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Raymond Carver – Mirino

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INTRODUZIONE:
La breve vicenda narrata da Carver nel racconto Il mirino, all’interno della raccolta Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, è un continuo gioco di simboli e messaggi velati dietro un incontro e un dialogo insolito, con personaggi insoliti, che si adagiano sulla base del reale ma come semplice punto di partenza per una riflessione interpretativa più profonda e colma di spunti. I due protagonisti del brano instaurano un breve rapporto, dettato dall’incredibile somiglianza delle loro esistenze, nonostante le apparenze, tanto che si giunge al punto in cui sembrano parlarsi e scrutarsi nel proprio riflesso, nel tipico interrogatorio della nostra coscienza di fronte allo specchio. L’uomo con gli uncini incarna la reazione energica alle avversità che ancora affliggono il narratore, in una contrapposizione tra un punto di vista del futuro e uno del passato che si confrontano senza esserne consapevoli, sulla soglia dell’assurdo.

ANALISI DEL RACCONTO:
Ad un analisi attenta sul piano cronotopico riscontriamo un parallelismo coerente tra il presente e l’area interna (o comunque circostante) della casa, in contrasto invece con il passato, che sembra riallacciarsi a luoghi oramai lontani, sia nello spazio che nel tempo. L’unico flashback esplicito del racconto riguarda tre ragazzini che vogliono dipingere l’indirizzo del protagonista sul marciapiede, dopo il vialetto, quindi abbastanza lontani dalla dimora da poter parlare di una distanza di sicurezza che li mantiene al di fuori della sua sfera personale e della sua intimità. Solo allo strano ospite viene permesso l’accesso, l’ingresso materiale nella abitazione e quello psicologico nel suo stato d’animo, perché è il solo che può condividere qualcosa con il narratore. Inizialmente l’invito sembra essere viziato da pura curiosità, ma nasconde un’inconscia volontà interiore, peculiare motore primo che spesso dirige le azioni dei personaggi dello scrittore americano.
Il racconto si sviluppa rispettando la simmetria tra fabula e intreccio, salvo brevissime riflessioni e riferimenti al passato. Il filo conduttore è rappresentato dall’escalation di dialoghi e gestualità dei due personaggi, che danno ritmo alla vicenda alternandosi a minimi dettagli rivelatori, vere chiavi di lettura per inoltrarsi al di là della superficie, dell’immediata patina polverosa che ancora aleggia dopo la prima lettura: una scelta stilistica frequente nel modus operandi di Carver. La narrazione può quindi essere suddivisa in brevi sequenze, intercalate da svolte latenti, quasi impercettibili.
Il racconto si apre con due frasi brevi, folgoranti, che ricordano molto gli incipit universali dei Sillabari di Goffredo Parise, «Un giorno un uomo…», se non fosse per le caratteristiche sorprendenti del personaggio descritto, presentate in modo schietto, sintetico, con un’inclinazione quasi umoristica. La prima sequenza è caratterizzata dallo studio cinico del protagonista nei confronti dell’ospite, fatto di domande dirette che per poco non sfociano nella maleducazione, frutto di un’antipatia quasi gratuita verso l’estraneo. Il richiamo e la somiglianza al rapporto idiosincratico tra i due protagonisti di Cattedrale (uno dei racconti più fortunati di Carver) è qui molto forte. Ma il tono cambia quando il narratore comincia ad osservare la fotografia, perno di tutta la vicenda. L’attenzione si sposta sull’introspezione del personaggio, il quale osserva la sua «tragedia» personale. La parola passa per un attimo all’uomo con gli uncini, il quale sembra avere intuito l’esitazione riflessiva della sua nuova conoscenza e con poche fulminanti battute ne inquadra e penetra la condizione esistenziale. In una seconda ipotetica sequenza troviamo il nuovo tentativo provocatorio del protagonista: la sfida infatti prosegue e il narratore insinua inconsciamente un collegamento tra la professione dell’individuo e il passatempo di tre ragazzini, con insolenza: ma quest’ultimo non si fa intimidire, si dà tono ed importanza e gli risponde fissandolo negli occhi. In questo istante assistiamo a una nuova impercettibile svolta, il padrone di casa pare aver accusato il colpo, abbassa la guardia e gli sale un forte mal di testa. «Il caffè non lo cura affatto, mentre la gelatina di frutta qualche volta aiuta», ma all’ospite è stato offerto del caffè, e la gelatina ormai è rimasta nascosta dal suo egoismo, non si può più fare marcia indietro.
Nella terza sequenza si stabilisce un contatto, si crea la complicità, nasce un sentimento simpatetico tra i due che culmina nel rispetto reciproco: «era fantastico osservare quello che riusciva a farci, con quegli uncini».
Si apre in questa direzione la sequenza finale, dove vengono superate le diffidenze iniziali e si assiste ad una sorta di liberazione dalla gravità della comune situazione esistenziale. Il protagonista si lascia andare ad un improvviso istinto di insensatezza, incoraggiato dalla nuova conoscenza, che si rende disponibile e lo asseconda nella ricerca di un gesto spensierato come il lancio di un sasso da sopra il tetto di casa, una bravata di due ragazzini indisponenti, svincolati, anche solo per un attimo, dal peso della realtà.

RIFLESSIONE PERSONALE:
Lo strano personaggio con gli uncini intuisce subito la difficile situazione privata del protagonista e con una sola occhiata all’interno della sua abitazione gli rivolge alcune domande dirette, quasi alla ricerca mirata di una complicità compassionevole, quell’intesa tipica di chi si trova a patire le stesse sofferenze e cerca di instaurare un rapporto esclusivo con i propri simili. Prima la foto e poi l’ingresso nella casa non sono altro che due azioni simboliche che ci riportano a un piano di lettura più profondo, accuratamente nascosto come sempre da Carver dietro la superficie più immediata della prima comprensione. Il «tizio» fotografa il narratore, inquadrandolo in modo istantaneo, proprio come fa una polaroid, per poi penetrare in casa sua come se entrasse nella sua stessa persona, cogliendone gli aspetti intimi e privati che questa cela nella sua dimora personale. Lo sconosciuto è senza mani, senza il tatto, uno dei cinque sensi, ma come si ricorda spesso per i non vedenti o i non udenti, in mancanza dell’attività di uno dei cinque sensi ecco che di conseguenza s’impara ad affinare altri ricettori, e anche senza il tatto materiale si può giungere a toccare l’altro grazie ad un acume insolito e inusuale.
La facilità con cui lo sconosciuto riconosce immediatamente la situazione del narratore ribalta però la situazione e ci pone di fronte a un possibile cambio di prospettiva. Tutto il racconto può essere infatti interpretato e trasfigurato in un monologo del protagonista, chiamato a colloquio con la propria coscienza, impersonata, in una sorta di riflesso, nel personaggio senza mani. La menomazione del corpo è la trasposizione fisica di una mancanza fondamentale per l’uomo, la perdita o l’allontanamento (non ci è dato di conoscere i dettagli, ma solo di ipotizzarli) della sua famiglia, senza la quale però si può e si deve andare avanti lo stesso, si può continuare a vivere, come dimostrano gli uncini, arrangiandosi in un modo o nell’altro: l’uomo infatti riesce a reggere la tazzina, a sistemarsi la cinghia dei pantaloni, riesce persino a utilizzare la polaroid attraverso una particolare allacciatura dietro la schiena. Non riesce però a «perdonare e dimenticare», ma preferisce guardare oltre, mandando a quel paese il passato e tutto ciò che gli ricorda la sofferenza.
L’invito iniziale del narratore è mosso esplicitamente da una maliziosa curiosità, «Volevo proprio vedere come avrebbe retto la tazzina di caffè con quegli uncini»: è una sfida, una provocazione nei confronti del suo alter ego per studiarne le tecniche di sopravvivenza a fronte della sua mancanza. Lo mette alla prova e lo stuzzica per assaporare quel piacere quasi sadico che si sperimenta nel vedere qualcuno ridotto evidentemente in condizioni peggiori delle nostre, (una delle molteplici interpretazioni dell’uomo lucreziano che osserva la tempesta dal porto sicuro) anche se sul piano strettamente fisico in questo caso, con un atteggiamento cinico piuttosto frequente nei protagonisti dei racconti dello scrittore americano (basti ripensare al cieco della sopracitata Cattedrale). Nel proseguo della narrazione le provocazioni (la domanda diretta riguardo le mani, l’offerta del caffè ma non della gelatina) si alternano a delle osservazioni che sembrano passare dal cinismo ad una velata comprensione per l’insolito individuo, fino a sfiorare un sentore di rispetto per chi versa nelle sue stesse condizioni, anzi pare addirittura reagire con maggiore distacco e risolutezza alle intemperie della vita. Gli animi si distendono e il dialogo si fa più intimo, le domande assumono uno sfondo di sincero interesse nei confronti del proprio interlocutore, frutto di una nuova complicità tra estranei che si scoprono non così tanto diversi, in fin dei conti. Il tutto suggellato dall’acquisto della foto. Emblematico il passaggio «C’è di meglio, ma io me la cavo così», frase che pesa come una sentenza o un sigillo per entrambi i personaggi, un’etichetta appiccicata sulle loro vite, in particolare in quella dell’uomo con gli uncini, che assume man mano un’aura di esemplarità per il suo ascoltatore. La loro nicchia è isolata rispetto al fittizio mondo di quelle famigliole felici e sorridenti, che non appena si accorgono di essere al centro di un obiettivo, di un mirino, si mettono in posa e non fanno altro che enfatizzare la finzione dello scatto, instaurando una distanza netta tra la realtà e la pellicola fotografica: è inquietante cogliere questa critica velata in un racconto dei primi anni Ottanta, pensando all’odierna esistenza tutta in digitale dei vari social network, di vite concrete celate dietro ad immagini costruite.
La barriera della diffidenza è stata abbattuta e l’uomo che ha già esperito il «momentaccio» dichiara la sua simpatia e disponibilità all’uomo della sofferenza presente. Ma come può essergli utile? Nello scarto all’autocompiacimento, nella libertà di potersi scattare anche lui delle foto in posa davanti la sua casa, con la sua famiglia, con sé stesso. Non è un nostalgico tentativo di ricercare il passato e la normalità, tutt’altro, è uno sfogo liberatorio verso l’avvenire. L’ideale che quella felicità rappresentava viene scagliato via, lontano, da sopra il suo tetto, in modo che la gittata sia ancora più lunga e il metaforico sasso finisca il più distante possibile. Il tutto immortalato dal complice, dal suo simile che ricambia il suo saluto dal vialetto e lo incoraggia a prendere il volo, a decollare.
Il finale sviluppa quella progressione di avvicinamento tra i due che ricorda ancora una volta quella di Cattedrale, quando il protagonista-Carver supera l’iniziale antipatia verso “l’intruso”, “l’estraneo”, e si lascia andare ad una sensazione nuova, una sensazione di libertà insperata visto il lo sconfortante scetticismo iniziale di entrambi i personaggi. Ciò non significa che l’autore ricerchi una morale, un exemplum totale e unilaterale: Il mirino suggerisce piuttosto la sottile impressione di una possibile via di fuga a qualsiasi difficoltà, un prezioso lascito che ci ricorda che si può volgere lo sguardo altrove, sempre e comunque, nonostante tutto.