All posts by Michele Trunzo

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Neve che resiste

By | dal taccuino di Bolzano | No Comments

Il pianeta nostro
a mani straziate
s’aggancia forte
alle stagioni

pittore morente
che all’abbaino
cieco
 rivendica
i suoi colori.

Non c’entra più qui il tema di un mondo che perde le sue stagioni e le confonde, e non voglio nemmeno evocare la storia triste di un amore che va a male, ma allego il brano di Endrigo perché mi garba parecchio ascoltarlo soprattutto quando, rapito da qualche forzata malinconia – quella talvolta costruttiva posa di tristezza fuori “fioccheggia” il cielo.

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Paesaggio

By | di Luca De Marchi | No Comments

La spiaggia sui piedi nudi
di salsedine è il pensiero
sulla sabbia su cui
posano
con moto irruente
i giovani in camporella.

Il vento ormai
riposa
i molli muscoli sigillati
in non so quale conchiglia.

 

(Luca De Marchi)

 

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15 ottobre

By | Riflessioni | No Comments

Qualche volta l’autunno, ovvero quel moderato portinaio dell’inverno chiamato anche, forse in un eccesso di fantasia, l’orefice degli alberi, riserva nelle tasche altrimenti tiepide qualche coriandolo estivo – quasi come un’irrinunciabile e divertita eredità –, un chiarore fresco che tutto l’azzurro oggi ce lo bacia forte addosso. E’ ottobre, ma s’alza ingenuo il soffio caldo sulle tegole tutte del creato, manca il sonno alla corsa delle lucertole, il pomodoro e basilico degli orti stanno increduli nei loro colori, mentre il sole casca gentile sulla bigiotteria morbida delle foglie a terra.
L’inverno sbircia ormai dietro l’angolo del mese prossimo, ma su questo luminoso tappeto giallo-arancio-marrone un cielo sbarazzino ci prende in giro un po’ tutti, e noi coll’insolita carezza sulla pelle stupiti ci caschiamo.

 

(Autunno, o l’orefice delle foglie… è mai eccessiva la fantasia?).

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Ora che siamo soli

By | di Luca De Marchi | No Comments

Ora che siamo soli
scopro le ali per lo slancio
e quando muterà il tempo cingerà di nuovo
nel fiume di parole, l’indistinto che mi riflette.
Striderà, coperto dalla pioggia.

Colui che volerà sotto al mio intricato vento,
lo loderò nel caliginoso limbo,
dell’irrompente tormenta,
mesta, eterna, brutale,
custodita dal velo del mondo.

Che in complessità mi somiglia.

(Luca De Marchi)

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Tentazione rurale

By | Riflessioni | No Comments

Torneremo tutti
un giorno forse
alla terra,
le mani nostre
urbanizzate
getteremo
nel camino
come gusci
di mani vere,
la povertà
ci insegnerà
altri amori
altre miserie…
vivremo forse
con l’ascia
sul cuore
o nella carne,
lasceremo certo
del sangue buono
sul capo
d’ogni carezza.

 

(Michele Trunzo, 2015)

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Preferisco la morte

By | di Luca De Marchi | No Comments

Preferisco il silenzio
alle voci che tacciono
e coprono
occhi di persone.

Preferisco l’istinto
di bimbo, il pianto,
il «buongiorno»,
lo starnuto, lo sbuffo,
l’orgasmo
alle parole che si compiacciono
– che le uso anch’io

ma il silenzio si leva
dove è vivo il pensiero di tutti.

Preferisco il silenzio
non la mortuaria vetrina
delle onorificenze sociali,
preferisco la comune morte
alla vita svenduta
sulle bacheche
dei mercatini artigianali.

 

(Luca De Marchi)

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«Cos’è il tramonto?»

By | Riflessioni | No Comments

EPILOGO DI UNA GIORNATA AL MARE COL CUGINETTO

Finì tutto una calda sera d’agosto, dopo un giocoso pomeriggio al mare, bruciati entrambi allo stesso modo. A dire il vero, lui forse era un po’ più rosso di me. Non erano servite a molto le squillanti parole della zia: «spalmagli la crema, mi raccomando». M’ero ovviamente preso cura di lui: ciambelle, granite, maschere da sub e canne da pesca non erano di certo mancate. Ero stato molto premuroso, senza badare a spese, commettendo però un errore: lo avevo fatto col cuore di potenziale papà… e il problema stain questo: che una mamma in qualsiasi situazione continua ad essere una mamma, mentre ad esempio un papà in mezzo ai bambini tende a mimetizzarsi piuttosto bene.

Tornammo a casa sul far della sera a bordo di un’estiva Seicento nera, i costumi ancora bagnati, le gambe impanate di sabbia fino alle rotule. Casa mia sta su un cocuzzolo di terra, in mezzo al verde. Si vede il mare da lassù.
S’aggrappava isterica alle salite l’auto, tra sale e sudore. Nodosi ulivi bordavano il tragitto. Nella polvere del nostro andare lucertole sparivano coda all’aria nei muretti di pietra. Il profumo di macchia entrava dai finestrini giù, qualche cicala s’attardava fiacca all’ultimo canto.

Parcheggiai sulla stradina, a guance cotte scendemmo dal motore. Ci guardammo con intesa, soddisfatti. Nei suoi occhi di cuginetto c’era uno schietto commento: io ho otto anni, ma tu, alla-tua-età, bruciarti-in-quel-modo.
A pochi passi dal recinto, nell’aria già allusivo l’odore buono di cibo, qualcosa di magnetico ci arrestò. Era un tramonto di brace quello sospeso sul mare, non mi riusciva di staccare gli occhi.

Intanto il piccolo portò il dito alla bocca, poi guardandomi lo scagliò rapido verso l’orizzonte. «Cos’è il tramonto?».

Un che di solenne e serio mosse quel gesto bambino, non avevo altra scelta, dovevo improvvisarmi poeta e saggio, e la cosa, da buon cialtrone, più che spaventarmi mi gasava parecchio. Iniziai: dunque, il tramonto lo si può intendere in due modi:

1. è anzitutto pausa del mondo, momento in cui una vibrazione calda stravolge di quiete il creato, tutto rallenta in un gesto di goduta contemplazione, si fermano gli ingranaggi della terra, i gabbiani planano senza battere le ali e nel tenero rossore s’ammorbidiscono pure gli scogli

2. ma è pure pausa dal mondo per l’uomo che, ubriaco d’incantesimo, lascia cadere ogni labirintico pensiero: il sole ne assorbe naufragandole con sé in mare le frenesie. Perfino l’uomo più insensibile ne resta vittima salvissima. E nel quotidiano fracasso sordo tutto si tace in quel lento espandersi di colori che insegna ascolto ai cuori e…

D’un tratto mi prese la mano, tirandomi. «Mi sembra solo un abbraccio bellissimo tra il giorno e la notte. Andiamo a mangiare?».

***      ***     ***

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

(G. Caproni)

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Il cuore di tanti viaggi

By | Riflessioni | No Comments

Tenda di sporco, gocce ormai asciutte, polvere e terra… solito vagone italiano. Sembra un treno assai stanco questo: sedili fiaccati, portarifiuti sazi alla nausea, pavimento da miniera.

Siedo al finestrino, l’estate filtra dal vetro e mi pesa tanto sui ginocchi che scivolo sul sedile come portato dai sudori. Il poggiatesta invita alla cautela, ma poso il capo convinto: oggi sono feccioso più del vagone e non m’importa, ho con me pagine, musica buona, stazioni care; l’animo sereno.

Sul bracciolo fiacco una parola d’amore a pennarello azzurro, a terra una forcina fra briciole di pane e appetiti lontani. Fermo gli occhi, li allineo alla fantasia: penso a quanta vita rimbalzata qua e là è passata nella corsa di queste rotaie, ai milioni di storie sui binari, bagaglio e desiderio fin dal tempo della locomotiva. E questo giorno d’agosto forse siedo nobilitato sui detriti e sull’unto di chissà quale gioia.

Il treno passa lento in mezzo alla campagna, non funziona il condizionatore e vorrei abbassare il finestrino bloccato, respirare l’odore dei campi intanto che senza freschezza piano si svela la sera. Appoggio allora al vetro la testa sudata, fuori è tutto una giostra d’attese, potenziali traguardi covano nei colori belli d’ogni cosa.

Domani qualcuno sederà al mio posto, su questo treno che sembra stanco ma non è. Mi domando se al prossimo vagabondo il segno della fronte mia sul vetro sembrerà sporcizia oppure traccia di un cuore sereno.

Il treno di Cocciante è un’altra cosa, il suo treno è la metafora malinconica di una vita che è fatta di rimpianti, dolcezze mancate; il suo treno della vita corre forte, tanto veloce che a voltarti non puoi non essere nostalgico di ciò che solo ieri era quotidiano – l’infanzia, l’adolescenza, i genitori, gli amici, le bischerate, il primo amore – , e oggi non c’è più, e oggi è soltanto ricordo, sofferto ricordo.
Il treno per me è uno dei brani più belli e sentiti della canzone italiana e lo rievoco qui perché in ogni treno, in ogni viaggio al finestrino per me c’è Il treno di Cocciante, malinconie a parte.

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Il pastore soldato – Dal taccuino di Bolzano

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In memoria di P.T.

 

Non parlavi, della Grande guerra non parlavi,
di essa solamente piangevi.

Un gran silenzio per te la guerra,
avevi capito tutto:
la guerra è dove mancano le parole.

Tornasti poi tra i pascoli delle alture bruciate,
per scordare, per provarci.

Seguivi con gli occhi le tue bestie
che giornate intere brucavano l’erba,
fiutavano la terra che gli uomini solo
sanno turbare in trincea.

Continuasti a seguirle fino alla fine,
con quegli occhi che però non seppero dimenticare…

Della guerra non parlavi,
non custodivi parole della guerra,
non custodivi nulla oltre alla vita morta,
oltre alle croci senza un fiore
le lacrime, il ricordo.

Passammo alcuni giorni di calma. L’artiglieria nemica non tirava. Noi non avemmo neppure un ferito. Per noi, fu un vero riposo. Quante ore passate al sole, addossati alle rocce, lo sguardo vagante, con i nostri sogni, sulla pianura veneta. Come era lontana la vita, da noi!
(E. Lussu)

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Dal taccuino di Bolzano – Civita di Bagnoregio

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Appollaiata nell’attesa del colpo di grazia
piano muori dello stesso tempo che oggi ancora ti fa immortale;
consuma i tuoi fianchi lo scorrere dei giorni
sarai domani ahimè ricordo vago, polvere.

Non so spiegare,
ma ho lasciato un che di mio fra le tue pietre…
un bel silenzio sul cuore
lo stupore ferito che forse è un addio.

In questi paesi, i nomi significano qualcosa: c’è in loro un potere magico: una parola non è mai una convenzione o un fiato di vento, ma una realtà, qualcosa che agisce.
(C. Levi)