Monthly Archives: febbraio 2018

102737578-874a3912-2606-4194-b956-7e7d4235349d

Il principe libero, ma non troppo

By | Riflessioni | No Comments
Apriamo con una premessa.
Al cinema, tutto d’un fiato, deve esser stato sicuramente un’altra cosa.
Ma ciò non toglie che ci piacerebbe vedere più spesso, tra i canali Rai, film e programmazioni di questo genere, al di là dei giudizi positivi o meno sul film in questione. Va premiato l’intento.
Il film è andato in onda su Rai 1 in due serate, il 13 e 14 febbraio scorsi.
Dopo qualche giorno di metabolizzazione, sono giunto ad una conclusione.
Non si tratta di un film su De Andrè, ma di un film su un’idea umana di De Andrè.
E questo giustifica gran parte delle scelte fatte dagli sceneggiatori, Giordano Meacci e Francesca Serafini, e dal regista Luca Facchini.

Ogni scelta comporta però delle conseguenze: fatico a credere che l’immagine umana evocata da questo film sia la stessa che ognuno di noi aveva in partenza, prima di quei 190 minuti e passa. Può piacere o non piacere, ma sfido a dire che il nostro De André personale fosse lo stesso che abbiamo visto al cinema o in tv.
Questo è probabilmente un pregio del biopic “Il principe libero”, perché non ci restituisce una figura coerente ai lineamenti sempre tratteggiati attorno alla figura del cantautore genovese. È una versione diversa, ma non per questo meno vera. Anzi. Probabilmente lo è molto di più di tutte le reificazioni che solitamente avvolgono le vite private dei grandi artisti defunti, che li mitizzano.
Vediamo un ragazzo insicuro, intrattabile, un perdigiorno viziato e snob, che si adatta alle comodità della vita borghese pur recitando la parte del ribelle. Il giovane Faber passa le giornate bevendo, fumando e andando a puttane, lamentandosi del poco rispetto verso le sue priorità. Mentre l’uomo Faber è piuttosto stronzo, anche se affascinante e magnetico.
La pecca in questo caso è che la premiata scelta prenda la via del sentimentale, della vita privata, e vi resti infelicemente ancorata, tralasciando quasi completamente la realtà artistica, di scrittore di canzoni, di cantore degli emarginati, di cantautore che dà voce all’uomo. Fosse stato dato più spazio a questo lato della sua esistenza, forse avremmo compensato i tanti difetti che il film lascia trasparire. Durante la visione, ascoltando e (ri)apprezzando i testi di De André, mi domandavo come potessero essere usciti dal personaggio interpretato da Marinelli: il film ci lascia pochissimi scorci su come i pezzi siano nati, sulla visione del mondo di De André (praticamente assente) e di come sia stata messa in musica.
E non parlo della visione strettamente politica.
Sarebbe stato interessante vederne la genesi, il modo in cui il vissuto si trasformava in parole perfette. E invece ci resta una sensazione di vuoto, di incompletezza, dell’inspiegabile distanza tra lo svogliato figlio di papà e il genio maturo e consapevole dei suoi pesanti versi.
Per fortuna c’è tanto De André in Luca Marinelli, non si sa bene dove, ma c’è. Non ci assomiglia, non canta e non parla come lui, non lo imita nemmeno tanto, ma così facendo non rischia di scivolare in una recitazione eccessiva, che poteva degenerare facilmente in una caricatura.
La sua interpretazione concede un margine immaginativo allo spettatore, fa in modo che si percepiscano i tratti reali di De André, la sua figura quando cammina tra i vicoli genovesi e le sue smorfie quando indossa gli occhiali da sole. Come tiene la sigaretta, come fuma. Con buona pace di coloro che si sono indispettiti per gli occhioni chiari e per qualche strascico di accento romano.
Ma come mai tanta fiction all’interno della biografia cinematografica di un uomo da sempre portavoce di un messaggio tutt’altro che pop? Vuoi che la maledizione delle programmazioni Rai sia riuscita a conformare ai suoi sdolcinati canoni anche un anticonformista come De André?
Una possibile spiegazione è rintracciabile nella partecipazione  della seconda moglie, Dori Ghezzi. Forse un eccesso di vanità per Dori, che da fonte insostituibile di testimonianze e aneddoti sulla vita di Fabrizio rischia di diventare il catalizzatore primo di tutta la vicenda. La loro storia d’amore è infatti il fil rouge di gran parte della trama, almeno da quando Valentina Bellé (sua interprete) compare in scena.
Motivo per cui credo che il traguardo si veda, ma solo in lontananza.
Motivo per cui milioni di italiani hanno sbottato vedendo il vergognoso taglio della Rai del live finale. Infatti, oltre alla fastidiosissima scelta di troncare i titoli di coda per lasciare spazio a “Porta a porta”, il disturbo è stato amplificato dal fatto che fosse tagliato uno dei pochissimi momenti del film in cui si poteva apprezzare il De André artista, cantante, per di più in versione originale.
Insomma neanche il contentino di arrivare al cartello giallo con una scritta nera.
Però almeno abbiamo visto una “fiction riuscita” su De André, vediamolo mezzo pieno ‘sto bicchiere.

Marinelli canta “La canzone dell’amore perduto”

rose

Le sette rose più belle del mondo.

By | Quasischeletro | No Comments

Settant’ anni sono tanti. Sono emozionato come un bimbo alla mattina di Natale.

Il mio vestito migliore. E’ un po’ vecchio stile. Ma le piaceva tanto. Quadrettoni rosa pallido e verde bottiglia sulla giacca di lana cotta. Pantaloni grigi. Scarpe nere. Le ho lucidate un’ ora ieri sera. Con il sorriso. Una spruzzata di profumo. Sono pronto.

Si sta stretti qui dentro.

Non c’è il tempo, tra un pensiero e l’altro, di respirare. E’ buio. Il più brutto buio che abbia mai vissuto. Odore di legno. Forte odore di legno. E’ quasi soffocante. Ti punge la gola e le narici. Non ho altro profumo se non questo.

E poi cosa metto? Ho solamente questo vecchio vestito bianco. Elegante, ma vecchio. Vorrei qualcosa di meglio. Vorrei sembrare bellissima.

Forse era meglio se continuavo a godermi il riposo. Ma no. Come posso pensare una cosa simile. 70 anni sono tanti.

Servono dei fiori. Come potrei presentarmi a mani vuote. Servono i più bei fiori che siano mai cresciuti su questa Terra. Delle rose. Rosse. Settanta sono troppe per le mie povere tasche. Ne basteranno sette. “Mi dia le sette rose più belle che esistono, sono per il mio amore”.

Vorrei tanto non farmi trovare a mani vuote. Ma qui dentro non crescono fiori. Non ci sono cioccolatini. Non c’è proprio niente. Che figura. Ci sono i miei pensieri. I miei pensieri più belli. E le mie emozioni. Dovranno bastare. Sono per lui.

Eccole qua. Splendide. Fanno quasi male agli occhi da quanto è intenso il loro rosso. Bagnate nel sangue e ricoperte dal profumo della vita. Forse sono veramente le 7 rose più belle del mondo. O almeno lo saranno per lei. Sono passati pochi mesi dal nostro ultimo incontro. In ospedale. Un saluto. Uno sguardo. Una promessa. Allora era tutto diverso. 70 anni sono tanti.

Il giorno che ci siamo salutati per l’ultima volta è stato il più bello della mia vita. Un istante. Un istante in cui i miei occhi sono diventati i suoi. L’istante giusto per capire, con uno sguardo, che tra miliardi di persone nel mondo solo lui poteva stringermi la mano in quel momento. Uno sguardo che mi ha tolto il fiato. E riempito il cuore di gioia, consapevole del fatto che avevo passato tutta la vita con chi la dovevo passare. Qui dentro mi sento sola.

E’ meglio se mi siedo su questa panchina. Devo calmarmi un attimo. Il cuore non può farmi brutti scherzi. Se ripenso a quel giorno. Quando ci siamo incontrati dico. Io così impacciato. Lei così sorridente. La sua mano. Il suo profumo. Il primo bacio è stato come conoscere Dio. Ricordi in bianco e nero.

Il giorno del matrimonio lui mi guardava fisso e non riusciva ad aprire bocca. Li sull’altare, due statue. Ma non avrebbe mai detto no. La sua mano che tremava nel mettermi l’anello. Può baciare la sposa. Una liberazione. Un sorriso. Un bacio lungo quanto il giro del mondo. Oggi non potrò baciarlo.

Quanti viaggi fatti insieme. Il viaggio di nozze è stato il primo. Ma lei voleva vedere il mondo. Ed io non volevo perdermi lo spettacolo di lei che vede il mondo. Lo abbiamo visitato in lungo e in largo. Insieme. Abbiamo un ricordo per ogni continente. Un bacio per ogni tramonto. Una stella per ogni cielo. Mi manca vederla preparare la nostra valigia di cuoio marrone grande quanto un armadio. Mi manca vederla. Mi manca.

Quante canzoni mi ha dedicato. Seduto in veranda, con la sua chitarra in braccio mi cantava le più belle canzoni che io avessi mai sentito. Era come se dovesse conquistarmi ogni giorno. Come se volesse farmi continuamente innamorare di lui.

Quando litigavamo non ci parlavamo per ore. Io mi chiudevo in cantina a trapanare pezzi di legno o trafficare con bulloni e chiodi. Ma in realtà pensavo a come potermi scusare. Lei saliva in camera e cominciava a fare la valigia. Quando trovavo le parole giuste, quelle con cui ero sicuro di mettere le cose a posto salivo in soggiorno. Trovavo lei e la valigia. E partivamo per un viaggio. Ogni volta. Sempre la stessa storia. Sempre lo stesso meraviglioso modo di fare pace.

Mi piaceva tutto di lui. Giorno dopo giorno, sempre di più. Quando ti rendi conto che stai costruendo qualcosa di vero, quando ogni musicista dell’orchestra che ti suona dentro becca la nota giusta. Allora sei felice. Non cambierei un secondo di quelli vissuti con lui. Nemmeno un piccolo secondo. E così, quando una mattina ci siamo svegliati e ci siamo accorti di essere vecchi, è stata una gioia. Eravamo diventati vecchi. Insieme.

Quando lei si ammalò mi resi conto che non eravamo invincibili. Che anche a noi sarebbe toccato. Avevo paura. Non di morire. Ma di non poter più sentire la sua voce. Di non poter più raccontarle come era andata la mia giornata. Di non poter più guardarla negli occhi. E vedere il suo mondo. Il nostro mondo.

In ospedale è stata dura. Vederlo far finta di essere sorridente. Come se non sapessi come si sentiva. Non volevo farlo soffrire. Cercavo di trasmettergli la mia serenità. Volevo che capisse stringendomi la mano che non c’era da essere tristi. Ma solo felici, per quella cosa incredibile che avevamo fatto. Una cosa che riesce solo ai più fortunati. A quelli che ci credono.

Lo guardai dritto negli occhi per l’ultima volta. E gli sorrisi.

Avevamo condiviso la sola cosa unica al mondo.

La vita.

Quella mattina. Quella mattina è finito il mondo. Morire deve essere molto meno doloroso. In quella stanza d’ospedale, non sentivo più niente. Mi parlavano e non capivo. Vedevo solo lei. Gli occhi chiusi. Dormiva, pensavo io. Tutti mi parlavano e io sentivo solo la marcia del mio cuore. Si stava spegnendo. Perché Dio ci ha dato la vita se un giorno deve accadere una cosa così dolorosa. Perché esiste l’amore. Mi veniva da vomitare. Mi sedetti ai piedi del letto e le strinsi forte la mano.

“Ha bisogno di aiuto per il funerale?”. 70 anni sono tanti.

Io potevo vederlo. Potevo sentirlo. Posso sentirlo tutt’ora. Posso proteggere i suoi sogni. Non è tutto finito. E lui forse lo sa. Il giorno del mio funerale avrei voluto uscire di qui per dirglielo. Ehi, guarda che sono qui. Pensami. Parlami. Io ti sento.

Il giorno del funerale ho capito. Sentivo che la forza di stare in piedi non arrivava da me. La sentivo. Lei c’era ancora. Lei era li. Per me. Per noi. E dopo tante lacrime, un sorriso. Vero.

Ora è meglio che vada. Non vorrei farla aspettare.

Ormai dovrebbe essere qui. E’ sempre stato puntuale.

Eccola.

Eccolo.

Buon anniversario, amore. Queste sono per te. Te le appoggio qui.

Silenzio. Settant’ anni sono tanti.

Ciao amore, grazie. Sono bellissime, sono le sette rose più belle del mondo. Buon anniversario anche a te. Come è andata la giornata?

Silenzio. Settant’ anni sono tanti. Settant’ anni in un silenzio. Sotto il sole. In un cimitero. Una vita insieme. Che non finisce. Mai.

Solo silenzio.

Adesso vado, amore. Ci vediamo presto. Non ho preghiere per te, oggi.

Solo una lacrima e un sorriso.

Una lacrima per tutto il tempo che siamo stati insieme.

Un sorriso perché lo saremo per sempre.

 

All rights reserved – © Federico Simonato