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Raymond Carver – Mirino

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INTRODUZIONE:
La breve vicenda narrata da Carver nel racconto Il mirino, all’interno della raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, è un continuo gioco di simboli e messaggi velati dietro un incontro e un dialogo insolito, con personaggi insoliti, che si adagiano sulla base del reale ma come semplice punto di partenza per una riflessione interpretativa più profonda e colma di spunti. I due protagonisti del brano instaurano un breve rapporto, dettato dall’incredibile somiglianza delle loro esistenze, nonostante le apparenze, tanto che si giunge al punto in cui sembrano parlarsi e scrutarsi nel proprio riflesso, nel tipico interrogatorio della nostra coscienza di fronte allo specchio. L’uomo con gli uncini incarna la reazione energica alle avversità che ancora affliggono il narratore, in una contrapposizione tra un punto di vista del futuro e uno del passato che si confrontano senza esserne consapevoli, sulla soglia dell’assurdo.

ANALISI DEL RACCONTO:
Ad un analisi attenta sul piano cronotopico riscontriamo un parallelismo coerente tra il presente e l’area interna (o comunque circostante) della casa, in contrasto invece con il passato, che sembra riallacciarsi a luoghi oramai lontani, sia nello spazio che nel tempo. L’unico flashback esplicito del racconto riguarda tre ragazzini che vogliono dipingere l’indirizzo del protagonista sul marciapiede, dopo il vialetto, quindi abbastanza lontani dalla dimora da poter parlare di una distanza di sicurezza che li mantiene al di fuori della sua sfera personale e della sua intimità. Solo allo strano ospite viene permesso l’accesso, l’ingresso materiale nella abitazione e quello psicologico nel suo stato d’animo, perché è il solo che può condividere qualcosa con il narratore. Inizialmente l’invito sembra essere viziato da pura curiosità, ma nasconde un’inconscia volontà interiore, peculiare motore primo che spesso dirige le azioni dei personaggi dello scrittore americano.
Il racconto si sviluppa rispettando la simmetria tra fabula e intreccio, salvo brevissime riflessioni e riferimenti al passato. Il filo conduttore è rappresentato dall’escalation di dialoghi e gestualità dei due personaggi, che danno ritmo alla vicenda alternandosi a minimi dettagli rivelatori, vere chiavi di lettura per inoltrarsi al di là della superficie, dell’immediata patina polverosa che ancora aleggia dopo la prima lettura: una scelta stilistica frequente nel modus operandi di Carver. La narrazione può quindi essere suddivisa in brevi sequenze, intercalate da svolte latenti, quasi impercettibili.
Il racconto si apre con due frasi brevi, folgoranti, che ricordano molto gli incipit universali dei Sillabari di Goffredo Parise, «Un giorno un uomo…», se non fosse per le caratteristiche sorprendenti del personaggio descritto, presentate in modo schietto, sintetico, con un’inclinazione quasi umoristica. La prima sequenza è caratterizzata dallo studio cinico del protagonista nei confronti dell’ospite, fatto di domande dirette che per poco non sfociano nella maleducazione, frutto di un’antipatia quasi gratuita verso l’estraneo. Il richiamo e la somiglianza al rapporto idiosincratico tra i due protagonisti di Cattedrale (uno dei racconti più fortunati di Carver) è qui molto forte. Ma il tono cambia quando il narratore comincia ad osservare la fotografia, perno di tutta la vicenda. L’attenzione si sposta sull’introspezione del personaggio, il quale osserva la sua «tragedia» personale. La parola passa per un attimo all’uomo con gli uncini, il quale sembra avere intuito l’esitazione riflessiva della sua nuova conoscenza e con poche fulminanti battute ne inquadra e penetra la condizione esistenziale. In una seconda ipotetica sequenza troviamo il nuovo tentativo provocatorio del protagonista: la sfida infatti prosegue e il narratore insinua inconsciamente un collegamento tra la professione dell’individuo e il passatempo di tre ragazzini, con insolenza: ma quest’ultimo non si fa intimidire, si dà tono ed importanza e gli risponde fissandolo negli occhi. In questo istante assistiamo a una nuova impercettibile svolta, il padrone di casa pare aver accusato il colpo, abbassa la guardia e gli sale un forte mal di testa. «Il caffè non lo cura affatto, mentre la gelatina di frutta qualche volta aiuta», ma all’ospite è stato offerto del caffè, e la gelatina ormai è rimasta nascosta dal suo egoismo, non si può più fare marcia indietro.
Nella terza sequenza si stabilisce un contatto, si crea la complicità, nasce un sentimento simpatetico tra i due che culmina nel rispetto reciproco: «era fantastico osservare quello che riusciva a farci, con quegli uncini».
Si apre in questa direzione la sequenza finale, dove vengono superate le diffidenze iniziali e si assiste ad una sorta di liberazione dalla gravità della comune situazione esistenziale. Il protagonista si lascia andare ad un improvviso istinto di insensatezza, incoraggiato dalla nuova conoscenza, che si rende disponibile e lo asseconda nella ricerca di un gesto spensierato come il lancio di un sasso da sopra il tetto di casa, una bravata di due ragazzini indisponenti, svincolati, anche solo per un attimo, dal peso della realtà.

RIFLESSIONE PERSONALE:
Lo strano personaggio con gli uncini intuisce subito la difficile situazione privata del protagonista e con una sola occhiata all’interno della sua abitazione gli rivolge alcune domande dirette, quasi alla ricerca mirata di una complicità compassionevole, quell’intesa tipica di chi si trova a patire le stesse sofferenze e cerca di instaurare un rapporto esclusivo con i propri simili. Prima la foto e poi l’ingresso nella casa non sono altro che due azioni simboliche che ci riportano a un piano di lettura più profondo, accuratamente nascosto come sempre da Carver dietro la superficie più immediata della prima comprensione. Il «tizio» fotografa il narratore, inquadrandolo in modo istantaneo, proprio come fa una polaroid, per poi penetrare in casa sua come se entrasse nella sua stessa persona, cogliendone gli aspetti intimi e privati che questa cela nella sua dimora personale. Lo sconosciuto è senza mani, senza il tatto, uno dei cinque sensi, ma come si ricorda spesso per i non vedenti o i non udenti, in mancanza dell’attività di uno dei cinque sensi ecco che di conseguenza s’impara ad affinare altri ricettori, e anche senza il tatto materiale si può giungere a toccare l’altro grazie ad un acume insolito e inusuale.
La facilità con cui lo sconosciuto riconosce immediatamente la situazione del narratore ribalta però la situazione e ci pone di fronte a un possibile cambio di prospettiva. Tutto il racconto può essere infatti interpretato e trasfigurato in un monologo del protagonista, chiamato a colloquio con la propria coscienza, impersonata, in una sorta di riflesso, nel personaggio senza mani. La menomazione del corpo è la trasposizione fisica di una mancanza fondamentale per l’uomo, la perdita o l’allontanamento (non ci è dato di conoscere i dettagli, ma solo di ipotizzarli) della sua famiglia, senza la quale però si può e si deve andare avanti lo stesso, si può continuare a vivere, come dimostrano gli uncini, arrangiandosi in un modo o nell’altro: l’uomo infatti riesce a reggere la tazzina, a sistemarsi la cinghia dei pantaloni, riesce persino a utilizzare la polaroid attraverso una particolare allacciatura dietro la schiena. Non riesce però a «perdonare e dimenticare», ma preferisce guardare oltre, mandando a quel paese il passato e tutto ciò che gli ricorda la sofferenza.
L’invito iniziale del narratore è mosso esplicitamente da una maliziosa curiosità, «Volevo proprio vedere come avrebbe retto la tazzina di caffè con quegli uncini»: è una sfida, una provocazione nei confronti del suo alter ego per studiarne le tecniche di sopravvivenza a fronte della sua mancanza. Lo mette alla prova e lo stuzzica per assaporare quel piacere quasi sadico che si sperimenta nel vedere qualcuno ridotto evidentemente in condizioni peggiori delle nostre, (una delle molteplici interpretazioni dell’uomo lucreziano che osserva la tempesta dal porto sicuro) anche se sul piano strettamente fisico in questo caso, con un atteggiamento cinico piuttosto frequente nei protagonisti dei racconti dello scrittore americano (basti ripensare al cieco della sopracitata Cattedrale). Nel proseguo della narrazione le provocazioni (la domanda diretta riguardo le mani, l’offerta del caffè ma non della gelatina) si alternano a delle osservazioni che sembrano passare dal cinismo ad una velata comprensione per l’insolito individuo, fino a sfiorare un sentore di rispetto per chi versa nelle sue stesse condizioni, anzi pare addirittura reagire con maggiore distacco e risolutezza alle intemperie della vita. Gli animi si distendono e il dialogo si fa più intimo, le domande assumono uno sfondo di sincero interesse nei confronti del proprio interlocutore, frutto di una nuova complicità tra estranei che si scoprono non così tanto diversi, in fin dei conti. Il tutto suggellato dall’acquisto della foto. Emblematico il passaggio «C’è di meglio, ma io me la cavo così», frase che pesa come una sentenza o un sigillo per entrambi i personaggi, un’etichetta appiccicata sulle loro vite, in particolare in quella dell’uomo con gli uncini, che assume man mano un’aura di esemplarità per il suo ascoltatore. La loro nicchia è isolata rispetto al fittizio mondo di quelle famigliole felici e sorridenti, che non appena si accorgono di essere al centro di un obiettivo, di un mirino, si mettono in posa e non fanno altro che enfatizzare la finzione dello scatto, instaurando una distanza netta tra la realtà e la pellicola fotografica: è inquietante cogliere questa critica velata in un racconto dei primi anni Ottanta, pensando all’odierna esistenza tutta in digitale dei vari social network, di vite concrete celate dietro ad immagini costruite.
La barriera della diffidenza è stata abbattuta e l’uomo che ha già esperito il «momentaccio» dichiara la sua simpatia e disponibilità all’uomo della sofferenza presente. Ma come può essergli utile? Nello scarto all’autocompiacimento, nella libertà di potersi scattare anche lui delle foto in posa davanti la sua casa, con la sua famiglia, con sé stesso. Non è un nostalgico tentativo di ricercare il passato e la normalità, tutt’altro, è uno sfogo liberatorio verso l’avvenire. L’ideale che quella felicità rappresentava viene scagliato via, lontano, da sopra il suo tetto, in modo che la gittata sia ancora più lunga e il metaforico sasso finisca il più distante possibile. Il tutto immortalato dal complice, dal suo simile che ricambia il suo saluto dal vialetto e lo incoraggia a prendere il volo, a decollare.
Il finale sviluppa quella progressione di avvicinamento tra i due che ricorda ancora una volta quella di Cattedrale, quando il protagonista-Carver supera l’iniziale antipatia verso “l’intruso”, “l’estraneo”, e si lascia andare ad una sensazione nuova, una sensazione di libertà insperata visto il lo sconfortante scetticismo iniziale di entrambi i personaggi. Ciò non significa che l’autore ricerchi una morale, un exemplum totale e unilaterale: Il mirino suggerisce piuttosto la sottile impressione di una possibile via di fuga a qualsiasi difficoltà, un prezioso lascito che ci ricorda che si può volgere lo sguardo altrove, sempre e comunque, nonostante tutto.
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Il Verdo

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IL VERDO

Abitava solo, il vecio Verdo. Almeno da quando il padre era morto, più di trent’anni fa.

Da allora viveva confinato nella sua baita, tra i boschi di abeti, dove non si sa bene se sia ancora valle o già pendio.

Il padre, ex generale della Brigata Alpina “Julia”, era rimasto vedovo dopo pochi anni di matrimonio e pochissimi di convivenza. La guerra se li era presi quasi tutti. L’aveva tenuto lontano dalla moglie per ben due anni, salvo un fugace rientro a casa di tredici giorni, in licenza.

Furono sufficienti? Chi può dirlo.

Fatto sta che al suo ritorno non c’era più chi preparava il pasto ogni giorno, ma ogni giorno un pasto in più da preparare.

La guerra aveva lasciato i suoi segni, e per il padre i russi erano ancora nascosti in cima alla scarpata.

Il Verdo era cresciuto con poche parole, tra una battuta di caccia e l’altra. L’acqua scorreva fresca lungo il ruscello a due passi dall’orto, dietro la baita. Dopo la morte del padre le sue abitudini non erano cambiate di molto: d’estate ripuliva lo schioppo e raccoglieva le patate, d’inverno tagliava la legna e parlava in dialetto con il fuoco.

Tutti sapevano dell’esistenza del Verdo, ma in pochi c’avevano avuto realmente a che fare. Il sindaco gli aveva fatto visita per farsi votare, il prete per invitarlo alla messa domenicale. Entrambi avevano constatato che il povero Verdo non era tuto in bola. La guardia forestale aveva provato a fargli capire i tempi e gli spazi riservati alla caccia, ma con scarsi risultati.

Fortunatamente il Verdo amava spingersi tra i boschi a nord quando cacciava, così se trovava qualche russo gli sparava dietro.

Io l’ho conosciuto per caso, il Verdo. Avevo dieci anni.

Quella sera giocavo ad Alce rossa con alcuni amici del paese. Sapevo che non dovevo allontanarmi troppo da casa, ma il mio piano prevedeva un aggiramento della chiesa e del cimitero, con un attacco dall’alto, alle spalle degli ultimi difensori della squadra avversaria.

Mi spinsi troppo in là, nel bosco. Non avevo paura.  Almeno fino a quando non sentii uno strano verso provenire dall’oscurità. Sembrava un richiamo. Poi uno scricchiolio. Poi un altro. Decisi che era meglio filarsela. Ma fatti due passi nella direzione opposta al rumore finii a testa in giù, appeso ad una corda come un salame.

Delle gambe attaccate a una lunga barba si fermarono a un metro da me. Due occhietti azzurri e vispi, ben visibili anche nell’oscurità del bosco, mi squadravano. La barba si mosse: non ti si mia un capriolo ti. Era il Verdo. Così lo conobbi.

Non diventammo amici. Era impossibile diventare suo amico.

Diciamo che da quel giorno cominciò a capire meglio la differenza tra me e un capriolo.

Ogni tanto andavo a trovarlo per vedere se stava bene, se era ancora vivo, almeno.

Iniziai ad informarmi sul suo passato, provando a chiedere in paese. Tutti sapevano le stesse, poche cose riguardo il Verdo. A nessuno interessava.
 Avevo scoperto che alle poste, in città, c’era un intero scaffale di lettere indirizzate alla sua baita. Erano state tutte spedite da un lontano cugino del padre, sottotenente della stessa divisione ai tempi della guerra. Si era trasferito in America e lì aveva messo su famiglia.

Dopo aver provato per anni a consegnarle al destinatario, mi rassegnai. Ne lessi qualcuna, così per curiosità. Parlavano tutte di come si stava bene negli USA e di quando la famiglia del cugino sarebbe venuta a fargli visita. Erano scritte per metà in dialetto e per metà in inglese.

Al termine di ogni lettera il cugino salutava con insistente premura la madre del Verdo e chiedeva notizie del figlio, Weirdo. Strano.

Mi venne in soccorso il poco inglese studiato durante la scuola per comprendere la maldestra e abusiva resa in italiano del suo nome. E mi fece un po’ di compassione.

Da quel giorno iniziai ad aumentare il numero delle visite al Verdo, anche se la confidenza nei miei confronti restava poca. Qualche cenno, un mezzo sorriso. Poi passò al saluto militare. Negli ultimi tempi mi salutava con un semplice Bocia, e un fischio amichevole.

Gli anni passavano e io crescevo, ma lui restava sempre uguale: due gambe e una barba. E gli occhietti azzurri vispi.

Gli regalai una pentola, poi un paio di stivali, poi un piccolo e scassato televisore.

Quelli dei servizi sociali in città vennero a sapere del Verdo e provarono diverse volte ad aiutarlo, come se il vecioVerdo avesse bisogno d’aiuto. Dopo qualche tentativo, finito con un tiro di schioppo rasente ai piedi dei giovani volontari, questi non si fecero più vedere. Delegarono a me il compito di tenerlo d’occhio. Vennero a sapere del televisore e mi procurarono un videoregistratore con due cassette: Ramboe Apocalipse Now. Manco a farlo apposta.

Dopo le prime resistenze, il Verdo si lasciò convincere e accettò di guardare i film con me, in silenzio. Il giorno seguente lo vidi aggirarsi fiero tra le rocce, con una bandana sulla testa e una collana con due sassolini piatti, a forma di piastrina militare.

Un giorno, durante una delle tante visite, mi accorsi che un po’ invecchiato in effetti lo era. Si muoveva più lento e zoppicava da un lato. La caccia e il taglio della legna diventarono pian piano attività troppo impegnative, anche per uno spirito libero come il Verdo. Non vi rinunciò completamente, ma ridusse le uscite a una battuta di caccia alla settimana, facendosi bastare la legna tagliata e raccolta in autunno.

Fu così che cominciai a procurargli qualche bella bistecca e qualche coscia di pollo. Gli procurai anche una piccola stufetta a pellets. Come sempre, all’inizio, rifiutò con fierezza i miei regali. Ma nel giro di poco si arrese alle comodità.
 Mostrava sempre uno spassoso imbarazzo quando veniva colto in fallo, mentre appoggiava i piedi sulla stufetta, borbottando me piase l’odore del napalm al matin. Parlava sempre e comunque pochissimo.

Il Verdo passò così la maggior parte della sua vita. Non si può dire che non ne fu soddisfatto. La sua felicità era inversamente proporzionale alla sua consapevolezza del mondo, o almeno così credo.

La sua vita da Verdo selvaggio, però, finì quel giorno.

Dei ragazzini in villeggiatura durante le feste natalizie decisero che il paese era un po’ troppo noioso per loro. Avevano sentito delle storie riguardo al Verdo e decisero che stanarlo sarebbe stata un’avventura fantastica. Capitarono proprio durante una delle sue ultime, fiere battute di caccia.

Il Verdo fiutò subito qualcosa nell’aria, lo assaporò con la lingua fuori. Non era il solito sapore della selvaggina. Era un sapore umano, diverso dai pochi conosciuti nella sua esistenza. I russi.

Si cosparse il viso di pece e sterco. Rimase immobile tra le sterpaglie per due ore. Aspettava che i ragazzini ripassassero per il sentiero da cui erano giunti. Li aveva seguiti dall’alto, curvo e avvolto nella sua barba. Tese loro un agguato. Era figlio di un valoroso generale: se si fossero arresi subito li avrebbe solo fatti prigionieri. Ma i russi erano giovani e spaventati, perciò pericolosi, imprevedibili. Fu costretto ad usare le maniere forti. Immobilizzò il primo rompendogli il polso, al secondo ruppe il naso, al terzo una caviglia. Il quarto svenne per la fifa. Il quinto, ahimè, riuscì a fuggire.

Poche ore dopo il Verdo fu catturato e immobilizzato da ben sette agenti di polizia. Erano stati necessari diversi proiettili sedativi per poterlo bloccare e arrestare.

Andai a trovare qualche volta il Verdo in città, al nuovissimo “Hospital For Mental Health”: una moderna struttura nota a livello mondiale per la detenzione delle persone socialmente pericolose, affette da disturbi mentali.

Lì passò gli ultimi anni ciò che restava del Verdo. Stava seduto con lo sguardo fermo e spento. La barba tagliata. Le prime volte mi venne il dubbio che non fosse nemmeno lui tanto era diverso. Poi un giorno, durante una visita, mi si avvicinò all’orecchio, piegandosi leggermente sulla sedia a rotelle. Mi sussurrò: Bocia, i fa tanto i fighi i Americani, ma no i ga neanca la stufa a pelle’ ciò.

Eh no, non poteva essere il Verdo quello.

Il Verdo – Performance teatrale 

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Elogio della rinuncia

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ELOGIO DELLA RINUNCIA

M’è entrato nelle ossa quasi un dolce freddo,
lo chiamano rinunciare.
M’è entrato negli occhi come un rifiuto
che non posso rifiutare.

È così insensato questo giorno
chi me l’ha fatto fare?
e il naufragar m’è così atroce
che non posso rifiutare.

Non posso nemmeno star lì a pesare
se decidevo io
o se decidevano rinunce d’altri,
se questo dolce freddo crescerà
o resterà nei sogni d’altri.

Io non mi abbatto, ci pensano gli altri
ad abbattere la piuma
che, fieri, innestano sulla mia fronte.

E ora che ve lo vorrei raccontare
mi sembra tutto lontano
inafferrabile, meglio rinunciare.

Stasera non mi va di uscire
e forse neanche di mangiare
elogio la rinuncia
come sola vittoria personale.

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Il principe libero, ma non troppo

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Apriamo con una premessa.
Al cinema, tutto d’un fiato, deve esser stato sicuramente un’altra cosa.
Ma ciò non toglie che ci piacerebbe vedere più spesso, tra i canali Rai, film e programmazioni di questo genere, al di là dei giudizi positivi o meno sul film in questione. Va premiato l’intento.
Il film è andato in onda su Rai 1 in due serate, il 13 e 14 febbraio scorsi.
Dopo qualche giorno di metabolizzazione, sono giunto ad una conclusione.
Non si tratta di un film su De Andrè, ma di un film su un’idea umana di De Andrè.
E questo giustifica gran parte delle scelte fatte dagli sceneggiatori, Giordano Meacci e Francesca Serafini, e dal regista Luca Facchini.

Ogni scelta comporta però delle conseguenze: fatico a credere che l’immagine umana evocata da questo film sia la stessa che ognuno di noi aveva in partenza, prima di quei 190 minuti e passa. Può piacere o non piacere, ma sfido a dire che il nostro De André personale fosse lo stesso che abbiamo visto al cinema o in tv.
Questo è probabilmente un pregio del biopic “Il principe libero”, perché non ci restituisce una figura coerente ai lineamenti sempre tratteggiati attorno alla figura del cantautore genovese. È una versione diversa, ma non per questo meno vera. Anzi. Probabilmente lo è molto di più di tutte le reificazioni che solitamente avvolgono le vite private dei grandi artisti defunti, che li mitizzano.
Vediamo un ragazzo insicuro, intrattabile, un perdigiorno viziato e snob, che si adatta alle comodità della vita borghese pur recitando la parte del ribelle. Il giovane Faber passa le giornate bevendo, fumando e andando a puttane, lamentandosi del poco rispetto verso le sue priorità. Mentre l’uomo Faber è piuttosto stronzo, anche se affascinante e magnetico.
La pecca in questo caso è che la premiata scelta prenda la via del sentimentale, della vita privata, e vi resti infelicemente ancorata, tralasciando quasi completamente la realtà artistica, di scrittore di canzoni, di cantore degli emarginati, di cantautore che dà voce all’uomo. Fosse stato dato più spazio a questo lato della sua esistenza, forse avremmo compensato i tanti difetti che il film lascia trasparire. Durante la visione, ascoltando e (ri)apprezzando i testi di De André, mi domandavo come potessero essere usciti dal personaggio interpretato da Marinelli: il film ci lascia pochissimi scorci su come i pezzi siano nati, sulla visione del mondo di De André (praticamente assente) e di come sia stata messa in musica.
E non parlo della visione strettamente politica.
Sarebbe stato interessante vederne la genesi, il modo in cui il vissuto si trasformava in parole perfette. E invece ci resta una sensazione di vuoto, di incompletezza, dell’inspiegabile distanza tra lo svogliato figlio di papà e il genio maturo e consapevole dei suoi pesanti versi.
Per fortuna c’è tanto De André in Luca Marinelli, non si sa bene dove, ma c’è. Non ci assomiglia, non canta e non parla come lui, non lo imita nemmeno tanto, ma così facendo non rischia di scivolare in una recitazione eccessiva, che poteva degenerare facilmente in una caricatura.
La sua interpretazione concede un margine immaginativo allo spettatore, fa in modo che si percepiscano i tratti reali di De André, la sua figura quando cammina tra i vicoli genovesi e le sue smorfie quando indossa gli occhiali da sole. Come tiene la sigaretta, come fuma. Con buona pace di coloro che si sono indispettiti per gli occhioni chiari e per qualche strascico di accento romano.
Ma come mai tanta fiction all’interno della biografia cinematografica di un uomo da sempre portavoce di un messaggio tutt’altro che pop? Vuoi che la maledizione delle programmazioni Rai sia riuscita a conformare ai suoi sdolcinati canoni anche un anticonformista come De André?
Una possibile spiegazione è rintracciabile nella partecipazione  della seconda moglie, Dori Ghezzi. Forse un eccesso di vanità per Dori, che da fonte insostituibile di testimonianze e aneddoti sulla vita di Fabrizio rischia di diventare il catalizzatore primo di tutta la vicenda. La loro storia d’amore è infatti il fil rouge di gran parte della trama, almeno da quando Valentina Bellé (sua interprete) compare in scena.
Motivo per cui credo che il traguardo si veda, ma solo in lontananza.
Motivo per cui milioni di italiani hanno sbottato vedendo il vergognoso taglio della Rai del live finale. Infatti, oltre alla fastidiosissima scelta di troncare i titoli di coda per lasciare spazio a “Porta a porta”, il disturbo è stato amplificato dal fatto che fosse tagliato uno dei pochissimi momenti del film in cui si poteva apprezzare il De André artista, cantante, per di più in versione originale.
Insomma neanche il contentino di arrivare al cartello giallo con una scritta nera.
Però almeno abbiamo visto una “fiction riuscita” su De André, vediamolo mezzo pieno ‘sto bicchiere.

Marinelli canta “La canzone dell’amore perduto”

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Pills: Andrea Laszlo De Simone – Sogno l’amore

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Artista: Andrea Laszlo De Simone

Genere: Alternativo italiano, prog, cantautorato

Brano: Sogno l’amore

Album: Uomo Donna

Andrea Laszlo De Simone rappresenta forse una delle novità italiane più interessanti degli ultimi anni, anche se definirlo novità è sbagliato visto le precedenti collaborazioni come batterista nei Nadàr Solo e Anthony Laszlo, oltre ad un album autoprodotto. Possiede quel tocco di originalità che mancava nel mondo del cantautorato italiano, di contro all’ormai lunga fila di nuove (ma già usurate) leve della realtà underground (i vari Calcutta, Gazzelle, Contessa e via dicendo). Non ha la tv, odia i talent e crede nel valore intimo della musica. Somiglia un po’ ai Verdena, con sonorità che possono ricordare i Radiohead e i Tame Impala. Sfodera un’ interpretazione molto molto vicina a Modugno e Battisti, soprattutto in questo pezzo. Un pezzo di un’intensità emotiva davvero rara.

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Pills: King Krule – Dum Surfer

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Artista: King Krule

Genere: Post Punk

Brano: Dum surfer

Album: The ooz

A 4 anni da 6 Feet Beneath The Moon torna la voce baritonale più giovane e indipendente del mondo British, sotto l’etichetta XL Recording. Torna Archy Marshall, in arte King Krule. 24 anni e una maturità sorprendente nello svariare tra post punk, jazz e blues, con influenze stilistiche provenienti dal no wave.

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Domani sveglia alle 7, giuro!

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Come quando vorresti fare un po’ di tutto e…te ne resti a letto.

Ti svegli a metà mattina, sei riposato, ma senti che manca ancora qualcosina per la “dormita perfetta”.
Ancora un po’, solo un altro po’…

Hai rinviato per mesi un sacco di piccoli progetti perché eri impegnato in cose più importanti, e ti sei ripromesso di realizzarli tutti, a partire proprio da oggi.
Ma, mentre ci pensi, ti sei già rigirato dall’altra parte e forse dormi di nuovo.

Allora, adesso mi alzo, al tre mi alzo e mi metto all’opera: parto con il dare una bella lavata alla macchina, che ne ha un disperato bisogno, poi passo in biblioteca a consegnare i libri dopo un ritardo di ben tre settimane (magari me ne prendo un altro paio su “Storia del cinema indipendente”), poi vado a farmi stringere quel benedetto paio di pantaloni scuri dalla sarta e poi…aspetta, ma quanto fresco è il cuscino da questa parte? Senti che roba! Dai, me lo godo giusto due minuti!

Riapri gli occhi mezz’ora dopo, ma giusto quella fessura che ti permette di scrutare l’ora e allo stesso tempo di non perdere l’abbiocco.
Preso da un improvviso spirito d’iniziativa scosti leggermente la coperta sbadigliando: e ti senti già un vero eroe.

– Uno di quei rari attimi di lucidità della giornata, che ti permette di bisbigliare “anche oggi ho fatto il mio”; ma lo bisbigli soltanto, perché hai troppa paura che la tua coscienza ti senta, e se ti sente poi sono guai. Lo sai bene –

Ora tra te e la lista di cose da fare c’è solo la colazione, senza dimenticare che è il pasto più importante della giornata e necessita senza dubbio del suo tempo e delle sue attenzioni.

Tic,tic,tic.
Ci mancava pure la pioggia, leggera e morbida, sembra li apposta per accarezzarti mentre richiudi gli occhi, ti rilassa meglio del Valium.
Reagisci.

Miracolosamente raggiungi il bagno, il lavandino, ti specchi: ti vedi ancora sfocato, tutto, attorno a te, è ancora piuttosto sfocato.
Ma vai avanti, procedi con crescente coraggio e intraprendenza.

Ti lavi, ti asciughi, ti vesti, ti rispecchi… finalmente ti sembra di riconoscerti.
Scendi le scale accelerando il passo, mentre decidi che la colazione la farai fuori, giusto per non perdere la botta di entusiasmo che improvvisamente ti ha colpito.

Prendi il necessario per le tue commissioni, infili al volo le scarpe dando un’occhiata fuori dalla finestra, ha già smesso di piovere e dalle nubi si sta facendo largo un buon sole. E bici sia.

Mentre pedali si alza una leggera brezza, provvidenziale.
Sfrecci in contromano da un vicolo all’altro per evitare il traffico, pedali, pedali, pedali, ormai sei lanciato, i semafori verdi, i pedoni che si scostano, le macchine che ti danno la precedenza…fino a quando non arrivi all’ultimo incrocio prima della destinazione, ti affacci a malapena buttando l’occhio solo da una parte e non ti accorgi della vecchietta col Suv dall’altra e…SBAM!

Ti svegli che sei ancora nel tuo letto, ma girato dal lato fresco del cuscino.

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La troupe – EPISODIO #3

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LA TROUPE – LA STATURA DI UN ATTORE

Come ogni troupe che si rispetti, anche LA troupe aveva uno staff molto efficiente e pronto ad ogni evenienza. Sopra tutti stava il Micio, vero regista e sceneggiatore degli episodi della troupe. Alla sua sinistra, sempre nel raggio massimo di 2 metri, si aggirava Virgola (Virgo per i trouppisti), aiuto-regista e co-sceneggiatrice. Subito dietro spuntavano i produttori Caleido e Vago, due ricconi che si somigliavano moltissimo e probabilmente ignoravano il fatto di essere fratelli separati alla nascita. Al servizio del Micio si muovevano poi gli operatori di ripresa Fretta, Sisma e Mirina; la prima un po’ lenta ma diligente, il secondo dalla mano molto ferma e la terza esperta di inquadrature a campo lungo e lunghissimo. Al loro fianco entravano poi i tecnici del suono e dell’audio, Battuta e Plauso, due buontemponi che si divertivano molto tra di loro, anche se Airone, il responsabile della fotografia, non capiva mai i loro giochetti.
A disposizione di tutta la troupe scodinzolava poi la giovanissima Crocetta, vero factotum della compagnia, alla quale erano affidate tutte le mansioni più antipatiche e scomode: Crocetta le svolgeva con grande professionalità e le segnava poi nel suo programma di lavoro con una piccola tick.
La troupe non usava truccatori, i personaggi e gli intervistati dovevano essere autentici e immacolati, senza alcun filtro.

Ultimi ma non ultimi i componenti più singolari, gli attori. La troupe aveva due attori principali, il Nibbio e Melò, che in caso di necessità venivano sostituiti da delle riserve di cui nessuno ricordava mai il nome, ma che erano costrette a rimanere sempre disponibili e pronte ad ogni urgenza. Certo, degli attori, per una troupe specializzata in interviste e micro-documentari, non sembravano delle pedine così irrinunciabili. Ma il loro compito era invece molto delicato: in caso di necessità, la loro funzione era quella di stimolare i soggetti più renitenti e intimoriti, che si scioglievano davanti a un microfono o a una cinepresa. O a microfono e cinepresa insieme. Gli attori allora scendevano in campo nei giorni seguenti ai primi take falliti, cercavano di entrare in intimità con i soggetti e li aiutavano a esternare il loro potenziale. Il tutto in un lasso di tempo contenuto, molto contenuto. Si disponeva di pochi giorni di lavoro, altrimenti il gioco non valeva la candela e lo sforzo diventava eccessivo rispetto al possibile risultato. Il Nibbio era un vero maestro in questo mestiere. Anche Melò se la cavava piuttosto bene, almeno quando il suo stato emotivo glielo consentiva, tra un piagnisteo e l’altro.

Eccoci giunti alla casa del soggetto individuato. Il Micio , come suo solito, raggruppò i suoi adepti, lasciandosi circondare, e procedette con la sua introduzione.

Breve intervista a un ragazzo sulla ventina con una forte passione per il cinema. Esemplare molto interessante. La troupe è molto fiduciosa ed entusiasta, speranzosa di raccogliere un’altra testimonianza utile per la ricerca. Ricordiamo che per essere definita “utile” la risposta dell’individuo deve rivelare un sentimento vero e sincero verso il campo artistico in questione, libero da frivole influenze di costume o simili.
L’intervistato risponde a una semplice, ma neanche troppo, domanda personale, riguardo la sua passione per il cinema. Si proceda.

Il Nibbio si fece rivedere solo il giorno seguente, giustificando la sua assenza con un forte mal di testa, dovuto ancora al  malefico motivetto dei giorni precedenti.

– Tanto ve la sarete cavata benissimo anche senza noi attori, vero Melò?
– Ma la nostra presenza è comunque fonte di ispirazione per il soggetto!- rispose Melò, con tono più in linea alla tesi del Nibbio che alla sua.
Intervenne, violenta, Virgo – Beh, senti Nibbio, se sei interessato alla cosa ti faccio un riassunto dell’incontro, altrimenti per me puoi pure andare a fare i tuoi giochetti masochistici in giro per la città.
Il Nibbio non si fece sorprendere dal tono diretto della cara Virgo.
-Oh, sono fortemente interessato. Prego, si proceda.
L’insolente tentativo di imitazione non sfuggì alle orecchie del Micio, che sedeva e ascoltava in un angolo buio in fondo alla stanza. Accennò un sorriso beffardo, ma non aggiunse altro.
– Bene, allora ascoltami Nibbio.
– Soggetto: Miguel, 20 anni, orecchino, mani piccole.
È un grande appassionato di cinema, e di personaggi celebri dal punto di vista estetico. Un fan della fotogenia in poche parole. I suoi idoli provengono da qualche piano sequenza ben costruito, meglio ancora se da riprese che hanno fatto scuola nel loro genere. Di questi personaggi si cerca immagini, racconti di vita, curiosità, ed è ossessionato dalle loro esistenze. Tutta la sua cultura da cineasta proviene da lì e dal buio della stanza della seconda serata, meglio ancora se in solitaria, così può godere della visione totalmente immerso in qualche pellicola, in apnea. Non è tanto rilevante quale e che trama si sviluppi, l’importante è che ci siano loro, i suoi idoli. Preferisce proprio la solitudine in questi casi, sì, anzi quasi la ricerca involontariamente, a differenza della maggior parte dei suoi coetanei che pur di non star da soli con la loro larvale individualità escono a diventare signori della movida cittadina. Ogni tanto, purtroppo, questi esseri se li trova tra i piedi, guarda te, giusto nel mezzo della scena clou dove la colonna sonora pare penetrata nella stanza: lui con la pelle d’oca, il sangue caldo, l’emozione negli occhi, gli occhi nel cuore e… uno sbuffo! un maledettissimo sbuffo!
-Ma come si fa dico io? – Si lasciò andare Battuta, mentre Plauso scuoteva la testa, consenziente all’uscita del collega.
-Si “dico io” – proseguì Battuta – perché Miguel ha creato una sorta di empatia con la sua passione e dedizione, e mi ci sono immerso, e sicuramente non mi sarei mai permesso di sbuffare in un tal simil spannung artistico, anche solo per rispetto del sentimento altrui. –

Tutti i presenti si guardarono con espressioni di approvazione e intesa, poi ripresero ad ascoltare Virgo in silenzio.
– Miguel descrive questo fenomeno con alcuni esempi, dei quali riporto le testuali parole: è come quando ti trovi a studiare in qualche biblioteca fuori città, speranzoso di trovare un clima di pace, ideale, in quei borghi dove di norma si rispetta il silenzio per principio, quasi fosse nell’indole del cittadino fuori dal suo habitat, e spuntano all’improvviso l’effeminato e l’amichetta (o peggio ancora il maschilista e l’amichetta) e si lasciano andare in monologhi sulle loro vacanze pre-ponte dell’Immacolata Concezione.
In questi casi Miguel dice di essersi trovato più volte in una situazione di apparente follia, in cui non è più padrone di sé stesso e immagina di estrarre rapido il coltellino a serramanico infilato nel calzino destro e zaac! Di far tornare il silenzio e il rispetto con tre colpi semplici, ma ben assestati, alla gola. In questi casi vorrebbe che tutto ciò potesse accadere davvero e avverte un prurito insopportabile alle mani, mentre si accorge di essere in piedi sulla sedia, con le vene grosse come il tronco di un abete secolare.
La prima cosa che guarda in nuovo papabile idolo cinematografico è  l’altezza. Nè è totalmente ossessionato. Tutto per un puro discorso di frivola vanità, in quanto il povero Miguel Arroyo Da Lima non supera il metro e sessantadue e un po’, ed è dura in quel mondo di squali dover essere moro con gli occhi azzurri ma non riuscire a sedurre con lo sguardo qualsiasi femmina che porti i tacchi.

Subentrarono tempestivi Batutta e Plauso.
– E quando una femmina porta i tacchi?
– Quando vuole esser sedotta!
– È proprio fottuto amico!
E presero a sbellicarsi dal ridere, spintonandosi l’un l’altro.

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La troupe – EPISODIO #2

By | La Troupe | No Comments

LA TROUPE – IL NIBBIO

Il soggetto non si trovava molto lontano dal loro covo.

Era stato individuato da uno dei loro informatori, i girini. Questi altro non erano che inconsapevoli aiutanti della troupe, giovani e vecchi, persone con una predisposizione alla sensibilità artistica. Predisposizione però latente. Ogni tanto i girini si lasciavano sedurre dalle manifestazioni dei vari esemplari e subivano il fascino dei loro racconti, immedesimandovisi. Era proprio questo il canale diretto con la troupe. Nei loro istanti di sensibilità emanavano delle particolari onde sonore, che la troupe riusciva a captare nei suoi radar di vecchia generazione. Le onde erano percepibili esteriormente sotto forma di leggere brezze, piacevoli d’estate e piuttosto taglienti d’inverno. Per questo quando vi erano delle giornate secche la troupe sapeva già che, salvo improvvise variazioni climatiche, sarebbe stato un giorno di ferie e di sano ozio.

La troupe si mise in marcia, procedendo in riga, come suo solito. Camminavano con la testa bassa, puntando la gente per poi evitarla all’ultimo istante.

La riga poteva spezzarsi, ma doveva mantenere una linea parallela tra un trouppista e l’altro. Quando erano al completo i trouppisti arrivavano a occupare interi quartieri. Vestivano sempre allo stesso modo quando erano in servizio: una t-schirt o un dolcevita rigorosamente nero, o al limite grigio antracite, accompagnato da pantaloni neri di stoffa, non particolarmente comodi. Il colpo d’occhio della loro azione visto dall’alto, va detto, era molto bello. Ma la maggior parte degli abitanti   che si confondevano nel traffico cittadino non si accorgeva nemmeno della loro marcia di spostamento.

La disposizione classica prevedeva il Micio al centro. Da destra verso sinistra: Virgola, Caleido, Fretta, Vago, Mirina, Battuta, Melò, Sisma, Carramba, Airone, Plauso, Crocetta. All’appello ne mancavano alcuni, tra i quali il Nibbio. Dove si era cacciato? L’ultima volta si era assentato dopo pochi minuti a causa di un motivetto di uno spot sentito per radio che non voleva saperne di uscire dalla sua testa. Era davvero insopportabile. Per poco Melò non gli ha messo le mani addosso. Così era rientrato nel suo monolocale in via Taramelli, dove dopo una doccia bollente e subito dopo un’immersione nel ghiaccio tritato era riuscito a purificare il suo spirito.

Ma oggi dov’era finito? L’orario di ritrovo era previsto, come al solito, attorno alle undici e ventitré minuti. Ma del Nibbio nessuna traccia.

In quel Paese ci si affidava alla cieca mancanza di un’opinione, al barcamenarsi tra un exploit e una debacle di qualcun altro, alla vittoria o alla sconfitta della nazionale. Le persone non si rendevano conto che sul piano concreto non cambiava nulla, che questi eventi pubblici non avevano nessun riflesso tangibile sulle loro esistenze.

Il Nibbio era rimasto in silenzio per tutta la partita mentre la sua squadra subiva le scorribande offensive degli avversari. Non una parola.  La sua fascetta faceva risaltare i timidi colori sociali dei suoi beniamini, i biancorossi, in mezzo a un mare gialloblù di avversari. Lo sguardo fisso sul teleschermo nonostante i ghigni e i risolini che a intermittenza gli arrivavano da destra e da sinistra, provenienti dagli altri assidui frequentatori del bar. Sentiva persino i fastidiosi rantoli dei tossici alle sue spalle, ne vedeva e percepiva il sadico soddisfacimento, tra i denti marci, per il solo gusto di veder qualcun altro (temporaneamente) messo peggio di loro.

Triplice fischio. Era stata una vera disfatta.
Il Nibbio si alzò, leggero, dal suo sgabello, infilò la sigaretta tra le labbra, da un lato, e pagò le tre birre medie. Nessuno parlava ma tutti lo guardavano. Sghignazzando.
– Carissimi, io vi saluto. Vi ricordo che lunedì andate lo stesso a
lavorare. E ricordo anche che, prima o poi, dovete tutti morire.-
Detto questo bevve una rapida sorsata da un boccale di un energumeno lì vicino e sputò per terra, pulendosi la bocca con un gesto plateale.

Fece i primi tre, quattro passi lenti, sicuri, poi aumentò un po’ la frequenza, ancora un po’, passo dopo passo, marciando verso l’uscita, sollevò le braccia, lasciò cadere la sigaretta e si sollevò in un’ ampia falcata fino all’uscita, che imboccò sterzando pericolosamente e reggendosi con una mano al viso di un ebete malcapitato. Subito si sollevarono grida e schiamazzi alle sue spalle. Una ventina di cavernicoli infuriati prese a inseguirlo.

Il Nibbio aveva un considerevole vantaggio nei confronti degli inseguitori, grazie alla rapidità dei suoi movimenti e ai riflessi un po’ appannati degli astanti. Ma questi non erano di quelli che mollavano la presa, tutt’altro. La rissa della domenica sera era uno degli obiettivi della loro esistenza, uno sfogo necessario per poter concludere la settimana come si deve. Mossi da un improvviso spirito agonistico e atletico, o forse più dalla birra e dalle caramelle colorate, guadagnavano terreno dandosi i cambi tra le prime posizioni come avevano visto fare al Giro d’Italia (quell’unica domenica di fine maggio, a campionato terminato, quando non avevano trovato una partita di calcio in tv). Un paio di loro aveva rimediato delle biciclette lungo il breve tragitto e si apprestava ormai a circondare il Nibbio.

Di fronte alla morsa umana dei pericolosi individui il Nibbio si vide costretto a improvvisare. Svoltò alla sua sinistra nel primo vicolo all’angolo, sotto l’insegna del negozio di telefonia fresco di nuova apertura. Si fermò, guardando l’orda in delirio che avanzava, ancora più assetata ora che la preda sembrava sul punto di arrendersi.

Tirò fuori dalla tasca la beretta, la infilò tra le labbra e premette il grilletto. Un fiotto di colore rosso uscì dalla sua nuca e andò a macchiare le vetrine illuminate dalle luci di servizio. La beretta si ergeva obliqua sul suo viso.

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La generosità, o qualcosa di molto simile

By | Riflessioni | No Comments

Un adulto e un altro uomo forse un po’ più adulto sono seduti in un chiosco lungo mare.

Il primo sorseggia un caffè shakerato, con due cubetti di ghiaccio. Il secondo sta aspettando la correzione del suo di caffè. Entrambi scrutano l’orizzonte frastagliato delle onde a pochi metri da loro, con gli occhi semichiusi per il riflesso del sole e con una smorfia bizzarra sul volto.

I due hanno coltivato nel corso degli anni una singolare abitudine: durante i mesi estivi si trovano in un bar qualsiasi dopo la pausa pranzo, e discutono un nuovo argomento ogni giorno. Qualche volta il discorso si rivela più interessante e intrigante del previsto, e allora si protrae anche per diversi appuntamenti. Una volta i due sono andati avanti un mese a parlare dei messaggi subliminali all’interno degli spot pubblicitari, sconfinando in discorsi filosofici di discreta cultura.

Oggi tocca all’adulto introdurre l’argomento. Tutto parte da un profondo dubbio: – può esistere un’azione umana frutto di pura, viscerale e incontrastata generosità, di un altruismo disinteressato verso il prossimo, che sia ancora più casto, ad esempio, delle offerte caritatevoli?

Agli occhi e alle orecchie del compagno di chiacchierata la domanda suona subito molto sciocca. In un primo momento gli viene da ridere per l’ingenuità del più giovane adulto, e vorrebbe quasi indirizzare il dialogo altrove. Ma il più giovane continua: – Cosa ci può essere di più puro di quelle? Se ci pensi, in fondo, anche il fare l’elemosina è un atto mosso da un ponderato intento egoistico, un egoismo perverso se si vuole, ma pur sempre qualcosa che aiuta a ripulire la coscienza e a placare le preoccupazioni scaramantiche del quotidiano.-

Anche il più vecchio adulto sembra ora spiazzato da questo approfondimento, e abbandona l’atteggiamento affettato di pochi istanti prima. Comincia a riflettere. Restano entrambi in silenzio, pensierosi.

– Ma dai, che stronzo a non farti neanche i fari con un posto di blocco della polizia poco dopo! Robe da non credere! Io li faccio sempre, tanto non mi costa nulla…-

I due si voltano, indispettiti. Nell’istante in cui si voltano, elaborano però il senso nascosto dello schiamazzo fastidioso. La barista imbellettata, impegnata in un acceso dialogo con un cliente fisso (super fisso) allo sgabello, ha involontariamente dato loro una risposta più che appropriata, con invidiabile tempismo. Ha sciolto il loro dubbio esistenziale, il resto lo fa il più vecchio adulto, con la strada ormai spianata.

-In effetti come si può non ritenere un gesto puramente generoso il semplice avvertimento nei confronti di uno sconosciuto che arriva dal senso opposto e del quale non sappiamo nulla né mai sapremo nulla, e lo stesso lui di noi. È un atto di spassionata generosità, senza alcun dubbio.-
I due hanno continuato il discorso senza distogliere un secondo lo sguardo dalla barista e dal cliente, quasi presi da un flusso di coscienza e da un rigetto spontaneo della mente, senza accorgersi che ora il loro sguardo pesante è ricambiato da uno sguardo altrettanto sorpreso. La barista imbellettata, la più abituata di tutti a certi stalli alla messicana, sorride loro e ammicca. I due adulti si girano, imbarazzati e accaldati, asciugandosi la fronte con il dorso delle mani. Tornano a scrutare l’orizzonte, l’uno sorseggiando e l’altro aspettando, senza fretta e senza più una parola. Per oggi sono soddisfatti.

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La troupe – EPISODIO #1

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LA TROUPE – UN GRUPPO ESCLUSIVO
La troupe era un gruppo esclusivo. Era composta da vari adepti, dei singolari personaggi che sapevano il fatto loro, che praticavano la filosofia del saper vivere e del gustare la cultura (o quel  che ne restava), proteggendola impavidamente dal pessimo uso che ormai se ne faceva. Strano a dirsi ma non era l’ignoranza il loro vero nemico. I trouppisti rispettavano l’ignoranza. Era una forma estrema di sapere, una forma di divinità valida e pura. La troupe covava invece dell’odio profondo nei confronti di altri “estranei”. Covava dell’odio e della rabbia a prescindere, ma in modo particolare s’infastidiva per certe manifestazioni di presunta superiorità, di intellettualismo maccheronico. Covava del sano odio. Specialmente per coloro che sputavano sentenze e sproloquiavano a vanvera, passando da un frivolo argomento all’altro, toccando temi nei quali avevano una preparazione e una competenza di seconda se non di terza mano. Così, “per sentito dire”.
La troupe li chiamava ……… . – Guarda lì, un ……… – oppure – quello è proprio un ……… – si dicevano spesso tra iniziati. I ……… erano davvero tanti, tanti e molto viscidi, opportunisti, millantatori, sedicenti intellettuali, chiacchieroni d’occasione. Persone vuote, ma con un gran bel contenitore. 

Il Micio tirò una manata alla parete, nel tentativo di annientare una zanzara. – Maledette puttane. Siete peggio degli attillati, peggio dei marmitti… forse peggio dei ………, anzi no, peggio di quelli non c’è nulla -.
Ecco, per rendere l’idea.

 La troupe rappresentava un’istituzione obsoleta, sostenitrice delle cause perse, ricercatrice di qualcosa che è esistito, ma di cui non ha mai percepito concretamente la vera essenza. Mossa dal fascino  dell’irraggiungibile, dell’irrecuperabile operava nel grigio delle mattine uggiose, in cittadine sperdute, in quei luoghi dove era lecito sperare in qualcosa di dimenticato. Non si può dire se la troupe agisse in totale solitudine o se avesse la tendenza a escludersi con le proprie mani dal resto del mondo, isolandosi come unica paladina e solerte guerriera nella sua battaglia pacifica contro l’arbitrio della vita. Fatto certo era che tutti i suoi iniziati amavano crogiolarsi nella loro unicità, nella loro capacità di distinguere ciò che era dotato di un certo peso specifico da ciò che era vuoto ed effimero. Anche se ogni tanto un pò di leggerezza non guastava: gli adepti sapevano pure questo e allora, qualche volta, abbandonata la loro austerità e il loro ostracismo, si lasciavano andare a momenti di relax ed evasione, anche se molto controllati e contenuti entro una sfera d’eleganza invidiabile. Amavano bere tisane aromatizzate di dubbia provenienza, ascoltando ottimi vinili di diversi cantautori e artisti. Meglio se italiani o francesi. Ma anche il pop di ottima fattura.
In realtà il mondo fuori dal loro covo era piuttosto normale, o almeno conforme a quei canoni che definiscono e delimitano il concetto di normalità. Ma siamo consapevoli di come siano flessibili queste paratie che marcano i confini di un concetto e ne escludono un altro di significato adiacente, e ci dimentichiamo forse troppo spesso di come sia difficile dare una definizione, spiegare esattamente cosa sia la tal cosa e cosa la renda differente da un’altra cosa, specialmente se parliamo di normalità, ovvero di un argomento dai contorni quanto mai sfumati, che esaspera il concetto (eccone un altro) di democrazia, perché costretto a considerare in egual misura la presunta normalità per ognuno di noi, a valutarla e poi sintetizzarla in un concetto superiore che deve poi essere ridistribuito e rivalutato da noi tutti prima di essere ufficializzato. Perché una definizione si può dare solo definendone per bene i limiti, così come un concetto può essere spiegato solo tramite altri concetti. Altro bel cavillo.
Il Micio incastrò una mano nell’altra, con i gomiti appoggiati sulle cosce e il naso affondato tra gli indici, nell’atteggiamento di chi riflette su chissà quale mistero insondabile. Poi, dopo interminabili secondi di silenzio ruotò in avanti entrambe le mani, senza districare le dita e mantenendo gli indici diritti davanti a sé, simulando la forma di una pistola. Sorrideva sornione guardando un punto lontano in fondo alla stanza. Si alzò. Sistemò l’acconciatura leccandosi il palmo della mano e passandolo leggero sui capelli: anche oggi la troupe aveva del lavoro da svolgere.
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Perché ci piace Twin Peaks

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In occasione dell’uscita della 3a stagione, parliamo un pò di Twin Peaks.

A distanza di 26 anni David Lynch ha deciso di riprendere e proseguire le trame di una delle storie che più ha influenzato e rinnovato il suo genere. Molte domande sorgono allora spontanee: Perché aspettare tutto questo tempo? Perché rischiare questo salto nel vuoto in una realtà di pubblico filoserietv forse al suo acme storico? Perché andare a toccare un cult che è diventato tale anche per il momento artistico in cui è uscito? Perché?

La risposta rimane un segreto, proprio come quelli che piacciono alla premiata ditta Frost-Lynch. Ma ad una domanda forse possiamo rispondere: perché tutta questa scalpitante attesa e questa frenetica corsa al recupero delle due precedenti stagioni, mettendosi al passo o solo rinfrescandosi la memoria? Perché ora Twin Peaks (ri)possiede tutto questo fascino?

In primis, per fortuna o purtroppo, Twin Peaks piace per un semplice motivo: perché è di moda.
È di moda innanzitutto perché è una serie TV, e le serie TV sono molto in voga al momento.
È di moda perché narra una vicenda insolita, non conforme alle canoniche trame dei thriller e dei gialli odierni. Rientra quindi nella sfera dell’alternativo, ormai paradossalmente più di moda del mainstream stesso, nell’eterno moto circolare delle tendenze.
È di moda perché è una serie vecchia, quindi considerabile come vintage, un fiore all’occhiello per gli intenditori e gli amanti del recente passato, soprattutto in questo periodo di revival anni ’80 e ’90, sia nel campo musicale, sia in quello della moda in senso stretto, intesa come abbigliamento e stile.
E poi sa molto di nostalgia per gli over 35 che amano ripetere frasi come ma che ne sanno i 2000.
È di moda perché tocca molte tematiche altrettanto di moda come il misticismo e le filosofie orientali, da sempre punto di riferimento per l’orfico modus operandi di Lynch.

In secondo luogo, va detto, Twin Peaks piace perché è un telefilm di qualità. Nei primi anni ’90 ha cambiato il modo di girare e dirigere una serie Tv, così come il modo di guardarla, influenzando molti futuri epigoni. Ancora oggi sorprende e affascina per la regia e per la sceneggiatura.
All’interno di ogni puntata si passa dal genere comico, con scene al limite della parodia delle sit-com anni ’80, a sequenze inquietanti e d’impatto psicologico notevole. L’ansia percepibile in certi passaggi non è frutto di particolari effetti speciali, tutt’altro, si basa piuttosto sulle capacità dietro la cinepresa di Lynch, in grado di far venire i brividi semplicemente (si fa per dire) portando all’estremo le smorfie dei volti protagonisti, con giochi di luce e ambientazione.
In Twin Peaks non si sa mai cosa aspettarsi nella scena successiva, peculiarità molto rara, specie nelle standardizzate trame odierne, che rappresenta un’ottima cartina di tornasole per comprendere il peso artistico di questo telefilm.
Come in tutte le serie Tv la caratterizzazione dei personaggi è un notevole punto di forza, che instilla nello spettatore un crescente valore affettivo destinato a creare degli pseudo-idoli, con la loro personalità e le loro manie, che li rendono unici ai nostri occhi. E se si apprezza un umorismo surreale e insolito si ride pure.
E se poi in sottofondo crescono le due note più toccanti, appassionanti, inquietanti e penetranti che si possano sentire in un telefilm, il gioco è fatto: potentissimo punto di forza è proprio la colonna sonora di Badalamenti, in coabitazione con il meraviglioso motivo di apertura tratto dal brano di Julee Cruise Falling (la cantante appare anche in alcune puntate).
A tutto ciò subentra infine il provvidenziale cliffhanger alla chiusura di ogni episodio, il più classico dei trucchetti di genere che permette di andare a colpo sicuro e di far ritardare di un’altra oretta il ritiro notturno per guardare un episodio in più. Quasi mai risolutore o del tutto soddisfacente, tra l’altro.

Detto questo forse possiamo biasimare Lynch per questa decisione, per aver voluto girare questa terza stagione che difficilmente manterrà le aspettative e facilmente deluderà: andare a mettere le mani su quello che possiamo già definire come un classico, un vero cult, non è mai una buona idea, anche se ne sei l’artefice primo. Ma se poi vai a pensare che Laura Palmer aveva avvertito per tempo l’agente Cooper riguardo questa lunga attesa, allora non puoi certo prendertela perché il suo creatore ha mantenuto la parola ed è stato coerente: e la coerenza in Lynch, guardando alle sue opere, non è molto spesso di casa.

Breve e interessante video in cui Badalamenti spiega com’è nato il brano “Laura Palmer’s theme”

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Intervista breve, brevissima – il cinema per un padre di famiglia

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FLANEURS TROUPE

À la recherche

Breve intervista a un giovane padre di famiglia con la passione per il cinema. Esemplare molto interessante. La troupe è molto fiduciosa ed entusiasta, speranzosa di raccogliere un’altra testimonianza utile per la ricerca. Ricordiamo che per essere definita “utile” la risposta dell’individuo deve rivelare un sentimento vero e sincero verso il campo artistico in questione, libero da frivole influenze di costume o simili.

L’intervistato risponde ad una semplice, ma neanche troppo, domanda personale, riguardo alla sua passione per il cinema. Procediamo.

  • Caro Signor F., come sta? Innanzitutto la ringrazio per la sua disponibilità e la informo, caro Signor F., che le sarà fatta una semplice domanda riguardo quello che lei hai definito più volte nell’arco della sua esistenza come la sua prima, a sprazzi forse la seconda, vera passione. Non so se lo sa, ma noi ci occupiamo di individui con un interesse sentito per l’arte. Sì, sì, lo so, è diventato un lavoro duro, però qualche rara soddisfazione ce la leviamo anche io e la mia troupe, non possiamo negarlo. La informo inoltre, ahimè, che la sua risposta sarà tagliata nei punti superflui, sintetizzata in quelli non così fondamentali e semplificata nel caso il linguaggio che utilizzerà risulti troppo complicato, o ermetico. Disposizioni che ci sono imposte dai piani alti. Non ci sarà né introduzione, né finale e le chiediamo di rispondere in modo conciso e diretto. Procediamo.
    Allora Signor F., se dovesse descrivere da dove nasce questo debole per la settima arte, da cosa scaturisce, come lo descriverebbe?

Sai quando guardi un film e s’insinua in te un lontano sentore, un presentimento, uno stato d’animo che una certa scena ti suscita? Quando riesci a percepirlo e gli permetti di entrare? ecco, si apre una voragine interiore, da pelle d’oca. Purtroppo altre volte lo lasci lì, a distanza di sicurezza, non ti fai sopraffare da questo richiamo fumoso e troppo leggero, come quando un bambino molto piccolo ti strattona piano per i pantaloni per mostrarti una cosa molto banale, che però lo diverte, mentre tu magari stai parlando con la sua maestra, e gli passi una mano sulla testa come per accontentarlo, per fargli credere che hai visto anche tu il vostro cane starnutire. Ma in realtà non ci dai realmente peso, non gli concedi l’attenzione che meriterebbe. Lo stesso capita con certe riprese e certi dialoghi nei film, dove non ti fai coinvolgere troppo, perché ciò richiederebbe un leggero sforzo che non sei disposto a fare in quei momenti.
Forse hanno ragione Loro, quelli che guardano i film così tanto per, che si intrattengono mentre sono comodamente sdraiati sul loro divano, con una coperta sopra e qualche dolcetto da sgranocchiare, chi glielo fa fare uno sforzo in quel momento? Eppure gli si aprirebbe un mondo, un vuoto dentro la loro pancia verrebbe colmato e così potrebbe accadere altre volte, se imparassero a cogliere quel docile strattone della loro sensibilità. Oh certo, c’è chi deve mettersi la cintura di sicurezza per non lasciarsi prendere troppo dalla sua sensibilità, perché non è portato naturalmente per queste cose, è nella sua indole. E c’è anche chi ha la sensibilità di un palo della luce, o non ce l’ha del tutto. Di conseguenza però rivela la sua inettitudine anche in altri campi, dove non mostra alcuna compatibilità proprio perché non sviluppa questa intelligenza sensibile.

  • “Impara a lasciarti strattonare dai film e non permettere a nessuno di strattonarti a scuola” questa è un pò il suo credo, il suo motto, la sinossi di tutto il suo modo di vedere il mondo, il suo piano inclinato rispetto alla realtà. Fine dell’intervista.

Prima impressione piuttosto soddisfacente. L’individuo sembra nutrire un interesse autentico per l’argomento, anche se presenta dei forti momenti di insicurezza nei confronti del proprio sentimento.

Il risultato finale è rimandato a stasera, dopo la riunione di giornata della troupe.

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Pausa caffè

By | Riflessioni | No Comments

Pausa caffè. La prima della giornata.

Ti avvii verso il baretto (perché il caffèttino della pausa studio non lo bevi al bar, ma al baretto), quello all’angolo, in fondo alla via, in posizione strategicamente studiata all’interno dell’equilibrio urbanistico della città, tale da concederti deliziosi tre minuti di passeggiata all’andata, e cinque al ritorno: il ritorno al dovere è sempre psicologicamente più difficile, e richiede perciò più tempo.

In realtà non si tratta di una vera pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso è stata inesistente.
Oh, checcevuoifà… ti sei dovuto alzare quasi un’ora prima del solito stamane, costretto dalle analisi del sangue, prenotate dalla mamma ad un orario a dir poco infame: “Scolta me! A quell’ora non c’è praticamente nessuno e ti eviti tutte le vecchiette, sai che quelle arrivano in massa e ti fregano il posto”. Eh sì, quello è il loro habitat naturale, ci sanno fare, c’è poco da dire. Era un piano perfetto.

Ma torniamo alla pausa caffè. Anzi al motivo per il quale non hai il diritto di definirla pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso…ecc ecc
Ospedale. Sala prelievi. Con questo freddo il contatto con la punta dell’ago è un piccolo trauma, nonostante l’anestesia naturale conferita dal dolce stato di dormiveglia. Zac, cerottino e via. Il lato positivo è che adiacente all’ospedale si erge il Bar, quello senza vezzeggiativi, e puoi così approfittarne per fare colazione fuori.
– Allora… Per me un cappuccino, una brioche alla crema e una fettina di strudel. Ah! Anche un succo alla pera, grazie. Consumi, paghi e sorridi perfino.

Ormai sei sul pezzo, attivo. Sprezzante, impavido, non sei tornato alla sicura dimora e hai preso la via dell’aula studio. Comincia ad alzarsi anche un pallido sole e tu cominci a riflettere con lucidità sul da farsi. Nelle riflessioni non sei mai stato un drago e il pensare troppo non ti è mai stato d’aiuto, quindi cerchi di non esagerare e di restare entro i limiti. Umile. Ma neanche troppo.
Parcheggi e intraprendi il red carpet verso l’entrata dell’aula. Avvicinandoti senti l’energia che cresce, passo per passo, sei concentrato sull’obiettivo. I clacson non ti disturbano, il venticello ti sfiora appena, gli uccellini intonano una sinfonia solenne, un cagnolino abbaia dopo il bisognino, il sole s’impone ormai vincitore, l’ultimo scalino sembra una rampa verso il successo. Ma la porta dell’aula è chiusa. Riprovi. Ma è ancora chiusa. Riprovi, con la rincorsa. Sigillata.

Aspetta! hai fatto un doppione delle chiavi proprio la settimana scorsa!
Ma le hai lasciate a casa, non sei ancora abituato ad averle d’altronde.
Chiami il sultano dell’aula, sperando che lo studio rientri nei suoi programmi della mattinata. Sono 33 anni che non rientra nei suoi programmi, ma stamattina sei fiducioso, sei ancora supportato dall’energia di poc’anzi. E anche il cagnolino crede ancora in te e scava una buca li vicino per dimostrartelo.
Il sultano risponde, attenzione. In due minuti è li da te. Arriva, ti saluta, apre. Prendete posto, tutto sembra pronto, le avversità superate. Ma il sultano ha qualcosa che non va, appoggia lo zaino alla sedia, tira fuori un libro e una matita, ma non si siede ancora. Ti guarda, come per comunicarti qualcosa di profondo, atavico.
– Beh oh fenomeno, ce lo faremo almeno un caffettino no? Mi tiri giù dal letto e mi fai fare le corse!
Dai andiamo da Loco, ci mettiamo un attimo.

La fine.

Epilogo:

Tu e il sultano da Loco, dopo varie e inenarrabili peripezie.
– Allora cosa prendete?
– Aspetta, che ore sono?
Spazientito – Le dodici, mezzogiorno.
– Mezzogiorno? eh niente, niente allora, cosa faccio? prendo un caffè a mezzogiorno? è troppo tardi per un caffè. Buon pranzo Loco.
Loco ti fissa, sbigottito e alterato. Ti allontani cauto ma lesto. Sei di spalle. Senti la portata dei suoi occhietti vispi ed acquosi dietro di te, acceleri il passo e quasi inciampi. Ma ormai sei fuori dal bar, libero di perdere la giornata altrove.

Un vero dialogo da pausa caffè, sull’orlo del surreale – Coffee and cigarettes, “strange to meet you” (Roberto Benigni & Steven Wright)

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Il compleanno di Pochette

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IL COMPLEANNO DI POCHETTE

“La grande distinzione tra me e te sta nella ricerca della pace interiore, la pace dei sensi: tutti e due la cerchiamo più o meno consapevolmente, ma con modalità diverse. Io credo sia più importante partire direttamente da essa, per riuscire a non aver bisogno di altro per raggiungerla; la trascino a me escludendo l’esistenza di vie che mi ci possano portare, evitando qualsiasi rischio di svegliarmi da qualche sogno irrealizzabile. Tu invece, piccolo uomo, credi nell’esistenza di percorsi ben definiti per raggiungerla, percorsi che secondo dei modelli universali di varia origine possono portare a questa sorta di nirvana. Ora la domanda è…sono più furbo io che vedo la disillusione di tutti questi tentativi e rinuncio a provare a fare sforzi, basandomi su uno scetticismo di fondo, oppure tu, che, provando tutte queste strade prestabilite, vivi di illusioni, ma proprio perché sono illusioni non te ne rendi conto fino a quando la Disillusione, la doccia fredda, risulta evidente.”

“Sempre se qualcosa non mi ammazza prima.”

“Sempre se qualcosa non ti ammazza prima… Ecco! Ecco forse la giusta via è proprio quella, quella di vivere nell’illusione sperando che qualcosa ci porti via prima di aprire gli occhi.”

Sognava? Era in dormiveglia? Non sarebbe riuscita a dirlo con certezza, con certezza riusciva a dire ben poche cose della sua esistenza. Forse era addirittura una riflessione troppo matura per una come lei, eppure qualcuno avevo messo quei due li a discutere davanti a lei.

Poi rivide una bocca, per un breve minuto, che le sorrideva sorniona ripetendo frasi come – Anche a me piace molto il cantautorato, soprattutto quando si parla di metafore ed esotismi esoterici. Poi comunque non si può prescindere da certi generi musicali, pur riconoscendone le evoluzioni attuali… Dai piccola,  guarda che atmosfera, sentila… Tu sei la cassaforte dei miei desideri stasera, non mi resta che trovare la combinazione, o forse basta solo una semplice, banalissima chiave… Bevi! -.

Nel giorno dell’anniversario della sua nascita Pochette si alzò prima del solito, prima della sua gatta. Chissà se prima dormiva o era già sveglia da un po’. Era in quello stato di disorientamento di chi spezza la propria routine, in modo del tutto fortuito e involontario. Guardò l’ora proiettata sul soffitto, consapevole che non si sarebbe più riaddormentata. Scendevano minuscole lacrime dagli angoli dei suoi occhi. Che sonno. Che freddo. La colazione era pronta dalla sera prima: amava tirare fuori dal frigo lo yogurt nelle notti di primavera, giusto per farlo stemperare al fresco del granito in cucina. Poi vi aggiungeva qualche biscotto integrale, un paio di fichi (fichi? chi mangia fichi a colazione?), un’arancia. Se aveva appetito rincarava anche con altri biscotti al cacao magro, senza olio di palma. Il menù però poteva cambiare in base alla stagione, molto spesso anche in base all’umore.

Essendosi svegliata più presto del suo solito poteva godere del contenuto entusiasmo del mattiniero, un vaporoso, inconsistente senso di soddisfazione dato dalla fugacità nell’osservare tutta la sua via con una luce diversa. Era limpido, poteva vedere oltre la prima palazzina fino all’obelisco di fumo di una fabbrica più in là. Si mise a pregare adagiata al letto, supina. Non lo faceva mai, quella era la prima volta che pregava e ve lo posso riportare con una certa sicurezza visto che non si capiva bene a quale entità divina si stesse rivolgendo, mentre improvvisava una simpatica coreografia roteando le braccia e su di esse i polsi. Era mezza nuda, o mezza vestita dipende sempre dai punti di vista. Di certo vi trovava qualcosa di mistico in tutto questo, e le piacque molto il suo nuovo rituale.

Tutta quell’aura di sacralità fu stroncata dal fulmineo ricordo del suo compleanno: non era mattina da buia, intima colazione in cucina. Prese ispirazione da un pulviscolo che si librava sopra le scartoffie in salotto e che finì fuori dalla finestra, accolto dal primo raggio di sole, già fastidioso a rovinare quella mattina già così insolita. Uscì dalla finestra anche lei, alla ricerca di una nuova vaporosa emozione: non erano state sufficienti la sveglia mattiniera e la preghiera improvvisata. Raggiunse allora il cafè AbeCEdario, dove non era mai entrata nonostante la vicinanza al portone della sua palazzina. L’aveva sempre attirata con quelle insegne datate e gli strani individui che ci ronzavano attorno. Mentre si avvicinava fu presa da invidia verso tutti quei clienti fissi che potevano permettersi il lusso di entrare e salutare un po’ tutti, con un cenno a Dario e un ammiccamento malizioso alle cameriere meno rottamate. Tutti che esordivano con dei – Buondì Dario – o – Signor Dario, buongiorno – e si sentivano rispondere – A lei Franchetto, buongiorno a lei…il solito? -.

Si, era proprio invidia. Se li vedeva già, sempre lì, sempre al solito orario, chi con il quotidiano sottobraccio consapevole che sarebbe servito solo per sbirciare nella sezione sportiva, chi con niente in mano e niente neanche in tasca ma sempre pronto e vigile a cogliere qualche opportunità, chi con il cane da caccia al suo fianco senza guinzaglio, cliente fisso pure lui, chi non si sa come sempre seduto all’angolo buio del locale senza muoversi mai davvero, nonostante il repentino cambiamento dei riflessi solari durante la giornata. Pochette entrò con fare risoluto, e si sedette su uno sgabello al bancone. Dava le spalle agli astanti, e questo le dava sicurezza ma anche un senso di mistero e curiosità. Ordinò dopo una lunga riflessione e dopo aver cercato più volte l’attenzione di Dario, uomo di mezza età ma con ancora tutti i capelli, tutti neri e ben pettinati in stile retrò, perciò cinico e opportunista. Stranamente non portava però il baffetto. Uno dei clienti fissi era un uomo sulla trentina, vestiva in modo strano ma affascinante, di un trascurato un po’ costruito che tanto piace alle ragazze more, specie a quelle ancora studentesse all’università. Fuori cominciò a piovere, all’improvviso, e a Pochette prese una strana sensazione che le fece cambiare l’ordine, visto che il precedente non era abbastanza adatto al luogo e in più non si addiceva per nulla alla pioggia. Il nuovo ordine le dava invece un certo tono. Voleva pagare subito per togliersi il pensiero e consumare in santa pace, ma il portamonete trascinò fuori con sé quasi tutto il contenuto della borsa. Patente, tessera sanitaria e una mentina finirono addirittura dentro una tasca aperta dell’uomo sulla trentina. Mentre un’altra mentina sorvolò il bancone e si cacciò nel barattolo delle offerte benefiche. Nessuno si accorse di nulla, sempre se non consideriamo l’uomo nell’ombra.  Il trentenne quasi non se ne accorse in un primo momento, almeno fino a quando Pochette non provò a frugare nelle sue tasche con le mani rossastre, in modo goffo. L’uomo fece un salto indietro ma capì subito dal viso della giovane che non poteva essere un tentativo di furto. Frugò nelle sue tasche e tirò fuori l’insolito malloppo, scrutandolo con attenzione come se venisse da un altro pianeta. Poi sorrise, si lanciò in bocca la mentina e si presentò. Pochette imbarazzata ringraziò e rispose in modo educato presentandosi a sua volta, ma l’uomo ne anticipò nome e cognome simulando un trucco di magia psichica, con le braccia tese verso di lei. Dopo una breve conversazione Pochette decise che si era già stufata di quella compagnia, la trovava noiosa e obsoleta. Inventò un appuntamento improvviso, allontanandosi senza pagare. Dario se ne accorse poco dopo e inchiodò al tavolo l’uomo costringendolo a pagare anche per lei, nonostante il rapporto d’amicizia che li legava da tempo. Pochette difficilmente sarebbe tornata in quel posto, anche se la colazione era stata molto buona. Forse sarebbe tornata scusandosi per la dimenticanza, sperando di non ritrovare l’uomo o quantomeno di non gettare più documenti e mentine in giro per il locale.

Prese la macchina e salì lo scivolo di casa. Voleva andare al “car wash” per una ripulita. Era ancora mattino, e non c’era neanche troppa fila per il lavaggio. Quando conosceva la destinazione ma era indecisa sul percorso, agli incroci svoltava sempre a destra. Se c’erano cartelli stradali però notava solo quelli alla sua sinistra, cioè di sicuro la percentuale minore, di solito infatti sono alla destra rispetto al senso di marcia, o al limite rialzati sulla strada. Anche questi ultimi tendeva a vederli e seguirli. Arrivata trovò il solito omino del “car wash” al solito posto. L’omino chiese se avesse la tessera fedeltà dell’azienda, per usufruire dello sconto fedeltà. Pochette allora la consegnò contenta di sfruttare una volta tanto quelle tesserine inutili che si tengono dicendo “mah, magari un giorno servirà, non si sa mai..” anche se c’è da dire che la tessera fedeltà si basa su un rapporto fisso, coerente, assoluto, fatto di costanza e scambio reciproco di favori tra cliente e azienda. Mentre pensava tutto ciò l’omino alzo la testa dal corpicino giallo e con un sorriso di cortesia le disse: – Ah ma guarda un pò…Auguri signorina! -, e per la seconda volta in quel giorno Pette (così la chiamavano le amiche) si ricordò del suo compleanno.

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Pills: Cambogia – Adolescenza tropicale

By | Pills | No Comments

Artista: Cambogia

Genere: Indie/Alternativo italiano

Brano: Adolescenza tropicale

Album: La sottrazione della gioia

 

Questi è Cambogia, nuovo volto dell’insostenibile leggerezza dell’indie italiano, il cui album è in uscita entro la fine di gennaio. Ascoltarlo è un pò come quando ti ritrovi a scoppiare le bolle delle carte da imballaggio (pluriball): non è che lo fai come sport, però quando ti capitano sotto tiro sai che ti ci dedicherai e passerai dei piacevolissimi istanti.

Un babbo natale in cerca di offerte tra i cumuli di rifiuti in un' immagine di oggi, 15 dicembre 2010, scattata a Casoria comune alle porte di Napoli.
Inizieranno dal pomeriggio le votazioni nell'Aula della Camera sul decreto per fronteggiare
l'emergenza rifiuti in Campania.
ANSA / CIRO FUSCO

Alberi di dopo Natale

By | dal taccuino di Bolzano | No Comments

Senza veste
senza casa
senza affetto
senza terra

accanto ai cassonetti
senza radici
distesi

ancora verdi
gli alberi
senza bosco e
senza morte…

senza luci
vivi ancora
questa notte.

(Michele Trunzo) 

Nota: gli occhi di un bambino che vedono abbandonato per strada, vicino ai bidoni della spazzatura, colui che hanno creduto membro della famiglia e compagno di desideri nel mese più magico dell’anno…

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Il completo del figlio

By | Riflessioni | No Comments

Non sapeva se sarebbe riuscito a dirglielo. Era tutto vestito di nero, con quel tocco di novità giovanile che ogni futuro marito cerca di mettere nell’abito del suo futuro matrimonio. Ognuno di loro è lì che pensa “questa cosa antiquata, le darò io quel tocco in più, e come saremo belli noi giovani a fare queste cose antiquate, ci darà quel sembiante di eleganza dato dalle cerimonie antiche, latente in ogni cerimonia matrimoniale”. Entrò il padre, con una giacca lunga, troppo lunga. E una camicia stretta attorno alla sua figura, con portamento di chi sa di essere vecchio, ma proprio nella sua consapevolezza e nel suo menefreghismo per la tal cosa, guadagna un atteggiamento giovanile, insolito. I capelli candidi erano la leggerezza di chi ormai pensa di aver capito tutto dalla vita, e anche se non è così per lui è così. Punto. Mancava un mese o giù di li al matrimonio. Il padre sorrise vedendo il figlio in quel completo scuro, con quel taglio che pareva stesse indossando indumenti del fratello minore (ma chi dei due aveva ragione? chi portava la giacca troppo lunga o chi portava il completo “ciucciato”? O forse aveva ragione semplicemente l’incapacità di stabilire un gusto storico e oggettivo?). Stava per dire qualcosa ma si morse la lingua e preferì tenere per sé, come faceva spesso, il divertente pensiero. Ma non riuscì a tenere per sé un compiaciuto sorriso.

A proposito di punti di vista diversi tra padre e figlio, ecco Ugo Tognazzi interprete amorale di uno dei celebri mostri di Dino Risi nell’episodio “L’educazione sentimentale” (1963).

– Fagli le corna, fagli le corna a quel disgraziato! –

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Sei del mattino

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Nel mattino vago
sfuma nebbioso
l’autunno,
in un’aria di risveglio
d’altro tempo
rilascia il suo stupore.

Un velo giallo
di foglie umide
restituisce i passi miei
alla terra dimenticata.

Scintilla una luce
fioca e testarda
in fondo alla via,
gialla è come il fogliame,
ma insiste, si ostina,
al contrario delle stagioni.

Sul tappeto morbido
l’autunno colora
la mia dimenticanza…
ma sono ancora in città,
sull’asfalto,
ai bordi di una strada
e in alto il semaforo.

(Michele Trunzo)

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Via Marconi 38

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Anzitutto un consiglio: diffidate delle recensioni pubblicate a poche ore dall’uscita di un disco. Ogni lavoro, che di per sé richiede molto tempo di gestazione da parte dell’autore, necessita di riascolto e metabolizzazione anche da parte di chi lo commenta. In questo caso fate un’eccezione: non è mia intenzione scrivere una recensione ed essendo l’autore un mio caro amico sono mesi che riascolto le tracce.

Via Marconi 38 non è solo un indirizzo, è anche il titolo della prima prova da cantautore di Francesco Balasso ed esce oggi, 16 Novembre, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno (tanti auguri!). Le sette tracce (Mi perdo ancora, ancora e ancoraIl sole 24 ore, Per la categoria degli attori, Domande, It’s time to be together, Ancora una voltaDue) parlano di Francesco, delle esperienze vissute e delle persone che lo circondano. Voce, chitarra e qualche aggiustamento in studio di registrazione, solo questo. Parola d’ordine: semplicità.

Francesco comincia a performare in strada fin da giovane, scrive soprattutto in inglese ed effettivamente la prima canzone in assoluto che scrive per il disco è It’s time to be together, mentre invece il primo testo composto in italiano è Domande, la quarta traccia. Non sono inediti, già da qualche mese Francesco si esibisce proponendo i suoi testi e qualche cover in versione acustica nel vicentino; inoltre esistono due video, quelli di DomandeMi perdo ancora, ancora e ancora (che potete trovare su YouTube o sulla sua pagina Facebook) prodotti e montati interamente da Sam Ursida, che tra l’altro è anche l’autore di Due, l’ultima traccia.

Non è un cantautorato di protesta, è propositivo ed emotivo. Le sue tracce ricreano mondi e stati d’animo. Parla di resistenza al quotidiano, di vita, di sogni e volontà. Francesco mi ha confidato di essersi chiesto a chi sarebbe potuto piacere, probabilmente il quesito più comune a chiunque scriva o componga per un pubblico. Penso che le sue canzoni arrivino e si imprimano come mantra nella testa. Il sound è fresco, pop fatto di pochi accordi e ripetizioni e nel complesso funziona e piace.

Non mi resta che lasciarvi all’ascolto. E allora: “forza, forza Fra, è la cosa che ti voglio dire”. In bocca al lupo per questa nuova esperienza!