Monthly Archives: ottobre 2017

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E brucia la chitarra.

By | Quasischeletro | No Comments

I lacci delle scarpe dicevano tutto di lui. Belli, eleganti. Ma irrimediabilmente consumati dal tempo e dagli agenti atmosferici. Tenevano insieme a fatica dei pezzi di cuoio che solo con l’immaginazione potevano assomigliare a delle scarpe moderne; suole e tomaie erano così consunte da rendere quelle calzature più simili a dei sandali trafugati da un museo di antichità. Il cuoio a tratti lasciava scoperta qualche unghia, tanto lunga e spessa da dare l’idea di poter tagliare in due un diamante. Un callo faceva capolino da un buchetto sulla scarpa destra all’altezza dell’alluce, una piccola terrazza da cui quel grumo di pelle dura si metteva in mostra ai passanti come un monumento astratto post futurista in miniatura. Solo pochi potevano apprezzare. I suoi pantaloni invece, erano uno spettacolo. Mille colori, mille tessuti. Chissà quanti ricordi. Se li era probabilmente cuciti a mano, con i pezzi sani ed utilizzabili di tutti i pantaloni che aveva posseduto nella sua lunga carriera di essere umano. Attiravano l’attenzione, erano una buona pubblicità per lui. Niente bottoni, niente cerniere. Solamente pezzi di stoffa tenuti insieme da cuciture posticce, strade dissestate percorse da qualche formica e tante pulci. Un pezzo di gavetta li teneva attaccati alla vita. Una vita magra ed ossuta tanto quanto la vita vera che stava vivendo. Le ossa sembravano volessero uscire da quel corpo, sporgevano talmente tanto dalla pelle che potevi benissimo vederle senza bisogno di raggi x. Per ovviare al problema e nasconderle indossava, nonostante il caldo, una felpa grigia, con le maniche completamente tagliate, strappi e buchi in diversi punti ed uno smile giallo che troneggiava al centro. E la scritta sotto: “sorridi alla vita”. Ironia della sorte. Le braccia ossute, seguite da delle mani ossute, erano abbronzate e secche, il paragone con dei rami non era fuori luogo. Il braccio destro era ornato da piccoli tatuaggi, macchie di china rovinate dal tempo e dal sole che segnavano chissà quali tappe della sua vita. Le mani ossute terminavano con delle dita forti, agili, con unghie curate, talmente curate da stonare con tutto il resto della sua figura. La barba da poco tagliata in maniera approssimativa non riusciva a coprire le profonde rughe che gli strisciavano tra le guance rossastre, un naso modesto e senza pretese, occhi marrone chiaro, grandi, profondi e delle labbra sottili che nascondevano pochi denti. Erano più simili a delle cicatrici che a delle rughe, dei piccoli sentieri che arrivavano fino alla fronte e si perdevano poi tra i capelli, neri, sporchi, abbastanza lunghi da spuntare dal cappello da baseball blu che gli copriva a malapena il capo. Era molto difficile dargli un’età.

Stava seduto all’angolo di Marmellade Street, su di una cassetta di plastica nera, che una volta probabilmente serviva a contenere mele oppure cavoli, chi lo sa. Ora però era il suo trono. Già, perché anche se l’aspetto decisamente non lo lasciava intendere, lui era il re di quella strada, ed al suo fianco, su di un appoggio di plastica rossa, stava la sua regina. Era una Martin D42 degli anni ’20. L’aveva praticamente sposata. Una chitarra così valeva veramente una fortuna. Se l’avesse venduta probabilmente si sarebbe potuto permettere una bella vita normale, ed invece aveva scelto di vivere per strada pur di poter continuare a suonarla. Aveva bruciato tutta la sua vita per lei. E dai suoi occhi si vedeva quanto felice fosse per quella scelta. Il marrone sbiadito del palissandro indiano della cassa, il battipenna scuro strisciato da milioni di pennate, il profumo del manico in ebano, gli intarsi perfetti, tutti buoni motivi per amare una chitarra. Ed il suo suono. E come la suonava lui. Stavo delle ore a contemplare il re di Marmellade Street finché si guadagnava i pochi soldi necessari per vivere arrampicandosi con le sue dita ossute su quelle vecchie sei corde, scorrazzando a destra e a sinistra, su e giù per il manico, senza meta. Senza pace. Quando sentivo la sua musica, mi sentivo veramente vivo. Sentivo il calore della fiamma che mi saliva dallo stomaco. Sentivo che cominciavo a bruciare dentro. Sentivo di potercela fare, di poter raggiungere la vita che volevo anche io. Poi la musica finiva. Il rumore di qualche applauso e degli spiccioli che facevano un tonfo sordo sulla custodia della chitarra mi riportava alla realtà. La mia fiamma si spegneva. E stavo li. Ad aspettare un altra canzone del re di Marmellade Street, per potermi riaccendere un altro pò. Stavo li, a morire d’invidia per un barbone che non aveva niente. Ma per lui la musica non finiva mai. La sua fiamma non si spegneva mai e lui poteva continuare a vivere una vita bruciata. Una vita vera. Una vita come si deve.

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Si.

By | Quasischeletro | No Comments

C’è un momento, nella vita, in cui ti rendi conto di essere vivo. Un solo momento che cambia tutto quello che è stato. E tutto quello che sarà.

Tabby ha 24 anni e un sorriso che lo raccontano in tanti. Non è una ragazza perfetta e non ha mai desiderato esserlo. Ma quel sorriso. Lavora come cameriera nel ristorante della madre. Odia ogni singolo essere umano che entra li dentro. Odia essere gentile. Odia servire le persone maleducate. Ed odia ancora di più servire le persone educate, perché le rendono il compito molto più’ difficile. Un sorriso contro tutti e tutto. Contro quel lavoro di merda. Contro il mondo. Contro i sorrisi degli altri. Contro sua madre.

Un attimo che ti toglie il fiato. Ti scaraventa a terra con rabbia. Ti prende a calci senza tregua. Ti lascia accasciato senza forze e con la bava alla bocca. Ti mostra che cos’è veramente il dolore. E che cos’è veramente la gioia.

Ray ha un negozio di libri e polvere, che va alla grande. Di quelli che il cigolio della porta fa ancora la differenza. Dove trovi tutti i libri del mondo tranne quello che ti serve. Per fortuna. Lui li ha letti tutti, ma non conosce il finale di nessuno. Ha sempre creduto che i libri debbano essere degli amici. Si presentano con il titolo. Li conosci alla prima pagina. Ci passi un sacco di tempo insieme. E poi all’ultima pagina, dici loro addio. Ma è sempre dura dire addio ad un amico. Un negozio di libri senza ultima pagina. Amici per sempre.

Un istante. In cui conosci la verità. In cui ti presenti a te stesso e dici ok adesso ci sono. Un istante che cambia le regole del gioco. Che non sai se ridere o piangere. E se ridi, lo fai sul serio. E se piangi, lo fai sul serio.

La sveglia suona. Fastidio. Tabby butta mezzo occhio verso il fondo del letto, per vedere se lei c’è ancora. La divisa da cameriera è li, color crema, brutta, spiegazzata, macchiata. Fastidio doppio. Il mio mondo funziona al contrario, pensa Tabby. Gli incubi dovrebbero iniziare quando ci si addormenta, non quando ci si sveglia. La gonna sa di torta alla crema. La camicetta di sudore e di zuppa di pomodoro. Ma Tabby le mette lo stesso. Fastidio triplo. Il suo sogno è la musica. Il suo sogno è sempre stato vivere di musica. Non ha fatto l’università per cameriere, ma il conservatorio. Non serve saper suonare il violino in maniera sublime per portare un vassoio di hamburger. Ma con il violino non ci fai il rock, non ci fai il pop, non vendi i dischi. Non ci vivi. Non ci fai quasi un cazzo. E allora su la camicetta che sa di zuppa e la gonna che sa di torta. Il mondo di Tabby va così. Ed è per questo che lo odia.

Un lampo. Ti entra dentro, ti scalda ogni goccia di sangue. E ti accorgi che fai parte veramente del mondo. Che non è uno scherzo. Che non sei immortale e che i sentimenti e le emozioni di cui tutti parlano esistono. Esistono veramente.

Un the. Bollente. E un biscotto alla vaniglia per Ulysse, il suo bassotto. Ray ogni mattina fa colazione allo stesso bar. Di fronte al negozio. Si siede fuori, con la tazza che gli scalda le mani. E guarda la sua libreria. Amare il proprio lavoro è un gran bel vantaggio, pensa. Mi piace la mia vita, pensa. Ulysse, accovacciato al suo fianco, mastica rumorosamente il biscotto alla vaniglia. Mi piace la mia vita, pensa. Il biscotto è finito e lecca le ultime briciole che sono cadute. Ogni tanto potrebbe prendermene uno al cioccolato, pensa.

Andiamo Ulysse.

Ray arriva sempre in negozio 15 minuti prima di aprire. Vuole salutare tutti i suoi amici. Vuole godersi il silenzio della polvere, respirare il profumo dell’inchiostro e della carta. Fa un giro tra gli scaffali. Spazza per terra velocemente. Sistema il cuscino di Ulysse. E poi gira il cartello sulla porta. Aperto.

Ti sembra che ti abbiano portato via l’anima e che si divertano a torturarla. Finché tu la guardi. Sotto ai tuoi occhi. Senza poter fare niente. Ti senti impotente. Colpito a morte da quell’unico, singolo, incredibile momento.

Il solito. Fastidio all’ennesima potenza. La cosa che Tabby odia più di tutto è quando qualcuno le ordina “il solito”. Sei così triste, così patetico, così solo che speri che io mi ricordi che cosa ordini ogni giorno che butti via qui, giusto per assicurarti che qualcuno sappia che esisti, pensa Tabby. La tua vita è così noiosa che non provi nemmeno a cambiare locale perché non ti va di vedere nient’altro oltre al minuscolo pezzetto di mondo che ti da sicurezza, pensa Tabby. Il solito calcio in culo ti darei io, pensa Tabby.

Certo, dice Tabby. E sorride.

Oggi lavora solo alla mattina. Il pomeriggio ha una visita dal medico. Sorridere le riesce più facile.

Non conta più niente, dopo quell’istante. Non c’è un prima o un dopo. Non ci sono ricordi a cui aggrapparsi. Nessuna preghiera. Nessuna paura.

Ulysse è sprofondato nel suo cuscino rosso pomodoro. Sonnecchia con un occhio, e con l’altro controlla il negozio. Non è un cane da guardia. Anche perché prima che si alzi di li, gli ci vogliono due minuti abbondanti. Ma vuole avere tutto sotto controllo. Vede Ray che parla con un cliente. Uno dei soliti. Di quelli affezionati. Mette un libro in una busta. Ritira i soldi. Il rumore della cassa che si apre e che si chiude. Li sente parlare. Oggi pomeriggio il negozio rimane chiuso, dice Ray. Ulysse alza un orecchio. Si, devo passare dal dottore a metà pomeriggio, dice Ray. Mi tocca camminare, pensa Ulysse.

E vorresti tutto il tempo indietro. Tutto per te. Tutto quello che hai sprecato. Vorresti rigiocarti le tue carte e vorresti fare quello che non hai mai fatto. Ma non puoi.

Tabby guarda le persone che affollano la sala d’aspetto dell’ambulatorio. Non sarà un pomeriggio piacevole, pensa. Ma sempre meglio di stare al ristorante, si dice entrando.

Non si torna più indietro. Il punto zero. In quella frazione di secondo, la fine e l’inizio diventano la stessa cosa.

Tu non puoi entrare Ulysse, devi aspettarmi qui fuori. Ray lascia il bassotto davanti all’ambulatorio e si richiude la porta color latte alle spalle. Si siede su una poltroncina di pelle nera che sa di plastica e vecchiaia. E’ un po’ nervoso. Sente freddo alle mani e cerca di capire dall’espressione del dottore come sarà la conversazione. Ascolta ogni singola parola, il tono, la velocità. Gli guarda le mani. Gli occhi.

Ray, ho i risultati degli esami che hai fatto, dice il dottore. Non vorrei essere qui, pensa Ray.

E ora sai. La verità. E sei felice. E triste. E arrabbiato. E furioso. E terrorizzato. Sei tutto. E lo sei veramente.

Il tavolo è pieno di libri, carte, scatole di medicinali. E ancora penne, tagliacarte, buste. Tutte le cose che mettono i medici sulla loro scrivania per far vedere che lavorano un sacco. Che lavorano così tanto che non hanno tempo di sistemare. Tabby quasi non vede il dottore al di la del muro di disordine che li separa. Lui sta cercando la busta con il risultato delle sue analisi. Ci vorrà qualche ora, pensa Tabby. Trovata, dice lui. Sicuramente non sarà la mia, pensa Tabby. No scusami, non è la tua.

Non vorrei essere qui, pensa Tabby.

Ora puoi smettere di recitare. Abbandonare il copione. E non importa se hai vinto qualche oscar, o se il tuo era un film di serie b. Non conta più se eri il protagonista o una comparsa. Ora sai che non sei un attore.

Ray, hai il cancro. Dice il dottore.

Signorina, lei aspetta un bambino. Dice il dottore.

Quando arriva, quel momento, è la morte e la vita messi insieme. E’ la tremenda consapevolezza che non sei una statua. E’ il dolce piacere di scoprire che sei fatto di carne. Che hai delle mani. Che hai un cuore. Ma non quello che disegni quando sei bambino. Un cuore. Vero. Che batte.

Ulysse si sta godendo gli ultimi raggi del pomeriggio. Ray esce dall’ambulatorio. Guarda il sole che sta scendendo dietro le montagne, in lontananza. Sospira. Si china e accarezza Ulysse sulla testa. Una grattata dietro all’orecchio destro, come piace a lui. Vieni. Andiamo a casa.

In quell’istante ti accorgi che la vita non sono i libri. Non sono i piatti sui vassoi. Non sono camicette e gonne. Non è un biscotto alla vaniglia. Ti accorgi che la vita è tutto quello a cui hai sempre dato poca importanza.

Tabby si chiude la porta d’ingresso piano, alle spalle. Ha fatto la strada verso casa di corsa. Posa la borsa. Si leva la divisa da cameriera e la ripiega con cura. La appoggia ai piedi del letto, pronta per il giorno dopo. Apre l’armadio in cerca di qualcosa da mettere. Scende le scale.

C’è un momento, nella vita, in cui ti rendi conto di essere vivo.

Lui è seduto sulla sua poltrona, sta leggendo.

Lei si siede di fronte a lui.

Un sorriso, due occhi. Possono salvarti la vita a volte.

Un solo momento che cambia tutto quello che è stato.

Ray posa il libro sul tavolino che ha di fronte. Devo dirti una cosa, dice.

Tabby lo guarda e respira. Anche io devo dirti una cosa, dice.

Un sorriso. Due occhi. Uno di fronte all’altro.

E tutto quello che sarà.

“Vuoi sposarmi”. Dicono. Insieme.

Puoi incontrarne tanti di momenti che sembrano quelli giusti. Ma non lo sono. Puoi farti ingannare, se vuoi. Ma poi quello arriva. E te ne accorgi. Non spetta a te decidere. Non puoi. Lo senti. Lo sai. E non lo dici a nessuno. Non dici a nessuno che hai smesso di esistere. E hai cominciato a vivere.

“Si”. Rispondono. Insieme.

Eccolo.

 

 

Ulysse li guarda dalla sua cuccia.

Sta masticando un biscotto.

Al cioccolato.

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Pills: King Krule – Dum Surfer

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Artista: King Krule

Genere: Post Punk

Brano: Dum surfer

Album: The ooz

A 4 anni da 6 Feet Beneath The Moon torna la voce baritonale più giovane e indipendente del mondo British, sotto l’etichetta XL Recording. Torna Archy Marshall, in arte King Krule. 24 anni e una maturità sorprendente nello svariare tra post punk, jazz e blues, con influenze stilistiche provenienti dal no wave.

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Domani sveglia alle 7, giuro!

By | Riflessioni | No Comments

Come quando vorresti fare un po’ di tutto e…te ne resti a letto.

Ti svegli a metà mattina, sei riposato, ma senti che manca ancora qualcosina per la “dormita perfetta”.
Ancora un po’, solo un altro po’…

Hai rinviato per mesi un sacco di piccoli progetti perché eri impegnato in cose più importanti, e ti sei ripromesso di realizzarli tutti, a partire proprio da oggi.
Ma, mentre ci pensi, ti sei già rigirato dall’altra parte e forse dormi di nuovo.

Allora, adesso mi alzo, al tre mi alzo e mi metto all’opera: parto con il dare una bella lavata alla macchina, che ne ha un disperato bisogno, poi passo in biblioteca a consegnare i libri dopo un ritardo di ben tre settimane (magari me ne prendo un altro paio su “Storia del cinema indipendente”), poi vado a farmi stringere quel benedetto paio di pantaloni scuri dalla sarta e poi…aspetta, ma quanto fresco è il cuscino da questa parte? Senti che roba! Dai, me lo godo giusto due minuti!

Riapri gli occhi mezz’ora dopo, ma giusto quella fessura che ti permette di scrutare l’ora e allo stesso tempo di non perdere l’abbiocco.
Preso da un improvviso spirito d’iniziativa scosti leggermente la coperta sbadigliando: e ti senti già un vero eroe.

– Uno di quei rari attimi di lucidità della giornata, che ti permette di bisbigliare “anche oggi ho fatto il mio”; ma lo bisbigli soltanto, perché hai troppa paura che la tua coscienza ti senta, e se ti sente poi sono guai. Lo sai bene –

Ora tra te e la lista di cose da fare c’è solo la colazione, senza dimenticare che è il pasto più importante della giornata e necessita senza dubbio del suo tempo e delle sue attenzioni.

Tic,tic,tic.
Ci mancava pure la pioggia, leggera e morbida, sembra li apposta per accarezzarti mentre richiudi gli occhi, ti rilassa meglio del Valium.
Reagisci.

Miracolosamente raggiungi il bagno, il lavandino, ti specchi: ti vedi ancora sfocato, tutto, attorno a te, è ancora piuttosto sfocato.
Ma vai avanti, procedi con crescente coraggio e intraprendenza.

Ti lavi, ti asciughi, ti vesti, ti rispecchi… finalmente ti sembra di riconoscerti.
Scendi le scale accelerando il passo, mentre decidi che la colazione la farai fuori, giusto per non perdere la botta di entusiasmo che improvvisamente ti ha colpito.

Prendi il necessario per le tue commissioni, infili al volo le scarpe dando un’occhiata fuori dalla finestra, ha già smesso di piovere e dalle nubi si sta facendo largo un buon sole. E bici sia.

Mentre pedali si alza una leggera brezza, provvidenziale.
Sfrecci in contromano da un vicolo all’altro per evitare il traffico, pedali, pedali, pedali, ormai sei lanciato, i semafori verdi, i pedoni che si scostano, le macchine che ti danno la precedenza…fino a quando non arrivi all’ultimo incrocio prima della destinazione, ti affacci a malapena buttando l’occhio solo da una parte e non ti accorgi della vecchietta col Suv dall’altra e…SBAM!

Ti svegli che sei ancora nel tuo letto, ma girato dal lato fresco del cuscino.

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15 ottobre

By | Riflessioni | No Comments

Qualche volta l’autunno, ovvero quel moderato portinaio dell’inverno chiamato anche, forse in un eccesso di fantasia, l’orefice degli alberi, riserva nelle tasche altrimenti tiepide qualche coriandolo estivo – quasi come un’irrinunciabile e divertita eredità –, un chiarore fresco che tutto l’azzurro oggi ce lo bacia forte addosso. E’ ottobre, ma s’alza ingenuo il soffio caldo sulle tegole tutte del creato, manca il sonno alla corsa delle lucertole, il pomodoro e basilico degli orti stanno increduli nei loro colori, mentre il sole casca gentile sulla bigiotteria morbida delle foglie a terra.
L’inverno sbircia ormai dietro l’angolo del mese prossimo, ma su questo luminoso tappeto giallo-arancio-marrone un cielo sbarazzino ci prende in giro un po’ tutti, e noi coll’insolita carezza sulla pelle stupiti ci caschiamo.

 

(Autunno, o l’orefice delle foglie… è mai eccessiva la fantasia?).

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La troupe – EPISODIO #3

By | La Troupe | No Comments

LA TROUPE – LA STATURA DI UN ATTORE

Come ogni troupe che si rispetti, anche LA troupe aveva uno staff molto efficiente e pronto ad ogni evenienza. Sopra tutti stava il Micio, vero regista e sceneggiatore degli episodi della troupe. Alla sua sinistra, sempre nel raggio massimo di 2 metri, si aggirava Virgola (Virgo per i trouppisti), aiuto-regista e co-sceneggiatrice. Subito dietro spuntavano i produttori Caleido e Vago, due ricconi che si somigliavano moltissimo e probabilmente ignoravano il fatto di essere fratelli separati alla nascita. Al servizio del Micio si muovevano poi gli operatori di ripresa Fretta, Sisma e Mirina; la prima un po’ lenta ma diligente, il secondo dalla mano molto ferma e la terza esperta di inquadrature a campo lungo e lunghissimo. Al loro fianco entravano poi i tecnici del suono e dell’audio, Battuta e Plauso, due buontemponi che si divertivano molto tra di loro, anche se Airone, il responsabile della fotografia, non capiva mai i loro giochetti.
A disposizione di tutta la troupe scodinzolava poi la giovanissima Crocetta, vero factotum della compagnia, alla quale erano affidate tutte le mansioni più antipatiche e scomode: Crocetta le svolgeva con grande professionalità e le segnava poi nel suo programma di lavoro con una piccola tick.
La troupe non usava truccatori, i personaggi e gli intervistati dovevano essere autentici e immacolati, senza alcun filtro.

Ultimi ma non ultimi i componenti più singolari, gli attori. La troupe aveva due attori principali, il Nibbio e Melò, che in caso di necessità venivano sostituiti da delle riserve di cui nessuno ricordava mai il nome, ma che erano costrette a rimanere sempre disponibili e pronte ad ogni urgenza. Certo, degli attori, per una troupe specializzata in interviste e micro-documentari, non sembravano delle pedine così irrinunciabili. Ma il loro compito era invece molto delicato: in caso di necessità, la loro funzione era quella di stimolare i soggetti più renitenti e intimoriti, che si scioglievano davanti a un microfono o a una cinepresa. O a microfono e cinepresa insieme. Gli attori allora scendevano in campo nei giorni seguenti ai primi take falliti, cercavano di entrare in intimità con i soggetti e li aiutavano a esternare il loro potenziale. Il tutto in un lasso di tempo contenuto, molto contenuto. Si disponeva di pochi giorni di lavoro, altrimenti il gioco non valeva la candela e lo sforzo diventava eccessivo rispetto al possibile risultato. Il Nibbio era un vero maestro in questo mestiere. Anche Melò se la cavava piuttosto bene, almeno quando il suo stato emotivo glielo consentiva, tra un piagnisteo e l’altro.

Eccoci giunti alla casa del soggetto individuato. Il Micio , come suo solito, raggruppò i suoi adepti, lasciandosi circondare, e procedette con la sua introduzione.

Breve intervista a un ragazzo sulla ventina con una forte passione per il cinema. Esemplare molto interessante. La troupe è molto fiduciosa ed entusiasta, speranzosa di raccogliere un’altra testimonianza utile per la ricerca. Ricordiamo che per essere definita “utile” la risposta dell’individuo deve rivelare un sentimento vero e sincero verso il campo artistico in questione, libero da frivole influenze di costume o simili.
L’intervistato risponde a una semplice, ma neanche troppo, domanda personale, riguardo la sua passione per il cinema. Si proceda.

Il Nibbio si fece rivedere solo il giorno seguente, giustificando la sua assenza con un forte mal di testa, dovuto ancora al  malefico motivetto dei giorni precedenti.

– Tanto ve la sarete cavata benissimo anche senza noi attori, vero Melò?
– Ma la nostra presenza è comunque fonte di ispirazione per il soggetto!- rispose Melò, con tono più in linea alla tesi del Nibbio che alla sua.
Intervenne, violenta, Virgo – Beh, senti Nibbio, se sei interessato alla cosa ti faccio un riassunto dell’incontro, altrimenti per me puoi pure andare a fare i tuoi giochetti masochistici in giro per la città.
Il Nibbio non si fece sorprendere dal tono diretto della cara Virgo.
-Oh, sono fortemente interessato. Prego, si proceda.
L’insolente tentativo di imitazione non sfuggì alle orecchie del Micio, che sedeva e ascoltava in un angolo buio in fondo alla stanza. Accennò un sorriso beffardo, ma non aggiunse altro.
– Bene, allora ascoltami Nibbio.
– Soggetto: Miguel, 20 anni, orecchino, mani piccole.
È un grande appassionato di cinema, e di personaggi celebri dal punto di vista estetico. Un fan della fotogenia in poche parole. I suoi idoli provengono da qualche piano sequenza ben costruito, meglio ancora se da riprese che hanno fatto scuola nel loro genere. Di questi personaggi si cerca immagini, racconti di vita, curiosità, ed è ossessionato dalle loro esistenze. Tutta la sua cultura da cineasta proviene da lì e dal buio della stanza della seconda serata, meglio ancora se in solitaria, così può godere della visione totalmente immerso in qualche pellicola, in apnea. Non è tanto rilevante quale e che trama si sviluppi, l’importante è che ci siano loro, i suoi idoli. Preferisce proprio la solitudine in questi casi, sì, anzi quasi la ricerca involontariamente, a differenza della maggior parte dei suoi coetanei che pur di non star da soli con la loro larvale individualità escono a diventare signori della movida cittadina. Ogni tanto, purtroppo, questi esseri se li trova tra i piedi, guarda te, giusto nel mezzo della scena clou dove la colonna sonora pare penetrata nella stanza: lui con la pelle d’oca, il sangue caldo, l’emozione negli occhi, gli occhi nel cuore e… uno sbuffo! un maledettissimo sbuffo!
-Ma come si fa dico io? – Si lasciò andare Battuta, mentre Plauso scuoteva la testa, consenziente all’uscita del collega.
-Si “dico io” – proseguì Battuta – perché Miguel ha creato una sorta di empatia con la sua passione e dedizione, e mi ci sono immerso, e sicuramente non mi sarei mai permesso di sbuffare in un tal simil spannung artistico, anche solo per rispetto del sentimento altrui. –

Tutti i presenti si guardarono con espressioni di approvazione e intesa, poi ripresero ad ascoltare Virgo in silenzio.
– Miguel descrive questo fenomeno con alcuni esempi, dei quali riporto le testuali parole: è come quando ti trovi a studiare in qualche biblioteca fuori città, speranzoso di trovare un clima di pace, ideale, in quei borghi dove di norma si rispetta il silenzio per principio, quasi fosse nell’indole del cittadino fuori dal suo habitat, e spuntano all’improvviso l’effeminato e l’amichetta (o peggio ancora il maschilista e l’amichetta) e si lasciano andare in monologhi sulle loro vacanze pre-ponte dell’Immacolata Concezione.
In questi casi Miguel dice di essersi trovato più volte in una situazione di apparente follia, in cui non è più padrone di sé stesso e immagina di estrarre rapido il coltellino a serramanico infilato nel calzino destro e zaac! Di far tornare il silenzio e il rispetto con tre colpi semplici, ma ben assestati, alla gola. In questi casi vorrebbe che tutto ciò potesse accadere davvero e avverte un prurito insopportabile alle mani, mentre si accorge di essere in piedi sulla sedia, con le vene grosse come il tronco di un abete secolare.
La prima cosa che guarda in nuovo papabile idolo cinematografico è  l’altezza. Nè è totalmente ossessionato. Tutto per un puro discorso di frivola vanità, in quanto il povero Miguel Arroyo Da Lima non supera il metro e sessantadue e un po’, ed è dura in quel mondo di squali dover essere moro con gli occhi azzurri ma non riuscire a sedurre con lo sguardo qualsiasi femmina che porti i tacchi.

Subentrarono tempestivi Batutta e Plauso.
– E quando una femmina porta i tacchi?
– Quando vuole esser sedotta!
– È proprio fottuto amico!
E presero a sbellicarsi dal ridere, spintonandosi l’un l’altro.

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La troupe – EPISODIO #2

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LA TROUPE – IL NIBBIO

Il soggetto non si trovava molto lontano dal loro covo.

Era stato individuato da uno dei loro informatori, i girini. Questi altro non erano che inconsapevoli aiutanti della troupe, giovani e vecchi, persone con una predisposizione alla sensibilità artistica. Predisposizione però latente. Ogni tanto i girini si lasciavano sedurre dalle manifestazioni dei vari esemplari e subivano il fascino dei loro racconti, immedesimandovisi. Era proprio questo il canale diretto con la troupe. Nei loro istanti di sensibilità emanavano delle particolari onde sonore, che la troupe riusciva a captare nei suoi radar di vecchia generazione. Le onde erano percepibili esteriormente sotto forma di leggere brezze, piacevoli d’estate e piuttosto taglienti d’inverno. Per questo quando vi erano delle giornate secche la troupe sapeva già che, salvo improvvise variazioni climatiche, sarebbe stato un giorno di ferie e di sano ozio.

La troupe si mise in marcia, procedendo in riga, come suo solito. Camminavano con la testa bassa, puntando la gente per poi evitarla all’ultimo istante.

La riga poteva spezzarsi, ma doveva mantenere una linea parallela tra un trouppista e l’altro. Quando erano al completo i trouppisti arrivavano a occupare interi quartieri. Vestivano sempre allo stesso modo quando erano in servizio: una t-schirt o un dolcevita rigorosamente nero, o al limite grigio antracite, accompagnato da pantaloni neri di stoffa, non particolarmente comodi. Il colpo d’occhio della loro azione visto dall’alto, va detto, era molto bello. Ma la maggior parte degli abitanti   che si confondevano nel traffico cittadino non si accorgeva nemmeno della loro marcia di spostamento.

La disposizione classica prevedeva il Micio al centro. Da destra verso sinistra: Virgola, Caleido, Fretta, Vago, Mirina, Battuta, Melò, Sisma, Carramba, Airone, Plauso, Crocetta. All’appello ne mancavano alcuni, tra i quali il Nibbio. Dove si era cacciato? L’ultima volta si era assentato dopo pochi minuti a causa di un motivetto di uno spot sentito per radio che non voleva saperne di uscire dalla sua testa. Era davvero insopportabile. Per poco Melò non gli ha messo le mani addosso. Così era rientrato nel suo monolocale in via Taramelli, dove dopo una doccia bollente e subito dopo un’immersione nel ghiaccio tritato era riuscito a purificare il suo spirito.

Ma oggi dov’era finito? L’orario di ritrovo era previsto, come al solito, attorno alle undici e ventitré minuti. Ma del Nibbio nessuna traccia.

In quel Paese ci si affidava alla cieca mancanza di un’opinione, al barcamenarsi tra un exploit e una debacle di qualcun altro, alla vittoria o alla sconfitta della nazionale. Le persone non si rendevano conto che sul piano concreto non cambiava nulla, che questi eventi pubblici non avevano nessun riflesso tangibile sulle loro esistenze.

Il Nibbio era rimasto in silenzio per tutta la partita mentre la sua squadra subiva le scorribande offensive degli avversari. Non una parola.  La sua fascetta faceva risaltare i timidi colori sociali dei suoi beniamini, i biancorossi, in mezzo a un mare gialloblù di avversari. Lo sguardo fisso sul teleschermo nonostante i ghigni e i risolini che a intermittenza gli arrivavano da destra e da sinistra, provenienti dagli altri assidui frequentatori del bar. Sentiva persino i fastidiosi rantoli dei tossici alle sue spalle, ne vedeva e percepiva il sadico soddisfacimento, tra i denti marci, per il solo gusto di veder qualcun altro (temporaneamente) messo peggio di loro.

Triplice fischio. Era stata una vera disfatta.
Il Nibbio si alzò, leggero, dal suo sgabello, infilò la sigaretta tra le labbra, da un lato, e pagò le tre birre medie. Nessuno parlava ma tutti lo guardavano. Sghignazzando.
– Carissimi, io vi saluto. Vi ricordo che lunedì andate lo stesso a
lavorare. E ricordo anche che, prima o poi, dovete tutti morire.-
Detto questo bevve una rapida sorsata da un boccale di un energumeno lì vicino e sputò per terra, pulendosi la bocca con un gesto plateale.

Fece i primi tre, quattro passi lenti, sicuri, poi aumentò un po’ la frequenza, ancora un po’, passo dopo passo, marciando verso l’uscita, sollevò le braccia, lasciò cadere la sigaretta e si sollevò in un’ ampia falcata fino all’uscita, che imboccò sterzando pericolosamente e reggendosi con una mano al viso di un ebete malcapitato. Subito si sollevarono grida e schiamazzi alle sue spalle. Una ventina di cavernicoli infuriati prese a inseguirlo.

Il Nibbio aveva un considerevole vantaggio nei confronti degli inseguitori, grazie alla rapidità dei suoi movimenti e ai riflessi un po’ appannati degli astanti. Ma questi non erano di quelli che mollavano la presa, tutt’altro. La rissa della domenica sera era uno degli obiettivi della loro esistenza, uno sfogo necessario per poter concludere la settimana come si deve. Mossi da un improvviso spirito agonistico e atletico, o forse più dalla birra e dalle caramelle colorate, guadagnavano terreno dandosi i cambi tra le prime posizioni come avevano visto fare al Giro d’Italia (quell’unica domenica di fine maggio, a campionato terminato, quando non avevano trovato una partita di calcio in tv). Un paio di loro aveva rimediato delle biciclette lungo il breve tragitto e si apprestava ormai a circondare il Nibbio.

Di fronte alla morsa umana dei pericolosi individui il Nibbio si vide costretto a improvvisare. Svoltò alla sua sinistra nel primo vicolo all’angolo, sotto l’insegna del negozio di telefonia fresco di nuova apertura. Si fermò, guardando l’orda in delirio che avanzava, ancora più assetata ora che la preda sembrava sul punto di arrendersi.

Tirò fuori dalla tasca la beretta, la infilò tra le labbra e premette il grilletto. Un fiotto di colore rosso uscì dalla sua nuca e andò a macchiare le vetrine illuminate dalle luci di servizio. La beretta si ergeva obliqua sul suo viso.