostri brani vuole essere un think about it riflessivo o un più diretto “piscio in sto bicchiere finchè torna mezzo pieno”?
T: I testi del disco, come tutta la struttura musicale dell’album, sono una torta a più strati :abbiamo una prima parte molto intuitiva, da canticchiare , di facile presa e molto docile, leggera all’ascolto. Se ascoltata bene tuttavia, la stessa parte cantata, unita al rapping, si rivela molto più complessa e piena di doppi sensi  e figure retoriche che probabilmente, solo leggendo il testo in maniera minuziosa si possono individuare ed apprezzare. E’ una particolarità del nostro modo di scrivere e penso che metaforicamente si potrebbero collegare alla natura di un ragazzo, molto semplice e superficiale all’apparenza, ma che rivela uno spessore in profondità che spesso viene messo In Secondo Piano.
F: Per concludere vi chiediamo maliziosamente la vostra opinione sui talent tanto di moda oggigiorno, una rampa di lancio o una macchia ( o un pò entrambe le cose) per gli artisti emergenti e di belle speranze?
T: Non ci sarà malizia nella nostra risposta, ci dispiace! Scherzi a parte siamo molto felici per la domanda perche ci dà modo di spiegare un verso contenuto all’interno di un nostro brano, Velluto Blu. In questa canzone diciamo “E tu che muori per l’arte dell’apparire vuoi che abbia voglia di vincere un Talent, ma non la ho! E se non cogli, per fare che tu capire, ripeto : Si può vincere -Talent- ma non la -o-.” Questa barra, che potrebbe sembrare un affronto esplicito alle competizioni televisive di ambito musicale, è invece una riflessione su di esse. Noi non precludiamo alcuna possibilità, nè tantomeno ci sentiamo in grado di giudicare chi partecipa, ma affermiamo solamente che per come la vediamo noi, prima di mettersi così in luce davanti a tutta Italia per un periodo di tempo davvero breve, si dovrebbe affinare il proprio talento, che sussiste anche nel reggere i bombardamenti mediatici al quale si verrebbe esposti una volta catapultati nel gioco, talento che non si può vincere in una sera, ma che va perfezionato nel corso degli anni. Molti giovani come noi pensano che i Talent siano una manna dal cielo, una benedizione per chi desidera vivere di musica; noi pensiamo che sia un calcio di rigore di una finale ai Mondiali al quale non ci può presentare con gli scarpini slacciati.

Il video di Cortese, il primo estratto dall’album

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Dentro “Un luogo sicuro”

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Sebbene in evidente ritardo, solo oggi sono riuscita ad ascoltare interamente il nuovo disco de L’orso. Consiglio di sentirvelo tutto da cima a fondo, non prima però di aver letto qui qualche notizia a riguardo.

Un luogo sicuro è l’album prodotto da Marco “Cosmo” Bianchi e Mattia Barro, uscito venerdì 11 Marzo per Garrincha Dischi in tutte le piattaforme musicali online e nei negozi di dischi distribuito da Audioglobe. Si tratta di un disco che accoglie in sé tre momenti, ovvero tre luoghi (Ivrea, Irlanda e la mansarda) che rimandano all’argomento principale dell’album: la ricerca del luogo sicuro, un continuo viaggiare per ritornare in se stessi, che alla fine ci riconduce sempre a casa. L’album si presenta immediatamente come un progetto molto ambizioso e lo dimostrano l’inserimento di frammenti rappati, scratch (in “L’uomo più forte del mondo” con Dj Dust, già collaboratore di Mecna), l’utilizzo della lingua inglese (nella traccia “Berlino” con Michael Liot dei francesi We Were Evergreen) e sonorità elettroniche insieme a basi acustiche strumentali.

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Il gruppo composto da Mattia Barro, Omar Assadi, Niccolò Bonazzon e Francesco Paganelli ha cominciato la promozione del disco in versione meramente acustica presso le librerie Feltrinelli e solamente dal 31/3 a Cavriago (RE) presso il Circolo Kessel (data zero) sarà possibile rivederli su un palco.

Ma guardiamo più da vicino le tracce.

 

Il viaggio parte con Apri gli occhi, siamo nello spazio. Ci troviamo ad Ivrea: luogo per eccellenza del disco, che ritornerà più volte.

“Ora che sono altrove, c’è un nuovo luogo da arredare”

Si prosegue con Non penso mai, nonché il primo singolo estratto dall’album.
Qui percepiamo il mescolarsi degli elementi elettronici e acustici, il rap e il pop.non-penso-mai-video-lorso

“Faccio la guerra nella solitudine

A volte è sublime ma spesso è terribile”

Essere felici qua è la terza tappa. Si parla di ossessioni, distanze e tempo. Giorgia D’Eraclea è ai cori come nel brano precedente.

“Riparti, parti per altri lidi
e così, per sempre
tu parte di me, io parte di niente”

Il quarto brano L’uomo più forte del mondo è arricchito dalla presenza di Dj Dust e coniuga scratch, inglese, italiano, pop e hip hop, facendo sì che il tutto risulti internazionale.

“Balla con me saremo goffi assieme”

Il secondo luogo del disco è in Io credo in te, la tua magia è vera. Il titolo cita il disco di Yacht ed è composto di suoni che sono stati raccolti in una vacanza in Irlanda (tecnica usata anche dai The Beatles nel celeberrimo album Yellow Submarine).

“Vuoi farti un giro nella mia testa?
Il primo è in omaggio”

Poi arriva Un pomeriggio in collaborazione con i Tropicalisti, ovvero la crew di Barro ad Ivrea nonché ispirazione e contributo morale dell’album.

“Ricordati di me
muovo le mani perché
sto disegnando in aria
ciò che nelle mani non c’è”

Il viaggio interiore prosegue con Michael Liot a Berlino, un altro posto nella geografia dei luoghi sicuri. Anche qui l’inglese e l’italiano si mescolano.

“Ma se penso che
l’immagine di te
sparisce qui,
I wish I was there”

Penultima fermata e omaggio a Bret Easton Ellis è Sparire qui. Nel brano si parla di lotta e confronto con se stessi.

“Ti cerco nel letto e non riesco
a prendere sonno da un pezzo
e fa male sapere che ho perso
e fa male sapere che ho perso me stesso”

Il viaggio si conclude con Chiudi gli occhi, siamo a casache già dal titolo suggerisce il terzo e ultimo luogo: la mansarda ad Ivrea dove sono stati pensati e composti la maggior parte dei pezzi.

“Vorrei solo essere a casa”

I luoghi sono prima di tutto mentali e poi fisici e a prescindere da dove ci si trova, cosa si prova e chi è con noi, ciò che conta è ritrovare la strada di casa; perché “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando tu non ci sei resta ad aspettarti”. (Pavese, La luna e i falò)

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Sanremo e la teoria Elio-centrica

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Senza ricadere in banali e ridondanti ritornelli, prevedibili quasi quanto quelli di buona parte del panorama musicale italiano attuale, siamo ancora una volta qui a parlare di Sanremo. E se ne parliamo vuol dire che lo stiamo seguendo.
Invero anche, per nostra difesa, che risulta difficile ignorare un evento che si può definire senza mezzi termini “nazionale” e figlio di una tradizione tipicamente italiana, tanto che le imperdibili notiziuole sanremesi ci raggiungono sempre e comunque, magari di sfuggita, mentre siamo al bar sotto casa e incolpevoli leggiamo in prima pagina: ”Garko meglio di Conti, che bellissimissimo”.

Al di la di sopra di questo marasma mediatico che piacetantoatutti, ma che nessunoammettechejepiace, s’impongono maestosi gli Elii e la loro terza partecipazione al Festival.
Si, proprio loro, l’emblema della protesta contro l’obsoleta musica leggera italiana che si esibisce sfrontatamente nella tana del lupo, con degli arrangiamenti come al solito imprevedibili e un’apparente demenzialità celata dietro cambi di ritmo e un’immancabile mise goliardica.

Ma anche gli Eelst corrono un grosso rischio, o meglio lo corriamo noi tutti se osserviamo con occhio poco attento: rischiamo di ricaderci anno dopo anno.
La patologia dell’alternativismo sempre più mainstream infatti passa anche di qui.
Perché la prima puntata la guardiamo, sperando in qualche gaffe d’apertura o comunque per curiosità quasi lecita; dopo poco ci accorgiamo però che Elio andrà in scena nella seconda puntata e allora rinviamo il tutto alla serata successiva, attendendo oltre le 23 per godercelo. E siamo a due.
La terza sera si scopre che tutti gli artisti si esibiscono nella serata delle cover e questa volta ci sarà anche Rocco Tanica. E siamo a tre.
Il venerdì sera forse abbiamo qualcosa di meglio da fare, ma prima di uscire per sbaglio la tv si accende su Rai 1, e per qualche fenomeno sovrannaturale accade la stessa cosa la sera seguente, sabato.
Poi alla fine (pura e innocente curiosità eh) vogliamo sapere chi ha vinto, a chi è andato il premio della giuria e tutte quelle cose là. C’ informiamo insomma.

E nel mentre non ci siamo resi conto che a modo nostro ne siamo stati complici, che la tipa delle imitazioni c’è piaciuta molto e che Carlo Conti è pur sempre il miglior conduttore televisivo dell’universo.

E soprattutto non ci siamo resi conto che il piccolo capolavoro del signor monociglio & co. è una chiara e forte parodia di tutte le canzoni in gara, una presa per i fondelli di un po’ tutto questo mondo antiquato e di chi lo segue.
Sta li proprio a dimostrare l’inconsistenza artistica delle operette che ogni anno si ripetono pressoché identiche, tanto che ce ne vogliono ben sette tutte insieme perché si possa alla fine di parlare di brano musicale con la B maiuscola: un medley composto da ben sette ritornelli (…anche perché tanto la gente alla fine ricorda sempre e solo i ritornelli delle canzoni...) che svariano dal lento in stile serenata, alla tarantella, allo pseudo ballo di gruppo, per tornare alla calma della sedicente burbera e per culminare in un finale da Opera.

Il testo stesso è un costante susseguirsi di nonsense e sfottò verso la superficialità dei brani nostrani, con tanto di contro-citazione semantica della celeberrima “Perdere l’amore” di Ranieri che da il titolo al pezzo.

Ma noi non abbiamo colto il messaggio e con la scusa di aspettare Elio, ci siamo ricaduti, e siamo stati ancora una volta colpiti dalla silenziosa ma letale patologia dell’anticonformismo conformista del festival ligure. Senza capire come mai.

The Hateful Eight

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La sensazione è che ce l’abbia fatta ancora.

Quell’impareggiabile goduria di aspettarsi qualcosa di grandioso e veder soddisfatte le attese pare ancora una volta sua.
Ma per il momento possiamo solo metterci piacevolmente in fila.

E di sicuro le chiacchiere e le anticipazioni non ci aiutano a restare composti: sarà perché Morricone s’è già intascato il Golden Globe, con tanto di pomposo panegirico da parte del regista al momento della premiazione, soddisfatto per aver dato la possibilità all’inimitabile compositore di raggiungere l’ennesimo riconoscimento.
Sarà perché Mr. Brown fa parlare di se anche al di fuori del campo artistico, instaurando una sobria polemica con la polizia americana a causa di alcune sue affermazioni (del tipo “poliziotti assassini”) e rischiando il boicottaggio del film da parte delle forze dell’ordine.

Sarà perché quella trama in bilico tra i Magnifici Sette di John Sturges e i Dieci Piccoli Indiani firmati Agatha Christie sembra creata ad hoc per i dialoghi filotarantiniani.

Sarà, inoltre, perchè il timido richiamo di sapore dantesco attorno al numero 8, (otto come il numero dei suoi film, otto come i protagonisti, otto come il richiamo fonetico di h8-eight e via così) rende questo film una sorta di summa cinematografica dell’eccentrico cineasta americano; un pizzico di tutto quello che c’ha generosamente fatto vedere finora, tutto nella stessa pellicola. Vedremo.

La critica risulta divisa e si distinguono da subito i detrattori del regista: infatti la violenza gratuita resta sempre la cifra stilistica in negativo delle sue opere, col rischio concreto di suonare ormai come una ramanzina obsoleta, rivolta a Tarantino da più di vent’anni, senza molte variazioni sul tema.
A ciò si aggiungono i commenti che vedono un pellicola eccessivamente lunga e svuotata di idee, viziata da un utilizzo della 70mm inutile e superfluo all’interno di spazi pressoché claustrofobici.
Di tutta risposta il più influente critico del Guardian, Peter Bradshaw, elogia un lavoro astuto e riuscito, intimo pur basandosi su personaggi che hanno già un aura stranamente colossale.
Insomma Quentin ancora una volta è riuscito a rilasciare il suo «pazzo-divertente-violento protossido di azoto nei cinema, per farlo respirare al pubblico».

Anche per quanto riguarda il cast Tarantino ha voluto rispolverare molte sue vecchie e affezionate conoscenze, riproponendo nomi altisonanti quali quelli di Tim Roth, Kurt Russell, Samuel L. Jackson, Michael Madsen, Bruce Dern accompagnati da spumeggianti new entry quali Channing Tatum e la neo-candidata all’Oscar come attrice non protagonista Jennifer Jason Leigh (solo per citarne alcuni).
Inoltre la premiata coppia Tarantino/Jackson, che vede compiuta la sesta collaborazione, è garanzia di successo.
E non a caso le principali clip che hanno anticipato l’uscita del lungometraggio vedono il faccione del buon vecchio Samuel Leroy (si, la L. sta per Leroy) come immagine di anteprima, con sguardo di sfida e un’espressione che sembra sempre pronta a partire con “Ezechiele 25-17…”: ma in fondo non desideriamo nient’altro che questo.

E intanto noi ci siamo già guardati il trailer, le interviste, i roadshow, le featurette, letti, riletti e riletti ancora articoli che parlavano anche solo di straforo del film, almeno per otto(cento) detestabili volte.
Da bravi ed umili abitanti del Bel Paese (con accezione positiva, dai) stiamo aspettando con ansia il 4 febbraio. E mancano solo otto detestabili giorni.

The Hateful Eight / Regan’s theme / Ennio Morricone

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Yakamoto Kotzuga @ Panic Jazz Club, Marostica

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YAKAMOTO KOTZUGA live Panic Jazz Club, Marositca (05/12)

Che fosse un giovane, anzi un giovanissimo, di belle speranze già si sapeva. (No?)

La performance live né è una conferma: magari non brillantissima in alcuni passaggi, ma con una coerenza di fondo e una maturità notevole.
Soprattutto perché l’inversione di rotta effettuata con l’ultima raccolta Usually Nowhere (uscita nel marzo di quest’anno) è sicuramente specchio di audacia e personalità.

Inversione che può essere condivisa o meno, certo, in particolare dai seguaci dei malinconici e sognanti beat alla Marcel Everett (XXYYXX), ma che sicuramente alza l’asticella tecnica a livello di composizione e realizzazione.

Per più di un’ora le cupe sonorità del giovane artista invadono gli interni del locale marosticense e ne colorano le pareti a tinte fosche, creando un’ atmosfera insolita per un Jazz Club.

Estratto di un live di Kotzuga a Vicenza dopo l’uscita dell’ultimo lavoro

Tra percussionismi dinamici e inserti elettronici modulari s’insinuano dei synth ermetici ed onirici, intervallati da campionamenti originali e inusuali: evidente ad esempio il rumore di una porta di legno (che si apre o che si chiude, dipende dal vostro umore odierno) usato come stacco finale in The Awarness Of Being Temporary.

Ad enfatizzare lo scenario straniante ci sono i filmati alle sue spalle che scorrono in serie mostrando sequenze di forte impatto visivo, prima fra tutte una scena di Harakiri (il suicidio rituale giapponese) tratta dal mediometraggio The Rite of Love and Death (1966) di Yukio Mishima.

Yak ondeggia sopra la console come un artigiano che modella e accarezza le sue opere in costante evoluzione.
Impugna a intermittenza la sua Telecaster inserendo trame chitarristiche fatte di poche, primordiali note, con fraseggi piuttosto lineari.

Non si scompone né prima, né dopo, né tantomeno durante la sua esibizione; un fugace cenno in risposta agli applausi finali e scompare dalla scena, con una coda musicale forse un pò troppo frettolosa.

Ma se fa parte del personaggio, allora lo “Shlohmo veneziano” può anche permetterselo.
Prendere o lasciare.

Futile, estratto da Usually Nowhere (2015)

Breve intervista da Pnbox (Scenasonica//Rewind&Play)

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All tomorrow’s parties

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Coloro che amano i concerti e pensano di organizzare le proprie vacanze seguendo la musica vedranno nel 2015 un’ottima annata. Ogni anno possiamo contare su festival del calibro di Umbria jazz, Rock in Roma, Sherwood o Spring Attitude ma forse l’idea di un viaggio itinerante attraverso diverse tappe suona più allettante: gli eventi a cui pensiamo implicano spese contenute e sono facilmente raggiungibili, tanto più ove vi fosse una larga adesione, sarebbe possibile arrivarci insieme!

Forse è ancora presto per far pronostici o trovare il tempo di organizzare la propria estate, ma quest’articolo vuole incentivare a non prendersi all’ultimo, come spesso capita anche al sottoscritto…vuole stimolare gli ascoltatori all’acquisto di qualche biglietto e soprattutto vuole dare un’idea di cosa ci attenderà:

 

Nils Frahm, Milano, 05.05.2015 a 23 €;

Micah P. Hinson, Firenze, 23.05.2015 a 17 €;

Caribou, Milano, 28.05.2015 a 23 €;

Manu Chao, Monza, 20.06.2015 a 11 €;

Paolo Fresu, Verona, 21.06.2015 a 23 €;

Andrew Bird, Ferrara, 30.06.2015 a 20 €;

Timber Timbre, Milano, 01.07.2015 a 15 €;

Damian Marley, Padova, 06.07.2015 a 28 €;

Ben Harper, Padova, 17.07.2015 a 36 €;

Jesus and Mary Chains, Ferrara, 19.07.2015 a 35 €;

James Blake, Vasto (Siren Festival 23-26.07), 57 €, biglietto completo;

John Butler Trio, Gardone Riviera, 05.08.2015, 23€;

Gogol Bordello, Roma, 26.08.2015 a 17 €;

 

In aggiunta a queste date ce ne saranno molte altre a cui dovremo fare attenzione, vi invito a segnalarne, aggiungerne e far sì che si diffonda questo spirito di partecipazione. Prepariamoci!

Vi voglio segnalare infine un festival di portata europea che forse non si conosce ancora molto rispetto ai suoi concorrenti come Glastonbury o Leeds & Reading, o Dour o Sziget: Into The Wood Festival. Solitamente esso si tiene nei primi giorni di settembre, tra Utrecht e Amsterdam in una grande foresta, come dice il nome stesso, dove si possono trovare musica, arte, performance di artisti eclettici e mercatini vintage. Non anticiperò più nulla…

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Unknown Mortal Orchestra are back

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Gli Unknown Mortal Orchestra sono indubbiamente una delle band più promettenti nel moderno panorama neopsichedelico.
A darne la conferma l’ultimo delizioso singolo Can’t keep checking my phone.

Il trio neozelandese continua la sua parabola ascendente partita quasi per caso con la frizzante Ffunny Ffriends, pubblicata su Bandcamp nel 2010, proseguita grazie ai consensi del self-titled album di debutto nel 2011 (elogiato addirittura su Pitchfork), culminata con la firma per la Jagjaguwar e il sophomore II (ASCOLTATELO), uscito nel settembre 2013, grazie al quale hanno raggiunto una prima dimensione sonora stabile, in un interessante mix di lo-fi ed effetti delabrè.
Un breve sognante viaggio per ogni pezzo, ognuno dotato di una sua autonoma (forse troppo) atmosfera “UMO”.

Il piccolo genio Ruban Nielson (foto a fianco) è il leader e l’architetto di tutto ciò, nonchè il cantante e il chitarrista della band.
Scrittore e compositore notturno, esalta la ricerca costante dell’empatia con il pubblico, dell’emozione, soprattutto nella prestazione live, e considera i suoi brani come un interminabile processo in itinere, una fantasia notturna senza destinazione.

Il 26 maggio uscirà il loro terzo atteso lavoro, Multi love, già anticipato dall’omonima traccia e dalla sopra citata Can’t keep checking my phone.
Per il nuvo album Nielson si è affidato molto di più al piano rispetto al passato, al fine di evitare la ricaduta nelle armonie e melodie pregresse, con l’obiettivo di allontanarsi una volta per tutte dall’etichetta Tame Impala style.
Il sound infatti sembra andare alla ricerca di una maggiore pulizia e chiarezza, un’evoluzione rimarcata anche nel passaggio dalle influenze Sly & Family Stone dei primi trascorsi alla più recente esperienza anni ’90, nell’ R’n’B di Prince e Michael Jackson.

Il filo conduttore è dato dalla permanente e irrinunciabile beatlesmania che perdura nelle idee musicali di Nielson.

Manca un mese esatto a Multi love, nel frattempo gustatevi quanto di buono ci hanno generosamente anticipato.
Scommetto che non li abbandonerete facilmente.

Il Festival internazionale per le band emergenti

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EMERGENZA FESTIVAL

Ecco uno di quegli eventi che ci piace pubblicizzare e vorremmo vedere più spesso in Italia: Emergenza Festival, ovvero il contest musicale per band emergenti più grande al mondo.

Dal 1991 coinvolge infatti 184 città, 36 paesi e ben 4 continenti, permettendo così a giovani e promettenti artisti di affacciarsi sul panorama musicale internazionale,creando un’ opportunità più unica che rara per farsi conoscere con un raggio d’azione che difficilmente si raggiunge in competizioni simili.

Tutti i gruppi che partecipano al contest infatti ottengono la distribuzione gratuita della propria musica su i-Tunes e su altri tra i maggiori negozi di musica on line internazionali.

Tutte le band iscritte oltre al proprio concerto possono partecipare ai tour in Italia e Europa che Emergenza organizza parallelamente al contest.
Oltre a ciò l’organizzazione offre molte altre chance di poter lavorare in studio o di suonare live in diverse città europee a prescindere dal piazzamento dei partecipanti alla rassegna.

In Italia il concorso si svolge da Settembre a Giugno in 12 città italiane: Roma, Milano, Firenze, Bari, Napoli, Bologna, Livorno, Ancona, Torino, Padova e Genova.

Doverosa almeno un’occhiata per tutte le band che vogliono uscire una volta per tutte dal loro garage.
Qui il link della pagina ufficiale del Festival

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Jack Garratt, the new beard

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Il 23enne Jack Garratt è senza dubbio una delle nuove promesse del pop-soul britannico, e non solo per l’inconfondibile look hipster-chetfakeriano.

Il giovane polistrumentista ha già colpito positivamente con il primo EP Remnants, in particolare nei suoi live, dove si sbizzarisce tra chitarre elettriche, synth ed electro pad.
Maneggiandoli simultaneamente.

La malinconia di versi come “As if I haven’t felt your breath in every step I take when the wind blows” o “My faults were full and plenty and yours tore me up”  si sposa con l’intensità ed emotività della sua voce, adagiata sull’ottima base strumentale (tra beats coinvolgenti e sample ben amalgamati).

La situazione si fa più movimentata con l’ultimo singolo lanciato, Chemical, pezzo dalle sfumature dance che anticipa l’uscita del secondo EP “The Synesthesiac” prevista per il 13 Aprile via Island Records.

C’è grande attesa per il suo 2015, ma per ora…
Don’t you worry ‘bout it

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Vizio di forma, sotto l’effetto delle soft drugs

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La regia di Paul Thomas Anderson realizza un film “stupefacente”, in tutte le sfumature del termine.

Dopo Il Petroliere The Master continua la provocatoria analisi del regista riguardo la crescita della nazione americana durante il ventesimo secolo.
Questa volta la vicenda è ambientata nei primi anni ’70, durante il declino hippie, la disillusione dell’era dell’Acquario, il contrasto con l’istituzione (emblematica la contrapposizione tra la figura di Sportello e quella di Bigfoot) e la caduta degli ultimi, ancora storditi, sognatori.

Una delle tante interpretazioni date al titolo si riferisce proprio a questo vizio intrinseco, questo lento ma inesorabile deterioramento della società provocato dall’instabilità degli stessi componenti che ne fanno parte.
Difetto ignorato da molti, cavalcato da tanti.

Joaquin Phoenix si conferma uno degli attori più in forma degli ultimi tempi, grazie ad una prova molto impegnativa e per niente scontata che lo vede costantemente in scena: il suo Doc Sportello incarna uno stravagante incontro tra la filosofia di Lebowski e gli abiti di Neil Young, per uno dei personaggi forse più riusciti dell’ultimo decennio cinematografico.

Altrettanto si può dire dei “conservatori” californiani magistralmente interpretati da Josh Brolin e Reese Witherspoon.
Il primo entra costantemente in conflitto con il protagonista tra dialoghi formidabili e provocazioni, culminanti in un insolito rapporto di rispetto; la seconda invece sottolinea la distanza sociale nell’intermittente rapporto amoroso tra il suo personaggio e quello di Phoenix, sorprendendo positivamente il regista stesso che più volte è stato tentato di cambiare la sceneggiatura al fine di coinvolgere maggiormente l’attrice nella storia (la Witherspoon ha girato infatti in soli 4 giorni tutte le sue scene).

Nota di merito va data anche all’ intrigante e sexy Shasta Fay Hepworth, ovvero a Katherine Waterston, ago della bilancia di tutta la narrazione (ammesso che una “bilancia” o una parvenza di equilibrio esistano davvero in questo film), la quale ha vinto la concorrenza di Charlize Theron per la parte: fenomenale il piano fisso tra lei e Doc nel divano.

Da segnalare anche la performance di Owen Wilson con un personaggio emblematico e dinamico, che confonde ma diverte grazie alle frequenti apparizioni nonsense nelle circostanze più assurde.

La miscela di tutti questi ingredienti e particolarità ci conduce verso una sorta di nuovo “Mulholland drive”, un film ricco di significati velati racchiusi in vari livelli d’interpretazione.

Durante e dopo la visione infatti lo spettatore è ammaliato da un trip straniante, allucinogeno.

Si ha l’impressione di aver assistito alla parodia di un noir sotto l’effetto di svariate droghe leggere, di aver visto tutto quanto dalla prospettiva del detective “fattone”: anche se si prova a stare dietro alla pellicola, ai dialoghi, ai colpi di scena, alle sfumature (tante), si finisce per perdersi nel caldo labirinto comico/amaro tessuto da Anderson.
La sensazione è che una storia di fondo effettivamente ci sia e si muova secondo un concreta disposizione logica e cronologica.
Ma questa parvenza di ordine non è colta dal protagonista, il quale prende tutto un pò così come viene e di conseguenza costringe lo spettatore a fare lo stesso.

Almeno una seconda visione è d’obbligo per cogliere la vera essenza dell’ “Inherent vice”.
Tequila zombie per tutti.

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Emaar: Flower Of Heaven

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Tinariwen è un collettivo di artisti nomadi del Mali, gruppo Tishoumaren (così si chiama la musica tradizionale delle popolazioni nomade del Nord Africa) con notevoli sfumature blues rock. Dopo aver già realizzato quattro album, prodotti tra il 1982 e il 2011, pubblicano ora Emaar; composta di 11 pezzi, questa nuova opera conferma la purezza della loro musica: le voci profonde e intense affiancate da cori e chitarre si intrecciano creando atmosfere misteriose, quasi “mantriche”Si passa da tracce più riflessive come Sendad Eghlalan, a canti più dolci e ritmati quali Emajer o Aghregh Medin.

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Tra i membri di Tinariwen, letteralmente “deserti”, troviamo un certo Bombino, chitarrista e cantante che non è sfuggito al grande ed eclettico Dan Auerbach, frontman dei Black Keys e produttore discografico in proprio, il quale lo ha subito arruolato per espandere gli orizzonti del blues  e permettere l’incontro di due culture musicali agli antipodi; il risultato è stato eccezionale, l’album di debutto ha riscontrato giudizi e pareri molto positivi da parte di diversi giornali e forum specializzati nella valorizzazione di questi veri artisti (si veda Anti).

Anche in Italia ci si è impegnati più volte per far sì che dal Mali questi tuareg potessero suonare a Roma, Milano, Ravenna, Torino…nell’attesa di future date o eventi perdiamoci negli scenari che ci evocano e negli inni che ci recitano con un piccolo estratto.

 

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Verdena @ Rivolta, Marghera

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Verdena live C.S.O. Rivolta, Marghera

Sabato 28 febbraio. Torna on stage al Rivolta, centro sociale di Marghera (VE), il trio più
talentuoso dell’underground italiano, alias i Verdena, per la seconda data dell’ “Endkadenz Vol.1 Tour”.
Il nuovo album si compone come il precedente lavoro “Wow” di due volumi, a sottolineare la prolificità ormai riconosciuta ai tre di Albino, ma questa volta è stato diviso anche a livello temporale con due date di pubblicazione, 27 gennaio il primo e in estate il secondo, per volere dei piani alti Universal.

Il risultato tangibile è il frutto di una composizione iniziale d’insieme (“un anno di jam in cui suonavamo a caso dalle sette alle dodici ore al giorno”) che portava ad un numero eccessivo di tratti musicali, i quali venivano pian piano scremati e analizzati dalla supervisione cervellotica, a tratti ossessiva, di Alberto, fino alla definitiva track list.
Il tutto doveva mantenere una coerenza di fondo, un’ indole terrena nel prodotto finale…quale migliore prova allora se non il palco?

Ad aprire il concerto ci sono i Jennifer Gentle, prima band italiana sotto l’etichetta Sub Pop Records di Seattle, gruppo spalla fisso per tutta la tournèe.
Marco Fasolo & Co. si esibiscono per un’oretta circa tra sonorità un po’confuse (colpa più loro o del fonico?), le solite voci stralunate e parti strumentali varie e dinamiche, mostrando la loro indubbia attitudine alla scena e scaldando al punto giusto i fans per l’ingresso dei colleghi e amici lombardi.

Poi arriva il momento, sai che tra poco, pochissimo tocca a loro, lo percepisci. Eccoli.

Salgono sul palco, in silenzio, con la musica di sottofondo/pre-concerto ancora troppo alta e invadente, tutte le luci ancora accese, il pubblico che ancora rumoreggia quasi indifferente, nulla che rientri nei canonici riti di apertura di un live.

Tutto perfettamente nel loro stile.

In un attimo, dopo il boato rivelatore, si entra nel loro mondo. Ho una fissa.
Il riff iniziale del brano è una scossa sentimentale che trascina gli ascoltatori in due ore di totale immersione, a tratti ipnotica: tra una pezzo e l’altro si frappone solo qualche fugace “grazie” di Roberta, un’unica frase di senso compiuto “oggi ce l’ha col rullo” rivolta da Alberto al fratello, giusto cinque minuti di pausa fuori palco; tutto quello che sta nel mezzo è una costante sovrapposizione di elettrico ed acustico, versi epilettici, chitarroni distorti, voci sognanti.

L’elemento che colpisce di più non è la fedeltà della performance rispetto al lavoro in studio, ma piuttosto la sua manifesta superiorità, per un album realizzato a detta del trio stesso per esser suonato live, nonostante il meticoloso lavoro di sovraincisione e perfezionamento all’interno dell’ Henhouse (“il pollaio” restaurato nel loro personalissimo studio di registrazione).

Una dopo l’altra ripropongono le tracce del nuovo lavoro, con la giusta miscela di vecchi brani che ancora si divertono a suonare.
Dopo l’opening si giocano subito la carta del singolo catchy Un po’ esageri, che singolo non è se si conosce almeno un po’ l’essenza del Vol.1 e della band in generale, ma resta un piccolo capolavoro pop-rock di chitarre ben addomesticate e di versi che si adagiano magistralmente alle ritmiche.
Si passa da Sci desertico tra falsetti e motivetti “esotici”, al piano acustico di Diluvio, novità che stacca dal piano elettrico protagonista in “Wow”, segue il modulato da cardiopalma di Derek, l’ispanica Contro la ragione, spia dell’ispirazione battistiana e la ballad tersa, trasparente come il Nevischio.

Tra queste s’insinuano i pezzi storici, definibili come tali più per la venerazione di cui sono oggetto appena vengono accennate le prime note che per l’effettivo trascorso nel tempo: spiccano Loniterp, Canos, Angie, Viba, Luna, Don Calisto…

Alberto non sbaglia mezza nota, versatile, forse un po’ incazzato ma puntuale e attento a non tralasciare il minimo singulto registrato in studio, Luca trasuda la solita energia e fisicità, picchiando come un dannato e Roberta, impeccabile e impassibile, scuote a tempo la chioma luminosa (ormai un’icona).
Il buon Giuseppe Chiara, turnista scelto attraverso un annuncio sotto pseudonimo di Roberta (si, è anche la manager della band), compie il suo dovere. E intanto sono passate due ore, intense.

Fanalino di coda ci accompagna la malinconica Funeralus, epilogo fatto di passaggi uggiosi e vocalità oniriche, chiusura a dir poco azzeccata del Vol.1 e del concerto.

Che dire ancora?
Gli album dei Verdena rappresentano da anni forse la speranza più viva e concreta della scena musicale alternativa italiana, ma di sicuro i loro live sono già una consolidata certezza.

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Per la 4a volta “Canonero touch”

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Quest’anno l’unica gioia italiana al Dolby Theatre è arrivata grazie alla costumista Milena Canonero, per gli abiti del caleidoscopico “Grand Budapest Hotel”.

L’artista dopo la nona candidatura dell’Academy (record italiano) ha così conquistato la sua quarta statuetta; oltre a quella conseguita quest’anno infatti aveva già centrato l’obiettivo per i costumi di “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick nel 1976, “Momenti di gloria” di Hugh Hudson nel 1982 e “Marie Antoinette” di Sofia Coppola nel 2007.

L’Italia si riaffaccia così timidamente sul prestigioso palcoscenico hollywoodiano dopo l’exploit sorrentiniano dello scorso anno,  anche se definire una soddisfazione tutta italiana quella della Canonero è forse un eufemismo: infatti la giovane Milena fuggiva dal Bel Paese a metà degli anni  ‘60, poco più che ventenne, dopo aver completato gli studi di storia ed arte del costume a Genova, per stabilirsi a Londra, prima vera rampa di lancio verso il successo.

Da qui l’incontro con Kubrick e le prime collaborazioni in film che hanno fatto la storia quali “Arancia Meccanica” (dove realizza le storiche divise dei Drughi), “Barry Lyndon”, “Shining”; lavora poi con Francis Ford Coppola in “Cotton Club” e ne “Il Padrino-Parte III”, con Sydney Pollack “La mia Africa” e Warren Beatty “Dick Tracy”; diventa una vera e propria istituzione per il cinema americano e internazionale grazie al “Canonero touch”.

Affermata come una delle migliori professioniste al mondo nel suo campo ha più volte dichiarato di aver ricevuto il dono più grande da tutti i registi e sceneggiatori con cui ha collaborato: la libertà, la stessa che le ha permesso di costruirsi un percorso fatto di scelte coraggiose e individuali, costellato di grandi successi.

Per l’ultima pellicola di Wes Anderson ha ammesso di essersi ispirata alla pittura di Gustav Klimt, immaginando la  protagonista, l’anziana milionaria interpretata da Tilda Swinton, come una sorta di Peggy Guggenheim e reinterpretando i costumi anni ‘30 del personale dell’hotel con una gamma di colori originale ed inconsueta.

I grandi rimpianti della sua carriera sono quelli di aver rifiutato l’offerta di George Lucas per “Guerre Stellari”(sfinita al tempo dalle riprese di “Barry Lyndon”) e non aver potuto vestire Steve Jobs, suo eroe personale del quale ammirava il minimalismo pazzesco nel vestire.

Ma di fronte ad una carriera del genere si può pure dire che siano poca roba.

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Birdman a colpi di jazz drums

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“And the Oscar 2015 goes to…Birdman! Ok ok, but what about the soundtrack?”

Il neovincitore dell’Oscar come miglior film Birdman pare aver soddisfatto le aspettative, grazie in particolare alla brillante regia di Inarritu e alle varie chiavi di lettura che quest’ultimo è riuscito a condensare nella pellicola.
Una di queste è l’eccentrica colonna sonora, la quale ha fatto discutere e ha diviso la critica a causa della sua mancata candidatura (nonostante la vittoria del Soundtrack Stars Award alla Mostra del Cinema di Venezia).

Costruita attorno un incessante suono di batteria, che accompagna le scene e il loro andamento accelerando o rallentando il ritmo, è suonata dal batterista jazz Antonio Sanchez e ha richiesto una stretta collaborazione con il regista messicano: mentre Inarritu leggeva e spiegava i vari passaggi, Sanchez si lasciava andare al suo strumento cercando la totale immedesimazione nella scena.
Il risultato è una trascinante improvvisazione realizzata con tamburi non accordati o modificati per ottenere dissonanze, in totale “sintonia” con la trama e la recitazione.

Imprevedibile, stordente, onirica, claustrofobica, lunatica riesce a coinvolgere lo spettatore fino a concretizzarsi in un personaggio vero e proprio della narrazione.
A tal fine sono stati studiati effetti per dare l’impressione del suono in avvicinamento e poi in allontanamento durante lo spostamento della cinepresa nel suo piano sequenza.

Ad amplificare il tutto in due scene è addirittura visibile un batterista (no, non è purtroppo Sanchez non disponibile al momento delle riprese).

Il prodotto finale ha posto da una parte la comunità jazzistica che sostiene la qualità e la validità di un assolo di batteria come sfondo sonoro, dall’altra i sentimentalisti attaccati alle più classiche melodie immediate ed evocatrici.
La stessa Academy Motion Picture Arts and Sciences – l’ente che da sempre assegna i premi Oscar – non ha incluso il lavoro tra le migliori colonne sonore originali in gara.
Il motivo? La presenza al suo interno di altri brani di repertorio: la Pavana di Ravel, la 9a sinfonia di Mahler e la 5a e la 4a di Ciaikovskij e altro ancora.
Una presenza troppo invadente per l’Academy secondo i principi riguardo l’assegnazione del premio.

Paradossale è l’esclusione dalla competizione di una delle idee cinematografiche più originali degli ultimi anni a causa della sua “non-originalità”. C’est la vie.

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Mac DeMarco e un nuovo orizzonte…

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Mi sono da poco imbattuto nella musica di questo ragazzo, musica fortemente caratterizzata da suoni e motivetti dolci e spensierati, ma non per questo banale. Mac DeMarco cerca di sintetizzare influenze post-rock psichedeliche con nuove prospettive elettroniche utilizzando come canale la sua voce leggera e talvolta, a parere di alcuni, un po’ frivola. Al primo ascolto, soprattutto del suo ultimo Salad Days, ho subito pensato a Damon Albarn ma anche a gruppi più “floreali” come Tame Impala o Temples, la musica, pur ereditando molto dal passato, si rinnova mostrando tutto il potenziale del giovane Mac, polistrumentista un po’ folle ed eccentrico…ma probabilmente senza un pizzico di fantasia e genialità non sarebbe questo il nostro mondo!

Mac DeMarco presso la nota KEXP di Seattle. 

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Earl Sweatshirt, no way!

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Earl Boy ad appena ventun anni ha già conquistato la scena hip hop di L.A., e non solo.

In collaborazione con Budgie e Samiyam ha appena finito di lavorare a nuovo singolo “frizzante” e con alcune sfumature jazz-fusion, che dimostrano la duttilità e la capacità di sperimentare di questo giovane artista.

 

https://soundcloud.com/important_man464/sweatshirt-budgie-samiyam-questpower

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La mia malinconia è tutta colpa tua

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Thegiornalisti

Band romanaderoma fortemente influenzata dalla cultura italiana anni ’80, da Dalla a Venditti, da Califano agli Stadio, passando per le tematiche ed i personaggi del primo Verdone (“Borotalco” e “Acqua e sapone”).

I protagonisti dei loro pezzi rispecchiano la loro condizione esistenziale, ansiosa e velatamente (ma neanche troppo) malinconica: di tutti quelli che si sentono un po’ sfigati e sono alla costante ricerca del riscatto, ma finiscono così per uscire dalla loro reale persona e falliscono inesorabilmente.

L’ultimo lavoro “Fuoricampo” propone dieci pezzi indie pop dall’attitudine cantautoriale che si lasciano ascoltare e cantare, permettendo anche più di qualche riflessione grazie alla scrittura schietta e spiazzante di Tommaso Paradiso.
Si parla di dipendenza dalle piccole cose quotidiane, di modernità e attualità, di problemi trattati con apparente superficialità ma nascosti costantemente dietro una ironica tristezza di fondo.

Il loro obiettivo per il futuro è lasciare il segno nella storia della musica italiana.

Cliccare per credere.