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E brucia la chitarra.

By | Quasischeletro | No Comments

I lacci delle scarpe dicevano tutto di lui. Belli, eleganti. Ma irrimediabilmente consumati dal tempo e dagli agenti atmosferici. Tenevano insieme a fatica dei pezzi di cuoio che solo con l’immaginazione potevano assomigliare a delle scarpe moderne; suole e tomaie erano così consunte da rendere quelle calzature più simili a dei sandali trafugati da un museo di antichità. Il cuoio a tratti lasciava scoperta qualche unghia, tanto lunga e spessa da dare l’idea di poter tagliare in due un diamante. Un callo faceva capolino da un buchetto sulla scarpa destra all’altezza dell’alluce, una piccola terrazza da cui quel grumo di pelle dura si metteva in mostra ai passanti come un monumento astratto post futurista in miniatura. Solo pochi potevano apprezzare. I suoi pantaloni invece, erano uno spettacolo. Mille colori, mille tessuti. Chissà quanti ricordi. Se li era probabilmente cuciti a mano, con i pezzi sani ed utilizzabili di tutti i pantaloni che aveva posseduto nella sua lunga carriera di essere umano. Attiravano l’attenzione, erano una buona pubblicità per lui. Niente bottoni, niente cerniere. Solamente pezzi di stoffa tenuti insieme da cuciture posticce, strade dissestate percorse da qualche formica e tante pulci. Un pezzo di gavetta li teneva attaccati alla vita. Una vita magra ed ossuta tanto quanto la vita vera che stava vivendo. Le ossa sembravano volessero uscire da quel corpo, sporgevano talmente tanto dalla pelle che potevi benissimo vederle senza bisogno di raggi x. Per ovviare al problema e nasconderle indossava, nonostante il caldo, una felpa grigia, con le maniche completamente tagliate, strappi e buchi in diversi punti ed uno smile giallo che troneggiava al centro. E la scritta sotto: “sorridi alla vita”. Ironia della sorte. Le braccia ossute, seguite da delle mani ossute, erano abbronzate e secche, il paragone con dei rami non era fuori luogo. Il braccio destro era ornato da piccoli tatuaggi, macchie di china rovinate dal tempo e dal sole che segnavano chissà quali tappe della sua vita. Le mani ossute terminavano con delle dita forti, agili, con unghie curate, talmente curate da stonare con tutto il resto della sua figura. La barba da poco tagliata in maniera approssimativa non riusciva a coprire le profonde rughe che gli strisciavano tra le guance rossastre, un naso modesto e senza pretese, occhi marrone chiaro, grandi, profondi e delle labbra sottili che nascondevano pochi denti. Erano più simili a delle cicatrici che a delle rughe, dei piccoli sentieri che arrivavano fino alla fronte e si perdevano poi tra i capelli, neri, sporchi, abbastanza lunghi da spuntare dal cappello da baseball blu che gli copriva a malapena il capo. Era molto difficile dargli un’età.

Stava seduto all’angolo di Marmellade Street, su di una cassetta di plastica nera, che una volta probabilmente serviva a contenere mele oppure cavoli, chi lo sa. Ora però era il suo trono. Già, perché anche se l’aspetto decisamente non lo lasciava intendere, lui era il re di quella strada, ed al suo fianco, su di un appoggio di plastica rossa, stava la sua regina. Era una Martin D42 degli anni ’20. L’aveva praticamente sposata. Una chitarra così valeva veramente una fortuna. Se l’avesse venduta probabilmente si sarebbe potuto permettere una bella vita normale, ed invece aveva scelto di vivere per strada pur di poter continuare a suonarla. Aveva bruciato tutta la sua vita per lei. E dai suoi occhi si vedeva quanto felice fosse per quella scelta. Il marrone sbiadito del palissandro indiano della cassa, il battipenna scuro strisciato da milioni di pennate, il profumo del manico in ebano, gli intarsi perfetti, tutti buoni motivi per amare una chitarra. Ed il suo suono. E come la suonava lui. Stavo delle ore a contemplare il re di Marmellade Street finché si guadagnava i pochi soldi necessari per vivere arrampicandosi con le sue dita ossute su quelle vecchie sei corde, scorrazzando a destra e a sinistra, su e giù per il manico, senza meta. Senza pace. Quando sentivo la sua musica, mi sentivo veramente vivo. Sentivo il calore della fiamma che mi saliva dallo stomaco. Sentivo che cominciavo a bruciare dentro. Sentivo di potercela fare, di poter raggiungere la vita che volevo anche io. Poi la musica finiva. Il rumore di qualche applauso e degli spiccioli che facevano un tonfo sordo sulla custodia della chitarra mi riportava alla realtà. La mia fiamma si spegneva. E stavo li. Ad aspettare un altra canzone del re di Marmellade Street, per potermi riaccendere un altro pò. Stavo li, a morire d’invidia per un barbone che non aveva niente. Ma per lui la musica non finiva mai. La sua fiamma non si spegneva mai e lui poteva continuare a vivere una vita bruciata. Una vita vera. Una vita come si deve.

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Si.

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C’è un momento, nella vita, in cui ti rendi conto di essere vivo. Un solo momento che cambia tutto quello che è stato. E tutto quello che sarà.

Tabby ha 24 anni e un sorriso che lo raccontano in tanti. Non è una ragazza perfetta e non ha mai desiderato esserlo. Ma quel sorriso. Lavora come cameriera nel ristorante della madre. Odia ogni singolo essere umano che entra li dentro. Odia essere gentile. Odia servire le persone maleducate. Ed odia ancora di più servire le persone educate, perché le rendono il compito molto più’ difficile. Un sorriso contro tutti e tutto. Contro quel lavoro di merda. Contro il mondo. Contro i sorrisi degli altri. Contro sua madre.

Un attimo che ti toglie il fiato. Ti scaraventa a terra con rabbia. Ti prende a calci senza tregua. Ti lascia accasciato senza forze e con la bava alla bocca. Ti mostra che cos’è veramente il dolore. E che cos’è veramente la gioia.

Ray ha un negozio di libri e polvere, che va alla grande. Di quelli che il cigolio della porta fa ancora la differenza. Dove trovi tutti i libri del mondo tranne quello che ti serve. Per fortuna. Lui li ha letti tutti, ma non conosce il finale di nessuno. Ha sempre creduto che i libri debbano essere degli amici. Si presentano con il titolo. Li conosci alla prima pagina. Ci passi un sacco di tempo insieme. E poi all’ultima pagina, dici loro addio. Ma è sempre dura dire addio ad un amico. Un negozio di libri senza ultima pagina. Amici per sempre.

Un istante. In cui conosci la verità. In cui ti presenti a te stesso e dici ok adesso ci sono. Un istante che cambia le regole del gioco. Che non sai se ridere o piangere. E se ridi, lo fai sul serio. E se piangi, lo fai sul serio.

La sveglia suona. Fastidio. Tabby butta mezzo occhio verso il fondo del letto, per vedere se lei c’è ancora. La divisa da cameriera è li, color crema, brutta, spiegazzata, macchiata. Fastidio doppio. Il mio mondo funziona al contrario, pensa Tabby. Gli incubi dovrebbero iniziare quando ci si addormenta, non quando ci si sveglia. La gonna sa di torta alla crema. La camicetta di sudore e di zuppa di pomodoro. Ma Tabby le mette lo stesso. Fastidio triplo. Il suo sogno è la musica. Il suo sogno è sempre stato vivere di musica. Non ha fatto l’università per cameriere, ma il conservatorio. Non serve saper suonare il violino in maniera sublime per portare un vassoio di hamburger. Ma con il violino non ci fai il rock, non ci fai il pop, non vendi i dischi. Non ci vivi. Non ci fai quasi un cazzo. E allora su la camicetta che sa di zuppa e la gonna che sa di torta. Il mondo di Tabby va così. Ed è per questo che lo odia.

Un lampo. Ti entra dentro, ti scalda ogni goccia di sangue. E ti accorgi che fai parte veramente del mondo. Che non è uno scherzo. Che non sei immortale e che i sentimenti e le emozioni di cui tutti parlano esistono. Esistono veramente.

Un the. Bollente. E un biscotto alla vaniglia per Ulysse, il suo bassotto. Ray ogni mattina fa colazione allo stesso bar. Di fronte al negozio. Si siede fuori, con la tazza che gli scalda le mani. E guarda la sua libreria. Amare il proprio lavoro è un gran bel vantaggio, pensa. Mi piace la mia vita, pensa. Ulysse, accovacciato al suo fianco, mastica rumorosamente il biscotto alla vaniglia. Mi piace la mia vita, pensa. Il biscotto è finito e lecca le ultime briciole che sono cadute. Ogni tanto potrebbe prendermene uno al cioccolato, pensa.

Andiamo Ulysse.

Ray arriva sempre in negozio 15 minuti prima di aprire. Vuole salutare tutti i suoi amici. Vuole godersi il silenzio della polvere, respirare il profumo dell’inchiostro e della carta. Fa un giro tra gli scaffali. Spazza per terra velocemente. Sistema il cuscino di Ulysse. E poi gira il cartello sulla porta. Aperto.

Ti sembra che ti abbiano portato via l’anima e che si divertano a torturarla. Finché tu la guardi. Sotto ai tuoi occhi. Senza poter fare niente. Ti senti impotente. Colpito a morte da quell’unico, singolo, incredibile momento.

Il solito. Fastidio all’ennesima potenza. La cosa che Tabby odia più di tutto è quando qualcuno le ordina “il solito”. Sei così triste, così patetico, così solo che speri che io mi ricordi che cosa ordini ogni giorno che butti via qui, giusto per assicurarti che qualcuno sappia che esisti, pensa Tabby. La tua vita è così noiosa che non provi nemmeno a cambiare locale perché non ti va di vedere nient’altro oltre al minuscolo pezzetto di mondo che ti da sicurezza, pensa Tabby. Il solito calcio in culo ti darei io, pensa Tabby.

Certo, dice Tabby. E sorride.

Oggi lavora solo alla mattina. Il pomeriggio ha una visita dal medico. Sorridere le riesce più facile.

Non conta più niente, dopo quell’istante. Non c’è un prima o un dopo. Non ci sono ricordi a cui aggrapparsi. Nessuna preghiera. Nessuna paura.

Ulysse è sprofondato nel suo cuscino rosso pomodoro. Sonnecchia con un occhio, e con l’altro controlla il negozio. Non è un cane da guardia. Anche perché prima che si alzi di li, gli ci vogliono due minuti abbondanti. Ma vuole avere tutto sotto controllo. Vede Ray che parla con un cliente. Uno dei soliti. Di quelli affezionati. Mette un libro in una busta. Ritira i soldi. Il rumore della cassa che si apre e che si chiude. Li sente parlare. Oggi pomeriggio il negozio rimane chiuso, dice Ray. Ulysse alza un orecchio. Si, devo passare dal dottore a metà pomeriggio, dice Ray. Mi tocca camminare, pensa Ulysse.

E vorresti tutto il tempo indietro. Tutto per te. Tutto quello che hai sprecato. Vorresti rigiocarti le tue carte e vorresti fare quello che non hai mai fatto. Ma non puoi.

Tabby guarda le persone che affollano la sala d’aspetto dell’ambulatorio. Non sarà un pomeriggio piacevole, pensa. Ma sempre meglio di stare al ristorante, si dice entrando.

Non si torna più indietro. Il punto zero. In quella frazione di secondo, la fine e l’inizio diventano la stessa cosa.

Tu non puoi entrare Ulysse, devi aspettarmi qui fuori. Ray lascia il bassotto davanti all’ambulatorio e si richiude la porta color latte alle spalle. Si siede su una poltroncina di pelle nera che sa di plastica e vecchiaia. E’ un po’ nervoso. Sente freddo alle mani e cerca di capire dall’espressione del dottore come sarà la conversazione. Ascolta ogni singola parola, il tono, la velocità. Gli guarda le mani. Gli occhi.

Ray, ho i risultati degli esami che hai fatto, dice il dottore. Non vorrei essere qui, pensa Ray.

E ora sai. La verità. E sei felice. E triste. E arrabbiato. E furioso. E terrorizzato. Sei tutto. E lo sei veramente.

Il tavolo è pieno di libri, carte, scatole di medicinali. E ancora penne, tagliacarte, buste. Tutte le cose che mettono i medici sulla loro scrivania per far vedere che lavorano un sacco. Che lavorano così tanto che non hanno tempo di sistemare. Tabby quasi non vede il dottore al di la del muro di disordine che li separa. Lui sta cercando la busta con il risultato delle sue analisi. Ci vorrà qualche ora, pensa Tabby. Trovata, dice lui. Sicuramente non sarà la mia, pensa Tabby. No scusami, non è la tua.

Non vorrei essere qui, pensa Tabby.

Ora puoi smettere di recitare. Abbandonare il copione. E non importa se hai vinto qualche oscar, o se il tuo era un film di serie b. Non conta più se eri il protagonista o una comparsa. Ora sai che non sei un attore.

Ray, hai il cancro. Dice il dottore.

Signorina, lei aspetta un bambino. Dice il dottore.

Quando arriva, quel momento, è la morte e la vita messi insieme. E’ la tremenda consapevolezza che non sei una statua. E’ il dolce piacere di scoprire che sei fatto di carne. Che hai delle mani. Che hai un cuore. Ma non quello che disegni quando sei bambino. Un cuore. Vero. Che batte.

Ulysse si sta godendo gli ultimi raggi del pomeriggio. Ray esce dall’ambulatorio. Guarda il sole che sta scendendo dietro le montagne, in lontananza. Sospira. Si china e accarezza Ulysse sulla testa. Una grattata dietro all’orecchio destro, come piace a lui. Vieni. Andiamo a casa.

In quell’istante ti accorgi che la vita non sono i libri. Non sono i piatti sui vassoi. Non sono camicette e gonne. Non è un biscotto alla vaniglia. Ti accorgi che la vita è tutto quello a cui hai sempre dato poca importanza.

Tabby si chiude la porta d’ingresso piano, alle spalle. Ha fatto la strada verso casa di corsa. Posa la borsa. Si leva la divisa da cameriera e la ripiega con cura. La appoggia ai piedi del letto, pronta per il giorno dopo. Apre l’armadio in cerca di qualcosa da mettere. Scende le scale.

C’è un momento, nella vita, in cui ti rendi conto di essere vivo.

Lui è seduto sulla sua poltrona, sta leggendo.

Lei si siede di fronte a lui.

Un sorriso, due occhi. Possono salvarti la vita a volte.

Un solo momento che cambia tutto quello che è stato.

Ray posa il libro sul tavolino che ha di fronte. Devo dirti una cosa, dice.

Tabby lo guarda e respira. Anche io devo dirti una cosa, dice.

Un sorriso. Due occhi. Uno di fronte all’altro.

E tutto quello che sarà.

“Vuoi sposarmi”. Dicono. Insieme.

Puoi incontrarne tanti di momenti che sembrano quelli giusti. Ma non lo sono. Puoi farti ingannare, se vuoi. Ma poi quello arriva. E te ne accorgi. Non spetta a te decidere. Non puoi. Lo senti. Lo sai. E non lo dici a nessuno. Non dici a nessuno che hai smesso di esistere. E hai cominciato a vivere.

“Si”. Rispondono. Insieme.

Eccolo.

 

 

Ulysse li guarda dalla sua cuccia.

Sta masticando un biscotto.

Al cioccolato.

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