All posts by Federico Simonato

34bdf7051b9cfbae1529b00d6e2a3e6a-heart-flowers-tattoo-anatomical-heart-flower-tattoo

E se funziona, cambia il mondo.

By | Uncategorized | No Comments

Timothy è un bambino bellissimo. Occhi blu, capelli biondi. Due piedi e due mani con cinque dita ciascuna. Labbra sottili e delicate. Guance simpatiche. Tutto nella norma. A parte che è nato senza cuore.

Senza cuore. Ma non nel senso che è un bambino crudele. Gli manca proprio il cuore. Quando è uscito da sua madre era blu come un cielo prima del temporale. Nonostante i tentativi di rianimazione si stava rapidamente trasformando in un piccolo sacco delle immondizie nero ed afflosciato. Non c’è battito continuava a gridare l’ostetrica. Sfido io, senza cuore cosa vuoi che batta.

Stavano per buttarlo via quando, chissà per quale ragione, mi venne l’idea di passare l’ecografo su quel piccolo pezzo di carbone, quantomeno per capire cosa diavolo era successo.

A volte capitano cose che non hanno spiegazione. E quando non trovi il cuore dentro ad un bambino o stai li a bocca spalancata come un imbecille o fai qualcosa che può farti diventare immortale. E allora la cosa migliore è aprire il torace a quel bambino e tagliando con un bisturi la punta delle arterie misteriosamente chiuse infilarle nelle due canule di uno sfigmomanometro e diventare il suo cuore. Pompata dopo pompata. In attesa di un miracolo. In attesa di diventare famoso.

E se funziona, cambia il mondo. Perché è nato un bambino senza cuore. Perché sta vivendo un bambino senza cuore. È successo l’impossibile. E tu hai sfidato l’impossibile e hai vinto. Però devi continuare a pompare. Devi colorare di rosa quel bambino. Devi dargli aria. Devi dargli l’anima. Devi essere la sua vita.

Ora pensatevi se quel bambino sopravvive. La voce si spande. Arrivano i giornalisti. I telegiornali ne parlano. E’ nato un bambino senza cuore gente. Cosa diavolo sta succedendo? A Dio ha dato di volta il cervello? Lui diventa il bambino più famoso del mondo e tu il medico più famoso del mondo. Da non credere. E pensatevi anche a quanti dottori in pellegrinaggio a studiare il caso del bambino senza cuore e di come farlo sopravvivere. Ed ingegneri che progettano. E fedeli che pregano. E genitori che piangono.

Alla fine viene fuori che partendo da una piccola pompa per il riciclo dell’acqua di un acquario si può costruirci intorno un cuore artificiale. Da cambiare ogni 2 mesi per stare al passo con la crescita del bambino. Il bambino più famoso del mondo ha una specie di saracinesca nel torace dentro alla quale c’è un cuore artificiale ricavato dalla pompa di un acquario. E potrà vivere una vita quasi normale. Una quasi normale vita di merda.

Timothy ha dieci anni e vive senza un cuore. Sembrerà banale ma non ho mai visto un bambino così triste. Come si fa a vivere con un cuore finto? Non ha mai sorriso. Non ha mai pianto. Non si è mai arrabbiato. Non ha mai fatto i capricci. Non ha mai voluto un abbraccio. Non ha mai dato un abbraccio. Non ha mai detto una singola parola. Se ne sta tutto il tempo seduto davanti alla finestra di camera sua a guardare come va il mondo fuori. Ma senza interesse. Così, tanto per non tenere gli occhi chiusi.

Ora, torniamo indietro a quando la mia mano tremante ha dato la prima pompata in quel cuore improvvisato. Pompa.

Voglio che tu viva.

Pompa.

Ci sono così tante cose belle nel mondo che non puoi non vederlo.

Pompa.

Non puoi abbandonare la partita prima ancora di mettere piede in campo.

Pompa.

Ascoltami bene. Ce la puoi fare. Li fuori che ti aspetta ci sono un sacco di persone.

Pompa.

C’è una mamma che non vede l’ora di cambiarti il pannolino. Di svegliarsi la notte per cullarti. Di imprecare ai tuoi strilli e commuoversi ai tuoi primi passi. C’è una mamma che vuole vederti crescere. Che vuole comprarti da vestire. Che vuole sentirsi dire che diventerà nonna.

Pompa.

C’è un papà che sogna di accompagnarti al tuo primo allenamento di calcio. Di comprarti una bicicletta ed insegnarti ad andarci senza rotelle. Di sentirsi orgoglioso il giorno della tua laurea e fiero di te il giorno del tuo matrimonio.

Pompa.

Da qualche parte c’è un bambino che si siederà al tuo fianco il primo giorno di scuola e diventerà il tuo migliore amico. Un bambino con cui scoprirai il mondo. Con cui giocherai e litigherai. Con cui fumerai la tua prima sigaretta e berrai la tua prima birra. Con cui parlerai di ragazze e ti metterai nei guai.

Pompa.

C’è una bambina che un giorno sarà tua moglie. Che si innamorerà di te. Che farà il giro del mondo con te. Che riempirà i tuoi pensieri. Che incasinerà la tua vita. Che renderà ogni giorno meraviglioso. Che invecchierà con te. E non ti lascerà mai.

Pompa.

Non puoi perderti tutto questo. Non puoi. Non puoi.

Non puoi.

Come pensate che possa sentirmi adesso? Come pensate che possa sentirsi il medico più famoso del mondo che si trasforma nel bugiardo più grande dell’universo?

Non c’è giorno che passa in cui io non ripensi a quel momento in cui mi è venuta la bella idea di far vivere un bambino senza cuore. Di far vivere la vita a un morto. Di far vivere la morte a un vivo.

E non c’è tregua da questo pensiero. È la sofferenza più grande che si possa immaginare. Tanto da sperare che quella pompetta per acquario si inceppi e tutto finisca. Tanto da uccidere continuamente quel bambino con il pensiero.

Abbiamo provato ogni tipo di terapia comportamentale. Guida all’affettività. Psicofarmaci. Iniezione di ormoni di vario genere. Pellegrinaggi. Preghiere disperate. Ma niente miracolo. Timothy è ancora un fottuto pinocchio di legno. Un robot alieno senza cuore. Il mio più grande sbaglio. La mia croce. La punizione per aver sfidato Dio. E per averlo battuto.

E’ la vigilia di Natale. Festa per ogni bambino. L’attesa che fa sembrare tutto più bello. E’ la vigilia di Natale per tutti. Anche per il bambino senza cuore. Anche per il medico più famoso del mondo. Ma questa volta ho deciso. Dio ha vinto. Domattina gli farò il regalo più bello. L’unico regalo che può veramente fargli provare qualcosa. Domattina staccherò quella piccola pompetta per acquario perché è ora di farla finita con questa farsa che i giornalisti chiamano miracolosa vita e che io chiamo semplicemente agonia. Stop. E’ giusto che il bambino senza cuore vada in cielo a cercarsene uno. E’ giusto che tutto finisca come è cominciato. Dalla mia mano.

È la notte di Natale. La notte più lunga della mia vita. Vorrei impiccarmi. Vorrei buttarmi dal tetto e trasformarmi in un pantano di sangue, ossa sbriciolate e viscere. Vorrei spararmi in bocca e non sentire più niente. Ma non sono così codardo da scegliere la scorciatoia. Visto che all’inferno ci andrò comunque, tanto vale passarci per la porta principale ed essere guardato con ribrezzo dai peggiori demoni. Tanto vale ammazzare la mattina di Natale un bambino senza cuore a cui hai dato l’illusione di una vita. E così in una notte come questa stai davanti alla finestra insieme a Timothy. Guardi un bambino che sembra dormire ma in realtà ha solamente gli occhi chiusi. Guardi una macchina senza motore che potrebbe fare un viaggio stupendo ma invece non si muove dalla linea di partenza. Guardi il mondo fuori che se ne frega di come ti senti. Guardi i fiocchi di neve che cominciano a cadere e rendono tutto ancora più tremendo.

È la mattina di Natale. L’alba mi sveglia. Apro gli occhi e sono ancora qui. Davanti alla finestra. Di fianco al suo letto. Ma Timothy non c’è. Non esce mai di qui. E’ successo qualcosa. Mi affanno. Guardo in giro. Lo chiamo. Anche se tanto sono sicuro di non aver risposta. Ma lo chiamo lo stesso.

Timothy non c’è.

Timothy è uscito.

Timothy è nato senza cuore.

Guardo dalla finestra e lo vedo. E’ nel parco li davanti. E’ l’unica macchia di colore in un mondo completamente bianco, ricoperto di neve. L’unica macchia in una perfezione da togliere il fiato.

Corro giù.

Timothy.

Timothy è nato senza cuore.

Quando arrivo giù lui è li. In ginocchio. Sento che respira. Tocca la neve.

E succede qualcosa che non hai nemmeno mai preso in considerazione. Succede che tutto cambia. Succede che la mattina di Natale guardi il bambino che volevi uccidere per salvargli la vita che vede per la prima volta la neve. Succede che prova un’emozione così grande che le regole del gioco saltano per aria e si può ricominciare tutto da capo.

Perché se vedi la neve per la prima volta ci resti secco dall’emozione. Non sai cosa provare perché è tutto troppo. Troppo. Se vedi tutto bianco, se vedi che il mondo è stato cancellato, se vedi che qualcosa che scende dal celo può cambiare i contorni delle cose, ti accorgi di aver solo perso tempo. Se vedi questo allora capisci che c’è qualcosa di più, che c’è sempre qualcosa di più. Che non è tutto come sembra e che non ci si può accontentare di quello che si vede. E allora si può ascoltare il silenzio. Si può vedere tutto non vedendo niente. Si può sentire il profumo dell’infinito e si può toccare il gelo del cielo. Si possono ridisegnare i contorni delle cose, perché adesso c’è un foglio bianco davanti a te. Infinito. Ed è questo che fa la differenza. E’ questa l’emozione che serve. L’infinito. Perché il mare finisce dove c’è la spiaggia. Le stelle sono miliardi, ma sono un numero. Ma la bellezza della neve, quella non finisce mai. E questa sensazione, quando sei li, a fare da prima timida pennellata su una tela bianca senza fine, è così forte che ti accorgi che fino a quel momento non avevi vissuto. E’ così forte che può cambiarti la vita. E’ così forte che forse può trasformare una pompetta per acquario in un cuore vero.

E’ la mattina di Natale ed io sto guardando Timothy che vede per la prima volta la neve. Sento il cuore in gola tanto questo spettacolo è potente e penso che proverebbe lo stesso anche lui se ne avesse uno.

Sto guardando Timothy che vede per la prima volta la neve e penso che è un bel momento per ucciderlo.

Sto guardando Timothy che vede per la prima volta la vita e penso che è giusto lasciarlo finalmente in pace.

Sto guardando Timothy che vede per la prima volta la vita.

Sto guardando Timothy che si volta verso di me.

Sto guardando Timothy che mi sorride.

Ciao papà – mi dice.

Timothy è nato senza cuore. Ne ha uno artificiale che gli pompa il sangue e gli permette di vivere una vita quasi normale. Io sono il medico più famoso del mondo perché gli ho permesso di vivere. Sono il più grande bugiardo dell’universo che sta provando a riscattarsi. Sono il papà più felice del mondo. Tante cose non cambiano. Ma tante altre per fortuna si.

A Natale Timothy è nato di nuovo quando ha visto la neve. La macchina si è beccata una spinta così forte che il motore non gli serve più. Ha superato la linea di partenza e si è messa in moto verso un viaggio senza meta. A volte mi chiedo cosa sarebbe successo se quella notte non avesse nevicato. Ma è inutile perdere tempo in domande senza risposta. È molto meglio usarlo per gustarsi la vita e le sue assurdità.

Timothy è nato senza cuore.

E domani lo accompagno al suo primo allenamento di calcio.

 

All rights reserved – © Federico Simonato

original

E brucia la chitarra.

By | Quasischeletro | No Comments

I lacci delle scarpe dicevano tutto di lui. Belli, eleganti. Ma irrimediabilmente consumati dal tempo e dagli agenti atmosferici. Tenevano insieme a fatica dei pezzi di cuoio che solo con l’immaginazione potevano assomigliare a delle scarpe moderne; suole e tomaie erano così consunte da rendere quelle calzature più simili a dei sandali trafugati da un museo di antichità. Il cuoio a tratti lasciava scoperta qualche unghia, tanto lunga e spessa da dare l’idea di poter tagliare in due un diamante. Un callo faceva capolino da un buchetto sulla scarpa destra all’altezza dell’alluce, una piccola terrazza da cui quel grumo di pelle dura si metteva in mostra ai passanti come un monumento astratto post futurista in miniatura. Solo pochi potevano apprezzare. I suoi pantaloni invece, erano uno spettacolo. Mille colori, mille tessuti. Chissà quanti ricordi. Se li era probabilmente cuciti a mano, con i pezzi sani ed utilizzabili di tutti i pantaloni che aveva posseduto nella sua lunga carriera di essere umano. Attiravano l’attenzione, erano una buona pubblicità per lui. Niente bottoni, niente cerniere. Solamente pezzi di stoffa tenuti insieme da cuciture posticce, strade dissestate percorse da qualche formica e tante pulci. Un pezzo di gavetta li teneva attaccati alla vita. Una vita magra ed ossuta tanto quanto la vita vera che stava vivendo. Le ossa sembravano volessero uscire da quel corpo, sporgevano talmente tanto dalla pelle che potevi benissimo vederle senza bisogno di raggi x. Per ovviare al problema e nasconderle indossava, nonostante il caldo, una felpa grigia, con le maniche completamente tagliate, strappi e buchi in diversi punti ed uno smile giallo che troneggiava al centro. E la scritta sotto: “sorridi alla vita”. Ironia della sorte. Le braccia ossute, seguite da delle mani ossute, erano abbronzate e secche, il paragone con dei rami non era fuori luogo. Il braccio destro era ornato da piccoli tatuaggi, macchie di china rovinate dal tempo e dal sole che segnavano chissà quali tappe della sua vita. Le mani ossute terminavano con delle dita forti, agili, con unghie curate, talmente curate da stonare con tutto il resto della sua figura. La barba da poco tagliata in maniera approssimativa non riusciva a coprire le profonde rughe che gli strisciavano tra le guance rossastre, un naso modesto e senza pretese, occhi marrone chiaro, grandi, profondi e delle labbra sottili che nascondevano pochi denti. Erano più simili a delle cicatrici che a delle rughe, dei piccoli sentieri che arrivavano fino alla fronte e si perdevano poi tra i capelli, neri, sporchi, abbastanza lunghi da spuntare dal cappello da baseball blu che gli copriva a malapena il capo. Era molto difficile dargli un’età.

Stava seduto all’angolo di Marmellade Street, su di una cassetta di plastica nera, che una volta probabilmente serviva a contenere mele oppure cavoli, chi lo sa. Ora però era il suo trono. Già, perché anche se l’aspetto decisamente non lo lasciava intendere, lui era il re di quella strada, ed al suo fianco, su di un appoggio di plastica rossa, stava la sua regina. Era una Martin D42 degli anni ’20. L’aveva praticamente sposata. Una chitarra così valeva veramente una fortuna. Se l’avesse venduta probabilmente si sarebbe potuto permettere una bella vita normale, ed invece aveva scelto di vivere per strada pur di poter continuare a suonarla. Aveva bruciato tutta la sua vita per lei. E dai suoi occhi si vedeva quanto felice fosse per quella scelta. Il marrone sbiadito del palissandro indiano della cassa, il battipenna scuro strisciato da milioni di pennate, il profumo del manico in ebano, gli intarsi perfetti, tutti buoni motivi per amare una chitarra. Ed il suo suono. E come la suonava lui. Stavo delle ore a contemplare il re di Marmellade Street finché si guadagnava i pochi soldi necessari per vivere arrampicandosi con le sue dita ossute su quelle vecchie sei corde, scorrazzando a destra e a sinistra, su e giù per il manico, senza meta. Senza pace. Quando sentivo la sua musica, mi sentivo veramente vivo. Sentivo il calore della fiamma che mi saliva dallo stomaco. Sentivo che cominciavo a bruciare dentro. Sentivo di potercela fare, di poter raggiungere la vita che volevo anche io. Poi la musica finiva. Il rumore di qualche applauso e degli spiccioli che facevano un tonfo sordo sulla custodia della chitarra mi riportava alla realtà. La mia fiamma si spegneva. E stavo li. Ad aspettare un altra canzone del re di Marmellade Street, per potermi riaccendere un altro pò. Stavo li, a morire d’invidia per un barbone che non aveva niente. Ma per lui la musica non finiva mai. La sua fiamma non si spegneva mai e lui poteva continuare a vivere una vita bruciata. Una vita vera. Una vita come si deve.

All rights reserved – © Federico Simonato

800px-dachshund_psf

Si.

By | Quasischeletro | No Comments

C’è un momento, nella vita, in cui ti rendi conto di essere vivo. Un solo momento che cambia tutto quello che è stato. E tutto quello che sarà.

Tabby ha 24 anni e un sorriso che lo raccontano in tanti. Non è una ragazza perfetta e non ha mai desiderato esserlo. Ma quel sorriso. Lavora come cameriera nel ristorante della madre. Odia ogni singolo essere umano che entra li dentro. Odia essere gentile. Odia servire le persone maleducate. Ed odia ancora di più servire le persone educate, perché le rendono il compito molto più’ difficile. Un sorriso contro tutti e tutto. Contro quel lavoro di merda. Contro il mondo. Contro i sorrisi degli altri. Contro sua madre.

Un attimo che ti toglie il fiato. Ti scaraventa a terra con rabbia. Ti prende a calci senza tregua. Ti lascia accasciato senza forze e con la bava alla bocca. Ti mostra che cos’è veramente il dolore. E che cos’è veramente la gioia.

Ray ha un negozio di libri e polvere, che va alla grande. Di quelli che il cigolio della porta fa ancora la differenza. Dove trovi tutti i libri del mondo tranne quello che ti serve. Per fortuna. Lui li ha letti tutti, ma non conosce il finale di nessuno. Ha sempre creduto che i libri debbano essere degli amici. Si presentano con il titolo. Li conosci alla prima pagina. Ci passi un sacco di tempo insieme. E poi all’ultima pagina, dici loro addio. Ma è sempre dura dire addio ad un amico. Un negozio di libri senza ultima pagina. Amici per sempre.

Un istante. In cui conosci la verità. In cui ti presenti a te stesso e dici ok adesso ci sono. Un istante che cambia le regole del gioco. Che non sai se ridere o piangere. E se ridi, lo fai sul serio. E se piangi, lo fai sul serio.

La sveglia suona. Fastidio. Tabby butta mezzo occhio verso il fondo del letto, per vedere se lei c’è ancora. La divisa da cameriera è li, color crema, brutta, spiegazzata, macchiata. Fastidio doppio. Il mio mondo funziona al contrario, pensa Tabby. Gli incubi dovrebbero iniziare quando ci si addormenta, non quando ci si sveglia. La gonna sa di torta alla crema. La camicetta di sudore e di zuppa di pomodoro. Ma Tabby le mette lo stesso. Fastidio triplo. Il suo sogno è la musica. Il suo sogno è sempre stato vivere di musica. Non ha fatto l’università per cameriere, ma il conservatorio. Non serve saper suonare il violino in maniera sublime per portare un vassoio di hamburger. Ma con il violino non ci fai il rock, non ci fai il pop, non vendi i dischi. Non ci vivi. Non ci fai quasi un cazzo. E allora su la camicetta che sa di zuppa e la gonna che sa di torta. Il mondo di Tabby va così. Ed è per questo che lo odia.

Un lampo. Ti entra dentro, ti scalda ogni goccia di sangue. E ti accorgi che fai parte veramente del mondo. Che non è uno scherzo. Che non sei immortale e che i sentimenti e le emozioni di cui tutti parlano esistono. Esistono veramente.

Un the. Bollente. E un biscotto alla vaniglia per Ulysse, il suo bassotto. Ray ogni mattina fa colazione allo stesso bar. Di fronte al negozio. Si siede fuori, con la tazza che gli scalda le mani. E guarda la sua libreria. Amare il proprio lavoro è un gran bel vantaggio, pensa. Mi piace la mia vita, pensa. Ulysse, accovacciato al suo fianco, mastica rumorosamente il biscotto alla vaniglia. Mi piace la mia vita, pensa. Il biscotto è finito e lecca le ultime briciole che sono cadute. Ogni tanto potrebbe prendermene uno al cioccolato, pensa.

Andiamo Ulysse.

Ray arriva sempre in negozio 15 minuti prima di aprire. Vuole salutare tutti i suoi amici. Vuole godersi il silenzio della polvere, respirare il profumo dell’inchiostro e della carta. Fa un giro tra gli scaffali. Spazza per terra velocemente. Sistema il cuscino di Ulysse. E poi gira il cartello sulla porta. Aperto.

Ti sembra che ti abbiano portato via l’anima e che si divertano a torturarla. Finché tu la guardi. Sotto ai tuoi occhi. Senza poter fare niente. Ti senti impotente. Colpito a morte da quell’unico, singolo, incredibile momento.

Il solito. Fastidio all’ennesima potenza. La cosa che Tabby odia più di tutto è quando qualcuno le ordina “il solito”. Sei così triste, così patetico, così solo che speri che io mi ricordi che cosa ordini ogni giorno che butti via qui, giusto per assicurarti che qualcuno sappia che esisti, pensa Tabby. La tua vita è così noiosa che non provi nemmeno a cambiare locale perché non ti va di vedere nient’altro oltre al minuscolo pezzetto di mondo che ti da sicurezza, pensa Tabby. Il solito calcio in culo ti darei io, pensa Tabby.

Certo, dice Tabby. E sorride.

Oggi lavora solo alla mattina. Il pomeriggio ha una visita dal medico. Sorridere le riesce più facile.

Non conta più niente, dopo quell’istante. Non c’è un prima o un dopo. Non ci sono ricordi a cui aggrapparsi. Nessuna preghiera. Nessuna paura.

Ulysse è sprofondato nel suo cuscino rosso pomodoro. Sonnecchia con un occhio, e con l’altro controlla il negozio. Non è un cane da guardia. Anche perché prima che si alzi di li, gli ci vogliono due minuti abbondanti. Ma vuole avere tutto sotto controllo. Vede Ray che parla con un cliente. Uno dei soliti. Di quelli affezionati. Mette un libro in una busta. Ritira i soldi. Il rumore della cassa che si apre e che si chiude. Li sente parlare. Oggi pomeriggio il negozio rimane chiuso, dice Ray. Ulysse alza un orecchio. Si, devo passare dal dottore a metà pomeriggio, dice Ray. Mi tocca camminare, pensa Ulysse.

E vorresti tutto il tempo indietro. Tutto per te. Tutto quello che hai sprecato. Vorresti rigiocarti le tue carte e vorresti fare quello che non hai mai fatto. Ma non puoi.

Tabby guarda le persone che affollano la sala d’aspetto dell’ambulatorio. Non sarà un pomeriggio piacevole, pensa. Ma sempre meglio di stare al ristorante, si dice entrando.

Non si torna più indietro. Il punto zero. In quella frazione di secondo, la fine e l’inizio diventano la stessa cosa.

Tu non puoi entrare Ulysse, devi aspettarmi qui fuori. Ray lascia il bassotto davanti all’ambulatorio e si richiude la porta color latte alle spalle. Si siede su una poltroncina di pelle nera che sa di plastica e vecchiaia. E’ un po’ nervoso. Sente freddo alle mani e cerca di capire dall’espressione del dottore come sarà la conversazione. Ascolta ogni singola parola, il tono, la velocità. Gli guarda le mani. Gli occhi.

Ray, ho i risultati degli esami che hai fatto, dice il dottore. Non vorrei essere qui, pensa Ray.

E ora sai. La verità. E sei felice. E triste. E arrabbiato. E furioso. E terrorizzato. Sei tutto. E lo sei veramente.

Il tavolo è pieno di libri, carte, scatole di medicinali. E ancora penne, tagliacarte, buste. Tutte le cose che mettono i medici sulla loro scrivania per far vedere che lavorano un sacco. Che lavorano così tanto che non hanno tempo di sistemare. Tabby quasi non vede il dottore al di la del muro di disordine che li separa. Lui sta cercando la busta con il risultato delle sue analisi. Ci vorrà qualche ora, pensa Tabby. Trovata, dice lui. Sicuramente non sarà la mia, pensa Tabby. No scusami, non è la tua.

Non vorrei essere qui, pensa Tabby.

Ora puoi smettere di recitare. Abbandonare il copione. E non importa se hai vinto qualche oscar, o se il tuo era un film di serie b. Non conta più se eri il protagonista o una comparsa. Ora sai che non sei un attore.

Ray, hai il cancro. Dice il dottore.

Signorina, lei aspetta un bambino. Dice il dottore.

Quando arriva, quel momento, è la morte e la vita messi insieme. E’ la tremenda consapevolezza che non sei una statua. E’ il dolce piacere di scoprire che sei fatto di carne. Che hai delle mani. Che hai un cuore. Ma non quello che disegni quando sei bambino. Un cuore. Vero. Che batte.

Ulysse si sta godendo gli ultimi raggi del pomeriggio. Ray esce dall’ambulatorio. Guarda il sole che sta scendendo dietro le montagne, in lontananza. Sospira. Si china e accarezza Ulysse sulla testa. Una grattata dietro all’orecchio destro, come piace a lui. Vieni. Andiamo a casa.

In quell’istante ti accorgi che la vita non sono i libri. Non sono i piatti sui vassoi. Non sono camicette e gonne. Non è un biscotto alla vaniglia. Ti accorgi che la vita è tutto quello a cui hai sempre dato poca importanza.

Tabby si chiude la porta d’ingresso piano, alle spalle. Ha fatto la strada verso casa di corsa. Posa la borsa. Si leva la divisa da cameriera e la ripiega con cura. La appoggia ai piedi del letto, pronta per il giorno dopo. Apre l’armadio in cerca di qualcosa da mettere. Scende le scale.

C’è un momento, nella vita, in cui ti rendi conto di essere vivo.

Lui è seduto sulla sua poltrona, sta leggendo.

Lei si siede di fronte a lui.

Un sorriso, due occhi. Possono salvarti la vita a volte.

Un solo momento che cambia tutto quello che è stato.

Ray posa il libro sul tavolino che ha di fronte. Devo dirti una cosa, dice.

Tabby lo guarda e respira. Anche io devo dirti una cosa, dice.

Un sorriso. Due occhi. Uno di fronte all’altro.

E tutto quello che sarà.

“Vuoi sposarmi”. Dicono. Insieme.

Puoi incontrarne tanti di momenti che sembrano quelli giusti. Ma non lo sono. Puoi farti ingannare, se vuoi. Ma poi quello arriva. E te ne accorgi. Non spetta a te decidere. Non puoi. Lo senti. Lo sai. E non lo dici a nessuno. Non dici a nessuno che hai smesso di esistere. E hai cominciato a vivere.

“Si”. Rispondono. Insieme.

Eccolo.

 

 

Ulysse li guarda dalla sua cuccia.

Sta masticando un biscotto.

Al cioccolato.

All rights reserved – © Federico Simonato