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Il Verdo

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IL VERDO

Abitava solo, il vecio Verdo. Almeno da quando il padre era morto, più di trent’anni fa.

Da allora viveva confinato nella sua baita, tra i boschi di abeti, dove non si sa bene se sia ancora valle o già pendio.

Il padre, ex generale della Brigata Alpina “Julia”, era rimasto vedovo dopo pochi anni di matrimonio e pochissimi di convivenza. La guerra se li era presi quasi tutti. L’aveva tenuto lontano dalla moglie per ben due anni, salvo un fugace rientro a casa di tredici giorni, in licenza.

Furono sufficienti? Chi può dirlo.

Fatto sta che al suo ritorno non c’era più chi preparava il pasto ogni giorno, ma ogni giorno un pasto in più da preparare.

La guerra aveva lasciato i suoi segni, e per il padre i russi erano ancora nascosti in cima alla scarpata.

Il Verdo era cresciuto con poche parole, tra una battuta di caccia e l’altra. L’acqua scorreva fresca lungo il ruscello a due passi dall’orto, dietro la baita. Dopo la morte del padre le sue abitudini non erano cambiate di molto: d’estate ripuliva lo schioppo e raccoglieva le patate, d’inverno tagliava la legna e parlava in dialetto con il fuoco.

Tutti sapevano dell’esistenza del Verdo, ma in pochi c’avevano avuto realmente a che fare. Il sindaco gli aveva fatto visita per farsi votare, il prete per invitarlo alla messa domenicale. Entrambi avevano constatato che il povero Verdo non era tuto in bola. La guardia forestale aveva provato a fargli capire i tempi e gli spazi riservati alla caccia, ma con scarsi risultati.

Fortunatamente il Verdo amava spingersi tra i boschi a nord quando cacciava, così se trovava qualche russo gli sparava dietro.

Io l’ho conosciuto per caso, il Verdo. Avevo dieci anni.

Quella sera giocavo ad Alce rossa con alcuni amici del paese. Sapevo che non dovevo allontanarmi troppo da casa, ma il mio piano prevedeva un aggiramento della chiesa e del cimitero, con un attacco dall’alto, alle spalle degli ultimi difensori della squadra avversaria.

Mi spinsi troppo in là, nel bosco. Non avevo paura.  Almeno fino a quando non sentii uno strano verso provenire dall’oscurità. Sembrava un richiamo. Poi uno scricchiolio. Poi un altro. Decisi che era meglio filarsela. Ma fatti due passi nella direzione opposta al rumore finii a testa in giù, appeso ad una corda come un salame.

Delle gambe attaccate a una lunga barba si fermarono a un metro da me. Due occhietti azzurri e vispi, ben visibili anche nell’oscurità del bosco, mi squadravano. La barba si mosse: non ti si mia un capriolo ti. Era il Verdo. Così lo conobbi.

Non diventammo amici. Era impossibile diventare suo amico.

Diciamo che da quel giorno cominciò a capire meglio la differenza tra me e un capriolo.

Ogni tanto andavo a trovarlo per vedere se stava bene, se era ancora vivo, almeno.

Iniziai ad informarmi sul suo passato, provando a chiedere in paese. Tutti sapevano le stesse, poche cose riguardo il Verdo. A nessuno interessava.
 Avevo scoperto che alle poste, in città, c’era un intero scaffale di lettere indirizzate alla sua baita. Erano state tutte spedite da un lontano cugino del padre, sottotenente della stessa divisione ai tempi della guerra. Si era trasferito in America e lì aveva messo su famiglia.

Dopo aver provato per anni a consegnarle al destinatario, mi rassegnai. Ne lessi qualcuna, così per curiosità. Parlavano tutte di come si stava bene negli USA e di quando la famiglia del cugino sarebbe venuta a fargli visita. Erano scritte per metà in dialetto e per metà in inglese.

Al termine di ogni lettera il cugino salutava con insistente premura la madre del Verdo e chiedeva notizie del figlio, Weirdo. Strano.

Mi venne in soccorso il poco inglese studiato durante la scuola per comprendere la maldestra e abusiva resa in italiano del suo nome. E mi fece un po’ di compassione.

Da quel giorno iniziai ad aumentare il numero delle visite al Verdo, anche se la confidenza nei miei confronti restava poca. Qualche cenno, un mezzo sorriso. Poi passò al saluto militare. Negli ultimi tempi mi salutava con un semplice Bocia, e un fischio amichevole.

Gli anni passavano e io crescevo, ma lui restava sempre uguale: due gambe e una barba. E gli occhietti azzurri vispi.

Gli regalai una pentola, poi un paio di stivali, poi un piccolo e scassato televisore.

Quelli dei servizi sociali in città vennero a sapere del Verdo e provarono diverse volte ad aiutarlo, come se il vecioVerdo avesse bisogno d’aiuto. Dopo qualche tentativo, finito con un tiro di schioppo rasente ai piedi dei giovani volontari, questi non si fecero più vedere. Delegarono a me il compito di tenerlo d’occhio. Vennero a sapere del televisore e mi procurarono un videoregistratore con due cassette: Ramboe Apocalipse Now. Manco a farlo apposta.

Dopo le prime resistenze, il Verdo si lasciò convincere e accettò di guardare i film con me, in silenzio. Il giorno seguente lo vidi aggirarsi fiero tra le rocce, con una bandana sulla testa e una collana con due sassolini piatti, a forma di piastrina militare.

Un giorno, durante una delle tante visite, mi accorsi che un po’ invecchiato in effetti lo era. Si muoveva più lento e zoppicava da un lato. La caccia e il taglio della legna diventarono pian piano attività troppo impegnative, anche per uno spirito libero come il Verdo. Non vi rinunciò completamente, ma ridusse le uscite a una battuta di caccia alla settimana, facendosi bastare la legna tagliata e raccolta in autunno.

Fu così che cominciai a procurargli qualche bella bistecca e qualche coscia di pollo. Gli procurai anche una piccola stufetta a pellets. Come sempre, all’inizio, rifiutò con fierezza i miei regali. Ma nel giro di poco si arrese alle comodità.
 Mostrava sempre uno spassoso imbarazzo quando veniva colto in fallo, mentre appoggiava i piedi sulla stufetta, borbottando me piase l’odore del napalm al matin. Parlava sempre e comunque pochissimo.

Il Verdo passò così la maggior parte della sua vita. Non si può dire che non ne fu soddisfatto. La sua felicità era inversamente proporzionale alla sua consapevolezza del mondo, o almeno così credo.

La sua vita da Verdo selvaggio, però, finì quel giorno.

Dei ragazzini in villeggiatura durante le feste natalizie decisero che il paese era un po’ troppo noioso per loro. Avevano sentito delle storie riguardo al Verdo e decisero che stanarlo sarebbe stata un’avventura fantastica. Capitarono proprio durante una delle sue ultime, fiere battute di caccia.

Il Verdo fiutò subito qualcosa nell’aria, lo assaporò con la lingua fuori. Non era il solito sapore della selvaggina. Era un sapore umano, diverso dai pochi conosciuti nella sua esistenza. I russi.

Si cosparse il viso di pece e sterco. Rimase immobile tra le sterpaglie per due ore. Aspettava che i ragazzini ripassassero per il sentiero da cui erano giunti. Li aveva seguiti dall’alto, curvo e avvolto nella sua barba. Tese loro un agguato. Era figlio di un valoroso generale: se si fossero arresi subito li avrebbe solo fatti prigionieri. Ma i russi erano giovani e spaventati, perciò pericolosi, imprevedibili. Fu costretto ad usare le maniere forti. Immobilizzò il primo rompendogli il polso, al secondo ruppe il naso, al terzo una caviglia. Il quarto svenne per la fifa. Il quinto, ahimè, riuscì a fuggire.

Poche ore dopo il Verdo fu catturato e immobilizzato da ben sette agenti di polizia. Erano stati necessari diversi proiettili sedativi per poterlo bloccare e arrestare.

Andai a trovare qualche volta il Verdo in città, al nuovissimo “Hospital For Mental Health”: una moderna struttura nota a livello mondiale per la detenzione delle persone socialmente pericolose, affette da disturbi mentali.

Lì passò gli ultimi anni ciò che restava del Verdo. Stava seduto con lo sguardo fermo e spento. La barba tagliata. Le prime volte mi venne il dubbio che non fosse nemmeno lui tanto era diverso. Poi un giorno, durante una visita, mi si avvicinò all’orecchio, piegandosi leggermente sulla sedia a rotelle. Mi sussurrò: Bocia, i fa tanto i fighi i Americani, ma no i ga neanca la stufa a pelle’ ciò.

Eh no, non poteva essere il Verdo quello.

Il Verdo – Performance teatrale 

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Elogio della rinuncia

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ELOGIO DELLA RINUNCIA

M’è entrato nelle ossa quasi un dolce freddo,
lo chiamano rinunciare.
M’è entrato negli occhi come un rifiuto
che non posso rifiutare.

È così insensato questo giorno
chi me l’ha fatto fare?
e il naufragar m’è così atroce
che non posso rifiutare.

Non posso nemmeno star lì a pesare
se decidevo io
o se decidevano rinunce d’altri,
se questo dolce freddo crescerà
o resterà nei sogni d’altri.

Io non mi abbatto, ci pensano gli altri
ad abbattere la piuma
che, fieri, innestano sulla mia fronte.

E ora che ve lo vorrei raccontare
mi sembra tutto lontano
inafferrabile, meglio rinunciare.

Stasera non mi va di uscire
e forse neanche di mangiare
elogio la rinuncia
come sola vittoria personale.

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Il principe libero, ma non troppo

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Apriamo con una premessa.
Al cinema, tutto d’un fiato, deve esser stato sicuramente un’altra cosa.
Ma ciò non toglie che ci piacerebbe vedere più spesso, tra i canali Rai, film e programmazioni di questo genere, al di là dei giudizi positivi o meno sul film in questione. Va premiato l’intento.
Il film è andato in onda su Rai 1 in due serate, il 13 e 14 febbraio scorsi.
Dopo qualche giorno di metabolizzazione, sono giunto ad una conclusione.
Non si tratta di un film su De Andrè, ma di un film su un’idea umana di De Andrè.
E questo giustifica gran parte delle scelte fatte dagli sceneggiatori, Giordano Meacci e Francesca Serafini, e dal regista Luca Facchini.

Ogni scelta comporta però delle conseguenze: fatico a credere che l’immagine umana evocata da questo film sia la stessa che ognuno di noi aveva in partenza, prima di quei 190 minuti e passa. Può piacere o non piacere, ma sfido a dire che il nostro De André personale fosse lo stesso che abbiamo visto al cinema o in tv.
Questo è probabilmente un pregio del biopic “Il principe libero”, perché non ci restituisce una figura coerente ai lineamenti sempre tratteggiati attorno alla figura del cantautore genovese. È una versione diversa, ma non per questo meno vera. Anzi. Probabilmente lo è molto di più di tutte le reificazioni che solitamente avvolgono le vite private dei grandi artisti defunti, che li mitizzano.
Vediamo un ragazzo insicuro, intrattabile, un perdigiorno viziato e snob, che si adatta alle comodità della vita borghese pur recitando la parte del ribelle. Il giovane Faber passa le giornate bevendo, fumando e andando a puttane, lamentandosi del poco rispetto verso le sue priorità. Mentre l’uomo Faber è piuttosto stronzo, anche se affascinante e magnetico.
La pecca in questo caso è che la premiata scelta prenda la via del sentimentale, della vita privata, e vi resti infelicemente ancorata, tralasciando quasi completamente la realtà artistica, di scrittore di canzoni, di cantore degli emarginati, di cantautore che dà voce all’uomo. Fosse stato dato più spazio a questo lato della sua esistenza, forse avremmo compensato i tanti difetti che il film lascia trasparire. Durante la visione, ascoltando e (ri)apprezzando i testi di De André, mi domandavo come potessero essere usciti dal personaggio interpretato da Marinelli: il film ci lascia pochissimi scorci su come i pezzi siano nati, sulla visione del mondo di De André (praticamente assente) e di come sia stata messa in musica.
E non parlo della visione strettamente politica.
Sarebbe stato interessante vederne la genesi, il modo in cui il vissuto si trasformava in parole perfette. E invece ci resta una sensazione di vuoto, di incompletezza, dell’inspiegabile distanza tra lo svogliato figlio di papà e il genio maturo e consapevole dei suoi pesanti versi.
Per fortuna c’è tanto De André in Luca Marinelli, non si sa bene dove, ma c’è. Non ci assomiglia, non canta e non parla come lui, non lo imita nemmeno tanto, ma così facendo non rischia di scivolare in una recitazione eccessiva, che poteva degenerare facilmente in una caricatura.
La sua interpretazione concede un margine immaginativo allo spettatore, fa in modo che si percepiscano i tratti reali di De André, la sua figura quando cammina tra i vicoli genovesi e le sue smorfie quando indossa gli occhiali da sole. Come tiene la sigaretta, come fuma. Con buona pace di coloro che si sono indispettiti per gli occhioni chiari e per qualche strascico di accento romano.
Ma come mai tanta fiction all’interno della biografia cinematografica di un uomo da sempre portavoce di un messaggio tutt’altro che pop? Vuoi che la maledizione delle programmazioni Rai sia riuscita a conformare ai suoi sdolcinati canoni anche un anticonformista come De André?
Una possibile spiegazione è rintracciabile nella partecipazione  della seconda moglie, Dori Ghezzi. Forse un eccesso di vanità per Dori, che da fonte insostituibile di testimonianze e aneddoti sulla vita di Fabrizio rischia di diventare il catalizzatore primo di tutta la vicenda. La loro storia d’amore è infatti il fil rouge di gran parte della trama, almeno da quando Valentina Bellé (sua interprete) compare in scena.
Motivo per cui credo che il traguardo si veda, ma solo in lontananza.
Motivo per cui milioni di italiani hanno sbottato vedendo il vergognoso taglio della Rai del live finale. Infatti, oltre alla fastidiosissima scelta di troncare i titoli di coda per lasciare spazio a “Porta a porta”, il disturbo è stato amplificato dal fatto che fosse tagliato uno dei pochissimi momenti del film in cui si poteva apprezzare il De André artista, cantante, per di più in versione originale.
Insomma neanche il contentino di arrivare al cartello giallo con una scritta nera.
Però almeno abbiamo visto una “fiction riuscita” su De André, vediamolo mezzo pieno ‘sto bicchiere.

Marinelli canta “La canzone dell’amore perduto”

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Domani sveglia alle 7, giuro!

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Come quando vorresti fare un po’ di tutto e…te ne resti a letto.

Ti svegli a metà mattina, sei riposato, ma senti che manca ancora qualcosina per la “dormita perfetta”.
Ancora un po’, solo un altro po’…

Hai rinviato per mesi un sacco di piccoli progetti perché eri impegnato in cose più importanti, e ti sei ripromesso di realizzarli tutti, a partire proprio da oggi.
Ma, mentre ci pensi, ti sei già rigirato dall’altra parte e forse dormi di nuovo.

Allora, adesso mi alzo, al tre mi alzo e mi metto all’opera: parto con il dare una bella lavata alla macchina, che ne ha un disperato bisogno, poi passo in biblioteca a consegnare i libri dopo un ritardo di ben tre settimane (magari me ne prendo un altro paio su “Storia del cinema indipendente”), poi vado a farmi stringere quel benedetto paio di pantaloni scuri dalla sarta e poi…aspetta, ma quanto fresco è il cuscino da questa parte? Senti che roba! Dai, me lo godo giusto due minuti!

Riapri gli occhi mezz’ora dopo, ma giusto quella fessura che ti permette di scrutare l’ora e allo stesso tempo di non perdere l’abbiocco.
Preso da un improvviso spirito d’iniziativa scosti leggermente la coperta sbadigliando: e ti senti già un vero eroe.

– Uno di quei rari attimi di lucidità della giornata, che ti permette di bisbigliare “anche oggi ho fatto il mio”; ma lo bisbigli soltanto, perché hai troppa paura che la tua coscienza ti senta, e se ti sente poi sono guai. Lo sai bene –

Ora tra te e la lista di cose da fare c’è solo la colazione, senza dimenticare che è il pasto più importante della giornata e necessita senza dubbio del suo tempo e delle sue attenzioni.

Tic,tic,tic.
Ci mancava pure la pioggia, leggera e morbida, sembra li apposta per accarezzarti mentre richiudi gli occhi, ti rilassa meglio del Valium.
Reagisci.

Miracolosamente raggiungi il bagno, il lavandino, ti specchi: ti vedi ancora sfocato, tutto, attorno a te, è ancora piuttosto sfocato.
Ma vai avanti, procedi con crescente coraggio e intraprendenza.

Ti lavi, ti asciughi, ti vesti, ti rispecchi… finalmente ti sembra di riconoscerti.
Scendi le scale accelerando il passo, mentre decidi che la colazione la farai fuori, giusto per non perdere la botta di entusiasmo che improvvisamente ti ha colpito.

Prendi il necessario per le tue commissioni, infili al volo le scarpe dando un’occhiata fuori dalla finestra, ha già smesso di piovere e dalle nubi si sta facendo largo un buon sole. E bici sia.

Mentre pedali si alza una leggera brezza, provvidenziale.
Sfrecci in contromano da un vicolo all’altro per evitare il traffico, pedali, pedali, pedali, ormai sei lanciato, i semafori verdi, i pedoni che si scostano, le macchine che ti danno la precedenza…fino a quando non arrivi all’ultimo incrocio prima della destinazione, ti affacci a malapena buttando l’occhio solo da una parte e non ti accorgi della vecchietta col Suv dall’altra e…SBAM!

Ti svegli che sei ancora nel tuo letto, ma girato dal lato fresco del cuscino.

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15 ottobre

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Qualche volta l’autunno, ovvero quel moderato portinaio dell’inverno chiamato anche, forse in un eccesso di fantasia, l’orefice degli alberi, riserva nelle tasche altrimenti tiepide qualche coriandolo estivo – quasi come un’irrinunciabile e divertita eredità –, un chiarore fresco che tutto l’azzurro oggi ce lo bacia forte addosso. E’ ottobre, ma s’alza ingenuo il soffio caldo sulle tegole tutte del creato, manca il sonno alla corsa delle lucertole, il pomodoro e basilico degli orti stanno increduli nei loro colori, mentre il sole casca gentile sulla bigiotteria morbida delle foglie a terra.
L’inverno sbircia ormai dietro l’angolo del mese prossimo, ma su questo luminoso tappeto giallo-arancio-marrone un cielo sbarazzino ci prende in giro un po’ tutti, e noi coll’insolita carezza sulla pelle stupiti ci caschiamo.

 

(Autunno, o l’orefice delle foglie… è mai eccessiva la fantasia?).

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Tentazione rurale

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Torneremo tutti
un giorno forse
alla terra,
le mani nostre
urbanizzate
getteremo
nel camino
come gusci
di mani vere,
la povertà
ci insegnerà
altri amori
altre miserie…
vivremo forse
con l’ascia
sul cuore
o nella carne,
lasceremo certo
del sangue buono
sul capo
d’ogni carezza.

 

(Michele Trunzo, 2015)

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La generosità, o qualcosa di molto simile

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Un adulto e un altro uomo forse un po’ più adulto sono seduti in un chiosco lungo mare.

Il primo sorseggia un caffè shakerato, con due cubetti di ghiaccio. Il secondo sta aspettando la correzione del suo di caffè. Entrambi scrutano l’orizzonte frastagliato delle onde a pochi metri da loro, con gli occhi semichiusi per il riflesso del sole e con una smorfia bizzarra sul volto.

I due hanno coltivato nel corso degli anni una singolare abitudine: durante i mesi estivi si trovano in un bar qualsiasi dopo la pausa pranzo, e discutono un nuovo argomento ogni giorno. Qualche volta il discorso si rivela più interessante e intrigante del previsto, e allora si protrae anche per diversi appuntamenti. Una volta i due sono andati avanti un mese a parlare dei messaggi subliminali all’interno degli spot pubblicitari, sconfinando in discorsi filosofici di discreta cultura.

Oggi tocca all’adulto introdurre l’argomento. Tutto parte da un profondo dubbio: – può esistere un’azione umana frutto di pura, viscerale e incontrastata generosità, di un altruismo disinteressato verso il prossimo, che sia ancora più casto, ad esempio, delle offerte caritatevoli?

Agli occhi e alle orecchie del compagno di chiacchierata la domanda suona subito molto sciocca. In un primo momento gli viene da ridere per l’ingenuità del più giovane adulto, e vorrebbe quasi indirizzare il dialogo altrove. Ma il più giovane continua: – Cosa ci può essere di più puro di quelle? Se ci pensi, in fondo, anche il fare l’elemosina è un atto mosso da un ponderato intento egoistico, un egoismo perverso se si vuole, ma pur sempre qualcosa che aiuta a ripulire la coscienza e a placare le preoccupazioni scaramantiche del quotidiano.-

Anche il più vecchio adulto sembra ora spiazzato da questo approfondimento, e abbandona l’atteggiamento affettato di pochi istanti prima. Comincia a riflettere. Restano entrambi in silenzio, pensierosi.

– Ma dai, che stronzo a non farti neanche i fari con un posto di blocco della polizia poco dopo! Robe da non credere! Io li faccio sempre, tanto non mi costa nulla…-

I due si voltano, indispettiti. Nell’istante in cui si voltano, elaborano però il senso nascosto dello schiamazzo fastidioso. La barista imbellettata, impegnata in un acceso dialogo con un cliente fisso (super fisso) allo sgabello, ha involontariamente dato loro una risposta più che appropriata, con invidiabile tempismo. Ha sciolto il loro dubbio esistenziale, il resto lo fa il più vecchio adulto, con la strada ormai spianata.

-In effetti come si può non ritenere un gesto puramente generoso il semplice avvertimento nei confronti di uno sconosciuto che arriva dal senso opposto e del quale non sappiamo nulla né mai sapremo nulla, e lo stesso lui di noi. È un atto di spassionata generosità, senza alcun dubbio.-
I due hanno continuato il discorso senza distogliere un secondo lo sguardo dalla barista e dal cliente, quasi presi da un flusso di coscienza e da un rigetto spontaneo della mente, senza accorgersi che ora il loro sguardo pesante è ricambiato da uno sguardo altrettanto sorpreso. La barista imbellettata, la più abituata di tutti a certi stalli alla messicana, sorride loro e ammicca. I due adulti si girano, imbarazzati e accaldati, asciugandosi la fronte con il dorso delle mani. Tornano a scrutare l’orizzonte, l’uno sorseggiando e l’altro aspettando, senza fretta e senza più una parola. Per oggi sono soddisfatti.

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«Cos’è il tramonto?»

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EPILOGO DI UNA GIORNATA AL MARE COL CUGINETTO

Finì tutto una calda sera d’agosto, dopo un giocoso pomeriggio al mare, bruciati entrambi allo stesso modo. Tornammo a casa nell’arrivederci calante del giorno. Un’estiva Seicento nera, i costumi ancora bagnati, le gambe impanate di sabbia fino alle rotule. Casa mia sta su un cocuzzolo di terra, in mezzo al verde. Si vede il mare da lassù.
S’aggrappava isterica alle salite l’auto, tra sale e sudore. Nodosi ulivi bordavano il tragitto. Nella polvere del nostro andare lucertole sparivano coda all’aria nei muretti di pietra. Il profumo di macchia entrava dai finestrini giù, qualche cicala s’attardava fiacca all’ultimo canto.

Parcheggiai sulla stradina, a guance cotte scendemmo dal motore. Ci guardammo con intesa, soddisfatti. Nei suoi occhi di cuginetto c’era uno schietto commento: io ho otto anni, ma tu, alla-tua-età, bruciarti-in-quel-modo.
A pochi passi dal recinto, nell’aria già allusivo l’odore buono di cibo, qualcosa di magnetico ci arrestò. Era un tramonto di brace quello sospeso sul mare, non mi riusciva di staccare gli occhi.

Intanto il piccolo portò il dito alla bocca, poi guardandomi lo scagliò rapido verso l’orizzonte. «Cos’è il tramonto?».

Un che di solenne e serio mosse quel gesto bambino, non avevo altra scelta, dovevo improvvisarmi poeta e saggio, e la cosa, da buon cialtrone, più che spaventarmi mi gasava parecchio. Iniziai: dunque, il tramonto lo si può intendere in due modi:

1. è anzitutto pausa del mondo, momento in cui una vibrazione calda stravolge di quiete il creato, tutto rallenta in un gesto di goduta contemplazione, si fermano gli ingranaggi della terra, i gabbiani planano senza battere le ali e nel tenero rossore s’ammorbidiscono pure gli scogli

2. ma è pure pausa dal mondo per l’uomo che, ubriaco d’incantesimo, lascia cadere ogni labirintico pensiero: il sole ne assorbe naufragandole con sé in mare le frenesie. Perfino l’uomo più insensibile ne resta vittima salvissima. E nel quotidiano fracasso sordo tutto si tace in quel lento espandersi di colori che insegna ascolto ai cuori e…

D’un tratto mi prese la mano, tirandomi. «Mi sembra solo un abbraccio bellissimo tra il giorno e la notte. Andiamo a mangiare?».

***      ***     ***

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Perché ci piace Twin Peaks

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In occasione dell’uscita della 3a stagione, parliamo un pò di Twin Peaks.

A distanza di 26 anni David Lynch ha deciso di riprendere e proseguire le trame di una delle storie che più ha influenzato e rinnovato il suo genere. Molte domande sorgono allora spontanee: Perché aspettare tutto questo tempo? Perché rischiare questo salto nel vuoto in una realtà di pubblico filoserietv forse al suo acme storico? Perché andare a toccare un cult che è diventato tale anche per il momento artistico in cui è uscito? Perché?

La risposta rimane un segreto, proprio come quelli che piacciono alla premiata ditta Frost-Lynch. Ma ad una domanda forse possiamo rispondere: perché tutta questa scalpitante attesa e questa frenetica corsa al recupero delle due precedenti stagioni, mettendosi al passo o solo rinfrescandosi la memoria? Perché ora Twin Peaks (ri)possiede tutto questo fascino?

In primis, per fortuna o purtroppo, Twin Peaks piace per un semplice motivo: perché è di moda.
È di moda innanzitutto perché è una serie TV, e le serie TV sono molto in voga al momento.
È di moda perché narra una vicenda insolita, non conforme alle canoniche trame dei thriller e dei gialli odierni. Rientra quindi nella sfera dell’alternativo, ormai paradossalmente più di moda del mainstream stesso, nell’eterno moto circolare delle tendenze.
È di moda perché è una serie vecchia, quindi considerabile come vintage, un fiore all’occhiello per gli intenditori e gli amanti del recente passato, soprattutto in questo periodo di revival anni ’80 e ’90, sia nel campo musicale, sia in quello della moda in senso stretto, intesa come abbigliamento e stile.
E poi sa molto di nostalgia per gli over 35 che amano ripetere frasi come ma che ne sanno i 2000.
È di moda perché tocca molte tematiche altrettanto di moda come il misticismo e le filosofie orientali, da sempre punto di riferimento per l’orfico modus operandi di Lynch.

In secondo luogo, va detto, Twin Peaks piace perché è un telefilm di qualità. Nei primi anni ’90 ha cambiato il modo di girare e dirigere una serie Tv, così come il modo di guardarla, influenzando molti futuri epigoni. Ancora oggi sorprende e affascina per la regia e per la sceneggiatura.
All’interno di ogni puntata si passa dal genere comico, con scene al limite della parodia delle sit-com anni ’80, a sequenze inquietanti e d’impatto psicologico notevole. L’ansia percepibile in certi passaggi non è frutto di particolari effetti speciali, tutt’altro, si basa piuttosto sulle capacità dietro la cinepresa di Lynch, in grado di far venire i brividi semplicemente (si fa per dire) portando all’estremo le smorfie dei volti protagonisti, con giochi di luce e ambientazione.
In Twin Peaks non si sa mai cosa aspettarsi nella scena successiva, peculiarità molto rara, specie nelle standardizzate trame odierne, che rappresenta un’ottima cartina di tornasole per comprendere il peso artistico di questo telefilm.
Come in tutte le serie Tv la caratterizzazione dei personaggi è un notevole punto di forza, che instilla nello spettatore un crescente valore affettivo destinato a creare degli pseudo-idoli, con la loro personalità e le loro manie, che li rendono unici ai nostri occhi. E se si apprezza un umorismo surreale e insolito si ride pure.
E se poi in sottofondo crescono le due note più toccanti, appassionanti, inquietanti e penetranti che si possano sentire in un telefilm, il gioco è fatto: potentissimo punto di forza è proprio la colonna sonora di Badalamenti, in coabitazione con il meraviglioso motivo di apertura tratto dal brano di Julee Cruise Falling (la cantante appare anche in alcune puntate).
A tutto ciò subentra infine il provvidenziale cliffhanger alla chiusura di ogni episodio, il più classico dei trucchetti di genere che permette di andare a colpo sicuro e di far ritardare di un’altra oretta il ritiro notturno per guardare un episodio in più. Quasi mai risolutore o del tutto soddisfacente, tra l’altro.

Detto questo forse possiamo biasimare Lynch per questa decisione, per aver voluto girare questa terza stagione che difficilmente manterrà le aspettative e facilmente deluderà: andare a mettere le mani su quello che possiamo già definire come un classico, un vero cult, non è mai una buona idea, anche se ne sei l’artefice primo. Ma se poi vai a pensare che Laura Palmer aveva avvertito per tempo l’agente Cooper riguardo questa lunga attesa, allora non puoi certo prendertela perché il suo creatore ha mantenuto la parola ed è stato coerente: e la coerenza in Lynch, guardando alle sue opere, non è molto spesso di casa.

Breve e interessante video in cui Badalamenti spiega com’è nato il brano “Laura Palmer’s theme”

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Il cuore di tanti viaggi

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Tenda di sporco, gocce ormai asciutte, polvere e terra… solito vagone italiano. Sembra un treno assai stanco questo: sedili fiaccati, portarifiuti sazi alla nausea, pavimento da miniera.

Siedo al finestrino, l’estate filtra dal vetro e mi pesa tanto sui ginocchi che scivolo sul sedile come portato dai sudori. Il poggiatesta invita alla cautela, ma poso il capo convinto: oggi sono feccioso più del vagone e non m’importa, ho con me pagine, musica buona, stazioni care; l’animo sereno.

Sul bracciolo fiacco una parola d’amore a pennarello azzurro, a terra una forcina fra briciole di pane e appetiti lontani. Fermo gli occhi, li allineo alla fantasia: penso a quanta vita rimbalzata qua e là è passata nella corsa di queste rotaie, ai milioni di storie sui binari, bagaglio e desiderio fin dal tempo della locomotiva. E questo giorno d’agosto forse siedo nobilitato sui detriti e sull’unto di chissà quale gioia.

Il treno passa lento in mezzo alla campagna, non funziona il condizionatore e vorrei abbassare il finestrino bloccato, respirare l’odore dei campi intanto che senza freschezza piano si svela la sera. Appoggio allora al vetro la testa sudata, fuori è tutto una giostra d’attese, potenziali traguardi covano nei colori belli d’ogni cosa.

Domani qualcuno sederà al mio posto, su questo treno che sembra stanco ma non è. Mi domando se al prossimo vagabondo il segno della fronte mia sul vetro sembrerà sporcizia oppure traccia di un cuore sereno.

Il treno di Cocciante è un’altra cosa, il suo treno è la metafora malinconica di una vita che è fatta di rimpianti, dolcezze mancate; il suo treno della vita corre forte, tanto veloce che a voltarti non puoi non essere nostalgico di ciò che solo ieri era quotidiano – l’infanzia, l’adolescenza, i genitori, gli amici, le bischerate, il primo amore – , e oggi non c’è più, e oggi è soltanto ricordo, sofferto ricordo.
Il treno per me è uno dei brani più belli e sentiti della canzone italiana e lo rievoco qui perché in ogni treno, in ogni viaggio al finestrino per me c’è Il treno di Cocciante, malinconie a parte.

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Il pastore soldato – Dal taccuino di Bolzano

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In memoria di P.T.

 

Non parlavi, della Grande guerra non parlavi,
di essa solamente piangevi.

Un gran silenzio per te la guerra,
avevi capito tutto:
la guerra è dove mancano le parole.

Tornasti poi tra i pascoli delle alture bruciate,
per scordare, per provarci.

Seguivi con gli occhi le tue bestie
che giornate intere brucavano l’erba,
fiutavano la terra che gli uomini solo
sanno turbare in trincea.

Continuasti a seguirle fino alla fine,
con quegli occhi che però non seppero dimenticare…

Della guerra non parlavi,
non custodivi parole della guerra,
non custodivi nulla oltre alla vita morta,
oltre alle croci senza un fiore
le lacrime, il ricordo.

Passammo alcuni giorni di calma. L’artiglieria nemica non tirava. Noi non avemmo neppure un ferito. Per noi, fu un vero riposo. Quante ore passate al sole, addossati alle rocce, lo sguardo vagante, con i nostri sogni, sulla pianura veneta. Come era lontana la vita, da noi!
(E. Lussu)

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Dal taccuino di Bolzano – Civita di Bagnoregio

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Appollaiata nell’attesa del colpo di grazia
piano muori dello stesso tempo che oggi ancora ti fa immortale;
consuma i tuoi fianchi lo scorrere dei giorni
sarai domani ahimè ricordo vago, polvere.

Non so spiegare,
ma ho lasciato un che di mio fra le tue pietre…
un bel silenzio sul cuore
lo stupore ferito che forse è un addio.

In questi paesi, i nomi significano qualcosa: c’è in loro un potere magico: una parola non è mai una convenzione o un fiato di vento, ma una realtà, qualcosa che agisce.
(C. Levi)

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Intervista breve, brevissima – il cinema per un padre di famiglia

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FLANEURS TROUPE

À la recherche

Breve intervista a un giovane padre di famiglia con la passione per il cinema. Esemplare molto interessante. La troupe è molto fiduciosa ed entusiasta, speranzosa di raccogliere un’altra testimonianza utile per la ricerca. Ricordiamo che per essere definita “utile” la risposta dell’individuo deve rivelare un sentimento vero e sincero verso il campo artistico in questione, libero da frivole influenze di costume o simili.

L’intervistato risponde ad una semplice, ma neanche troppo, domanda personale, riguardo alla sua passione per il cinema. Procediamo.

  • Caro Signor F., come sta? Innanzitutto la ringrazio per la sua disponibilità e la informo, caro Signor F., che le sarà fatta una semplice domanda riguardo quello che lei hai definito più volte nell’arco della sua esistenza come la sua prima, a sprazzi forse la seconda, vera passione. Non so se lo sa, ma noi ci occupiamo di individui con un interesse sentito per l’arte. Sì, sì, lo so, è diventato un lavoro duro, però qualche rara soddisfazione ce la leviamo anche io e la mia troupe, non possiamo negarlo. La informo inoltre, ahimè, che la sua risposta sarà tagliata nei punti superflui, sintetizzata in quelli non così fondamentali e semplificata nel caso il linguaggio che utilizzerà risulti troppo complicato, o ermetico. Disposizioni che ci sono imposte dai piani alti. Non ci sarà né introduzione, né finale e le chiediamo di rispondere in modo conciso e diretto. Procediamo.
    Allora Signor F., se dovesse descrivere da dove nasce questo debole per la settima arte, da cosa scaturisce, come lo descriverebbe?

Sai quando guardi un film e s’insinua in te un lontano sentore, un presentimento, uno stato d’animo che una certa scena ti suscita? Quando riesci a percepirlo e gli permetti di entrare? ecco, si apre una voragine interiore, da pelle d’oca. Purtroppo altre volte lo lasci lì, a distanza di sicurezza, non ti fai sopraffare da questo richiamo fumoso e troppo leggero, come quando un bambino molto piccolo ti strattona piano per i pantaloni per mostrarti una cosa molto banale, che però lo diverte, mentre tu magari stai parlando con la sua maestra, e gli passi una mano sulla testa come per accontentarlo, per fargli credere che hai visto anche tu il vostro cane starnutire. Ma in realtà non ci dai realmente peso, non gli concedi l’attenzione che meriterebbe. Lo stesso capita con certe riprese e certi dialoghi nei film, dove non ti fai coinvolgere troppo, perché ciò richiederebbe un leggero sforzo che non sei disposto a fare in quei momenti.
Forse hanno ragione Loro, quelli che guardano i film così tanto per, che si intrattengono mentre sono comodamente sdraiati sul loro divano, con una coperta sopra e qualche dolcetto da sgranocchiare, chi glielo fa fare uno sforzo in quel momento? Eppure gli si aprirebbe un mondo, un vuoto dentro la loro pancia verrebbe colmato e così potrebbe accadere altre volte, se imparassero a cogliere quel docile strattone della loro sensibilità. Oh certo, c’è chi deve mettersi la cintura di sicurezza per non lasciarsi prendere troppo dalla sua sensibilità, perché non è portato naturalmente per queste cose, è nella sua indole. E c’è anche chi ha la sensibilità di un palo della luce, o non ce l’ha del tutto. Di conseguenza però rivela la sua inettitudine anche in altri campi, dove non mostra alcuna compatibilità proprio perché non sviluppa questa intelligenza sensibile.

  • “Impara a lasciarti strattonare dai film e non permettere a nessuno di strattonarti a scuola” questa è un pò il suo credo, il suo motto, la sinossi di tutto il suo modo di vedere il mondo, il suo piano inclinato rispetto alla realtà. Fine dell’intervista.

Prima impressione piuttosto soddisfacente. L’individuo sembra nutrire un interesse autentico per l’argomento, anche se presenta dei forti momenti di insicurezza nei confronti del proprio sentimento.

Il risultato finale è rimandato a stasera, dopo la riunione di giornata della troupe.

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Pausa caffè

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Pausa caffè. La prima della giornata.

Ti avvii verso il baretto (perché il caffèttino della pausa studio non lo bevi al bar, ma al baretto), quello all’angolo, in fondo alla via, in posizione strategicamente studiata all’interno dell’equilibrio urbanistico della città, tale da concederti deliziosi tre minuti di passeggiata all’andata, e cinque al ritorno: il ritorno al dovere è sempre psicologicamente più difficile, e richiede perciò più tempo.

In realtà non si tratta di una vera pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso è stata inesistente.
Oh, checcevuoifà… ti sei dovuto alzare quasi un’ora prima del solito stamane, costretto dalle analisi del sangue, prenotate dalla mamma ad un orario a dir poco infame: “Scolta me! A quell’ora non c’è praticamente nessuno e ti eviti tutte le vecchiette, sai che quelle arrivano in massa e ti fregano il posto”. Eh sì, quello è il loro habitat naturale, ci sanno fare, c’è poco da dire. Era un piano perfetto.

Ma torniamo alla pausa caffè. Anzi al motivo per il quale non hai il diritto di definirla pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso…ecc ecc
Ospedale. Sala prelievi. Con questo freddo il contatto con la punta dell’ago è un piccolo trauma, nonostante l’anestesia naturale conferita dal dolce stato di dormiveglia. Zac, cerottino e via. Il lato positivo è che adiacente all’ospedale si erge il Bar, quello senza vezzeggiativi, e puoi così approfittarne per fare colazione fuori.
– Allora… Per me un cappuccino, una brioche alla crema e una fettina di strudel. Ah! Anche un succo alla pera, grazie. Consumi, paghi e sorridi perfino.

Ormai sei sul pezzo, attivo. Sprezzante, impavido, non sei tornato alla sicura dimora e hai preso la via dell’aula studio. Comincia ad alzarsi anche un pallido sole e tu cominci a riflettere con lucidità sul da farsi. Nelle riflessioni non sei mai stato un drago e il pensare troppo non ti è mai stato d’aiuto, quindi cerchi di non esagerare e di restare entro i limiti. Umile. Ma neanche troppo.
Parcheggi e intraprendi il red carpet verso l’entrata dell’aula. Avvicinandoti senti l’energia che cresce, passo per passo, sei concentrato sull’obiettivo. I clacson non ti disturbano, il venticello ti sfiora appena, gli uccellini intonano una sinfonia solenne, un cagnolino abbaia dopo il bisognino, il sole s’impone ormai vincitore, l’ultimo scalino sembra una rampa verso il successo. Ma la porta dell’aula è chiusa. Riprovi. Ma è ancora chiusa. Riprovi, con la rincorsa. Sigillata.

Aspetta! hai fatto un doppione delle chiavi proprio la settimana scorsa!
Ma le hai lasciate a casa, non sei ancora abituato ad averle d’altronde.
Chiami il sultano dell’aula, sperando che lo studio rientri nei suoi programmi della mattinata. Sono 33 anni che non rientra nei suoi programmi, ma stamattina sei fiducioso, sei ancora supportato dall’energia di poc’anzi. E anche il cagnolino crede ancora in te e scava una buca li vicino per dimostrartelo.
Il sultano risponde, attenzione. In due minuti è li da te. Arriva, ti saluta, apre. Prendete posto, tutto sembra pronto, le avversità superate. Ma il sultano ha qualcosa che non va, appoggia lo zaino alla sedia, tira fuori un libro e una matita, ma non si siede ancora. Ti guarda, come per comunicarti qualcosa di profondo, atavico.
– Beh oh fenomeno, ce lo faremo almeno un caffettino no? Mi tiri giù dal letto e mi fai fare le corse!
Dai andiamo da Loco, ci mettiamo un attimo.

La fine.

Epilogo:

Tu e il sultano da Loco, dopo varie e inenarrabili peripezie.
– Allora cosa prendete?
– Aspetta, che ore sono?
Spazientito – Le dodici, mezzogiorno.
– Mezzogiorno? eh niente, niente allora, cosa faccio? prendo un caffè a mezzogiorno? è troppo tardi per un caffè. Buon pranzo Loco.
Loco ti fissa, sbigottito e alterato. Ti allontani cauto ma lesto. Sei di spalle. Senti la portata dei suoi occhietti vispi ed acquosi dietro di te, acceleri il passo e quasi inciampi. Ma ormai sei fuori dal bar, libero di perdere la giornata altrove.

Un vero dialogo da pausa caffè, sull’orlo del surreale – Coffee and cigarettes, “strange to meet you” (Roberto Benigni & Steven Wright)

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Il compleanno di Pochette

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IL COMPLEANNO DI POCHETTE

“La grande distinzione tra me e te sta nella ricerca della pace interiore, la pace dei sensi: tutti e due la cerchiamo più o meno consapevolmente, ma con modalità diverse. Io credo sia più importante partire direttamente da essa, per riuscire a non aver bisogno di altro per raggiungerla; la trascino a me escludendo l’esistenza di vie che mi ci possano portare, evitando qualsiasi rischio di svegliarmi da qualche sogno irrealizzabile. Tu invece, piccolo uomo, credi nell’esistenza di percorsi ben definiti per raggiungerla, percorsi che secondo dei modelli universali di varia origine possono portare a questa sorta di nirvana. Ora la domanda è…sono più furbo io che vedo la disillusione di tutti questi tentativi e rinuncio a provare a fare sforzi, basandomi su uno scetticismo di fondo, oppure tu, che, provando tutte queste strade prestabilite, vivi di illusioni, ma proprio perché sono illusioni non te ne rendi conto fino a quando la Disillusione, la doccia fredda, risulta evidente.”

“Sempre se qualcosa non mi ammazza prima.”

“Sempre se qualcosa non ti ammazza prima… Ecco! Ecco forse la giusta via è proprio quella, quella di vivere nell’illusione sperando che qualcosa ci porti via prima di aprire gli occhi.”

Sognava? Era in dormiveglia? Non sarebbe riuscita a dirlo con certezza, con certezza riusciva a dire ben poche cose della sua esistenza. Forse era addirittura una riflessione troppo matura per una come lei, eppure qualcuno avevo messo quei due li a discutere davanti a lei.

Poi rivide una bocca, per un breve minuto, che le sorrideva sorniona ripetendo frasi come – Anche a me piace molto il cantautorato, soprattutto quando si parla di metafore ed esotismi esoterici. Poi comunque non si può prescindere da certi generi musicali, pur riconoscendone le evoluzioni attuali… Dai piccola,  guarda che atmosfera, sentila… Tu sei la cassaforte dei miei desideri stasera, non mi resta che trovare la combinazione, o forse basta solo una semplice, banalissima chiave… Bevi! -.

Nel giorno dell’anniversario della sua nascita Pochette si alzò prima del solito, prima della sua gatta. Chissà se prima dormiva o era già sveglia da un po’. Era in quello stato di disorientamento di chi spezza la propria routine, in modo del tutto fortuito e involontario. Guardò l’ora proiettata sul soffitto, consapevole che non si sarebbe più riaddormentata. Scendevano minuscole lacrime dagli angoli dei suoi occhi. Che sonno. Che freddo. La colazione era pronta dalla sera prima: amava tirare fuori dal frigo lo yogurt nelle notti di primavera, giusto per farlo stemperare al fresco del granito in cucina. Poi vi aggiungeva qualche biscotto integrale, un paio di fichi (fichi? chi mangia fichi a colazione?), un’arancia. Se aveva appetito rincarava anche con altri biscotti al cacao magro, senza olio di palma. Il menù però poteva cambiare in base alla stagione, molto spesso anche in base all’umore.

Essendosi svegliata più presto del suo solito poteva godere del contenuto entusiasmo del mattiniero, un vaporoso, inconsistente senso di soddisfazione dato dalla fugacità nell’osservare tutta la sua via con una luce diversa. Era limpido, poteva vedere oltre la prima palazzina fino all’obelisco di fumo di una fabbrica più in là. Si mise a pregare adagiata al letto, supina. Non lo faceva mai, quella era la prima volta che pregava e ve lo posso riportare con una certa sicurezza visto che non si capiva bene a quale entità divina si stesse rivolgendo, mentre improvvisava una simpatica coreografia roteando le braccia e su di esse i polsi. Era mezza nuda, o mezza vestita dipende sempre dai punti di vista. Di certo vi trovava qualcosa di mistico in tutto questo, e le piacque molto il suo nuovo rituale.

Tutta quell’aura di sacralità fu stroncata dal fulmineo ricordo del suo compleanno: non era mattina da buia, intima colazione in cucina. Prese ispirazione da un pulviscolo che si librava sopra le scartoffie in salotto e che finì fuori dalla finestra, accolto dal primo raggio di sole, già fastidioso a rovinare quella mattina già così insolita. Uscì dalla finestra anche lei, alla ricerca di una nuova vaporosa emozione: non erano state sufficienti la sveglia mattiniera e la preghiera improvvisata. Raggiunse allora il cafè AbeCEdario, dove non era mai entrata nonostante la vicinanza al portone della sua palazzina. L’aveva sempre attirata con quelle insegne datate e gli strani individui che ci ronzavano attorno. Mentre si avvicinava fu presa da invidia verso tutti quei clienti fissi che potevano permettersi il lusso di entrare e salutare un po’ tutti, con un cenno a Dario e un ammiccamento malizioso alle cameriere meno rottamate. Tutti che esordivano con dei – Buondì Dario – o – Signor Dario, buongiorno – e si sentivano rispondere – A lei Franchetto, buongiorno a lei…il solito? -.

Si, era proprio invidia. Se li vedeva già, sempre lì, sempre al solito orario, chi con il quotidiano sottobraccio consapevole che sarebbe servito solo per sbirciare nella sezione sportiva, chi con niente in mano e niente neanche in tasca ma sempre pronto e vigile a cogliere qualche opportunità, chi con il cane da caccia al suo fianco senza guinzaglio, cliente fisso pure lui, chi non si sa come sempre seduto all’angolo buio del locale senza muoversi mai davvero, nonostante il repentino cambiamento dei riflessi solari durante la giornata. Pochette entrò con fare risoluto, e si sedette su uno sgabello al bancone. Dava le spalle agli astanti, e questo le dava sicurezza ma anche un senso di mistero e curiosità. Ordinò dopo una lunga riflessione e dopo aver cercato più volte l’attenzione di Dario, uomo di mezza età ma con ancora tutti i capelli, tutti neri e ben pettinati in stile retrò, perciò cinico e opportunista. Stranamente non portava però il baffetto. Uno dei clienti fissi era un uomo sulla trentina, vestiva in modo strano ma affascinante, di un trascurato un po’ costruito che tanto piace alle ragazze more, specie a quelle ancora studentesse all’università. Fuori cominciò a piovere, all’improvviso, e a Pochette prese una strana sensazione che le fece cambiare l’ordine, visto che il precedente non era abbastanza adatto al luogo e in più non si addiceva per nulla alla pioggia. Il nuovo ordine le dava invece un certo tono. Voleva pagare subito per togliersi il pensiero e consumare in santa pace, ma il portamonete trascinò fuori con sé quasi tutto il contenuto della borsa. Patente, tessera sanitaria e una mentina finirono addirittura dentro una tasca aperta dell’uomo sulla trentina. Mentre un’altra mentina sorvolò il bancone e si cacciò nel barattolo delle offerte benefiche. Nessuno si accorse di nulla, sempre se non consideriamo l’uomo nell’ombra.  Il trentenne quasi non se ne accorse in un primo momento, almeno fino a quando Pochette non provò a frugare nelle sue tasche con le mani rossastre, in modo goffo. L’uomo fece un salto indietro ma capì subito dal viso della giovane che non poteva essere un tentativo di furto. Frugò nelle sue tasche e tirò fuori l’insolito malloppo, scrutandolo con attenzione come se venisse da un altro pianeta. Poi sorrise, si lanciò in bocca la mentina e si presentò. Pochette imbarazzata ringraziò e rispose in modo educato presentandosi a sua volta, ma l’uomo ne anticipò nome e cognome simulando un trucco di magia psichica, con le braccia tese verso di lei. Dopo una breve conversazione Pochette decise che si era già stufata di quella compagnia, la trovava noiosa e obsoleta. Inventò un appuntamento improvviso, allontanandosi senza pagare. Dario se ne accorse poco dopo e inchiodò al tavolo l’uomo costringendolo a pagare anche per lei, nonostante il rapporto d’amicizia che li legava da tempo. Pochette difficilmente sarebbe tornata in quel posto, anche se la colazione era stata molto buona. Forse sarebbe tornata scusandosi per la dimenticanza, sperando di non ritrovare l’uomo o quantomeno di non gettare più documenti e mentine in giro per il locale.

Prese la macchina e salì lo scivolo di casa. Voleva andare al “car wash” per una ripulita. Era ancora mattino, e non c’era neanche troppa fila per il lavaggio. Quando conosceva la destinazione ma era indecisa sul percorso, agli incroci svoltava sempre a destra. Se c’erano cartelli stradali però notava solo quelli alla sua sinistra, cioè di sicuro la percentuale minore, di solito infatti sono alla destra rispetto al senso di marcia, o al limite rialzati sulla strada. Anche questi ultimi tendeva a vederli e seguirli. Arrivata trovò il solito omino del “car wash” al solito posto. L’omino chiese se avesse la tessera fedeltà dell’azienda, per usufruire dello sconto fedeltà. Pochette allora la consegnò contenta di sfruttare una volta tanto quelle tesserine inutili che si tengono dicendo “mah, magari un giorno servirà, non si sa mai..” anche se c’è da dire che la tessera fedeltà si basa su un rapporto fisso, coerente, assoluto, fatto di costanza e scambio reciproco di favori tra cliente e azienda. Mentre pensava tutto ciò l’omino alzo la testa dal corpicino giallo e con un sorriso di cortesia le disse: – Ah ma guarda un pò…Auguri signorina! -, e per la seconda volta in quel giorno Pette (così la chiamavano le amiche) si ricordò del suo compleanno.

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Il completo del figlio

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Non sapeva se sarebbe riuscito a dirglielo. Era tutto vestito di nero, con quel tocco di novità giovanile che ogni futuro marito cerca di mettere nell’abito del suo futuro matrimonio. Ognuno di loro è lì che pensa “questa cosa antiquata, le darò io quel tocco in più, e come saremo belli noi giovani a fare queste cose antiquate, ci darà quel sembiante di eleganza dato dalle cerimonie antiche, latente in ogni cerimonia matrimoniale”. Entrò il padre, con una giacca lunga, troppo lunga. E una camicia stretta attorno alla sua figura, con portamento di chi sa di essere vecchio, ma proprio nella sua consapevolezza e nel suo menefreghismo per la tal cosa, guadagna un atteggiamento giovanile, insolito. I capelli candidi erano la leggerezza di chi ormai pensa di aver capito tutto dalla vita, e anche se non è così per lui è così. Punto. Mancava un mese o giù di li al matrimonio. Il padre sorrise vedendo il figlio in quel completo scuro, con quel taglio che pareva stesse indossando indumenti del fratello minore (ma chi dei due aveva ragione? chi portava la giacca troppo lunga o chi portava il completo “ciucciato”? O forse aveva ragione semplicemente l’incapacità di stabilire un gusto storico e oggettivo?). Stava per dire qualcosa ma si morse la lingua e preferì tenere per sé, come faceva spesso, il divertente pensiero. Ma non riuscì a tenere per sé un compiaciuto sorriso.

A proposito di punti di vista diversi tra padre e figlio, ecco Ugo Tognazzi interprete amorale di uno dei celebri mostri di Dino Risi nell’episodio “L’educazione sentimentale” (1963).

– Fagli le corna, fagli le corna a quel disgraziato! –

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Sei del mattino

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Nel mattino vago
sfuma nebbioso
l’autunno,
in un’aria di risveglio
d’altro tempo
rilascia il suo stupore.

Un velo giallo
di foglie umide
restituisce i passi miei
alla terra dimenticata.

Scintilla una luce
fioca e testarda
in fondo alla via,
gialla è come il fogliame,
ma insiste, si ostina,
al contrario delle stagioni.

Sul tappeto morbido
l’autunno colora
la mia dimenticanza…
ma sono ancora in città,
sull’asfalto,
ai bordi di una strada
e in alto il semaforo.

(Michele Trunzo)

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Vapori invernali

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Stende il bianco velo la luna
su strade bagnate
nei vapori invernali

cigola nel vento un’insegna…
sospesa è densa nell’aria l’attesa
e passano, nel silenzioso andare,
mani infreddolite, nascoste
dal caldo buono delle tasche

uno sbuffo umido
appanna i vetri,
il locale ha un respiro suo
sa di castagne e sciarpa di lana

piano, canzoni sottovoce fra le mura
trasportano più dolci le parole,
c’è voglia di dire ai tavoli
sotto l’alito lucente dei lampadari bassi:
ogni corpo coperto prepara un discorso

seduto con fede al solito posto
ridi in uno sgrammaticato spensierarti
nel tempo che lei sta invaghendosi di te,
già ti spia fra atmosfere folte di capelli, teste e spalle
e la noti poi nella fuga degli occhi da te

rapprende nell’aria intanto un fiato di fumo, sigaretta,
ed è bello cercarsi
nel fascino nocivo delle nebbie umane:
è lo scavo gentile della pupilla nella pupilla

verrà, nella notte, il momento di farle parole…
e lei? lei in ascolto, parole
che da sempre appartengono
al desiderio suo di accoglierle

se sarà sarà qualcosa di vero
se non sarà è stato bello comunque
parlare ognuno del proprio cielo

e va nei vapori invernali un saluto stupito
ora che la luna ritira infine il bianco velo.

(Michele Trunzo)

Freddo, paltò, sciarpe, vento, euforica compagnia, musica e sgrammaticato spensierarsi in danze crepuscolari: i vapori invernali di Amarcord

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Fallo tattico

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Anime nostre. Sparite dai
posti assegnati, inopportune.
Dovete chiudere bene la porta socchiusa
così saremo noi, noi quelli col braccio sinistro fuori dal finestrino

– e chiede scusa alla zanzara –

Dovreste andarvene rapide ma indolori,
(qui non se ne può più)
con questo tutto talento
irretito dalla resa, dal morbido degli alibi.

Potreste andare? senza fretta, per dio
tanto qui non chiude mai 
la fucina del malessere a gratis
dello schiacciarsi sotto il peso del terso
che a tutti piace ma lui no.

Meglio, veglio su ciò che neanche
le iridi 2.0 possono avvicinare
poichè guarda con l’organo buono.

Però ora è meglio se andate, davvero,
tanto cede sempre prima lui.

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2.0 – Siamo così veloci e vitali

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2.0

Siamo veloci. Siamo così veloci e vitali.
Dobbiamo andare per fare le cose fatte bene
nelle ripetute attorno al campo sportivo,
momento solo in cui rifletti
Tipo…tipo riconducibile a un tipo altro
ma è questa energia pura?
Si perché la polvere si appoggia
su ciò che resta immobile,
che vitale non è, più

Anche provando a coricarsi presto
per alzarsi alle prime luci fuori
maturando quei veri dolori
non viviamo che pause dal contesto.
E parlare all’artigiano, buon pretesto
per vendicarsi sotto malumori
vita, pollice, effetti sonori
e quel pollo ruspante ormai indigesto.
Brividi in pellicole adesive
e in altro modo? parla l’inviato
…si, problemi con il collegamento.
‘Mangio più, non ce la faccio a finirlo