Monthly Archives: giugno 2017

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La troupe – EPISODIO #1

By | La Troupe | No Comments
LA TROUPE – UN GRUPPO ESCLUSIVO
La troupe era un gruppo esclusivo. Era composta da vari adepti, dei singolari personaggi che sapevano il fatto loro, che praticavano la filosofia del saper vivere e del gustare la cultura (o quel  che ne restava), proteggendola impavidamente dal pessimo uso che ormai se ne faceva. Strano a dirsi ma non era l’ignoranza il loro vero nemico. I trouppisti rispettavano l’ignoranza. Era una forma estrema di sapere, una forma di divinità valida e pura. La troupe covava invece dell’odio profondo nei confronti di altri “estranei”. Covava dell’odio e della rabbia a prescindere, ma in modo particolare s’infastidiva per certe manifestazioni di presunta superiorità, di intellettualismo maccheronico. Covava del sano odio. Specialmente per coloro che sputavano sentenze e sproloquiavano a vanvera, passando da un frivolo argomento all’altro, toccando temi nei quali avevano una preparazione e una competenza di seconda se non di terza mano. Così, “per sentito dire”.
La troupe li chiamava ……… . – Guarda lì, un ……… – oppure – quello è proprio un ……… – si dicevano spesso tra iniziati. I ……… erano davvero tanti, tanti e molto viscidi, opportunisti, millantatori, sedicenti intellettuali, chiacchieroni d’occasione. Persone vuote, ma con un gran bel contenitore. 

Il Micio tirò una manata alla parete, nel tentativo di annientare una zanzara. – Maledette puttane. Siete peggio degli attillati, peggio dei marmitti… forse peggio dei ………, anzi no, peggio di quelli non c’è nulla -.
Ecco, per rendere l’idea.

 La troupe rappresentava un’istituzione obsoleta, sostenitrice delle cause perse, ricercatrice di qualcosa che è esistito, ma di cui non ha mai percepito concretamente la vera essenza. Mossa dal fascino  dell’irraggiungibile, dell’irrecuperabile operava nel grigio delle mattine uggiose, in cittadine sperdute, in quei luoghi dove era lecito sperare in qualcosa di dimenticato. Non si può dire se la troupe agisse in totale solitudine o se avesse la tendenza a escludersi con le proprie mani dal resto del mondo, isolandosi come unica paladina e solerte guerriera nella sua battaglia pacifica contro l’arbitrio della vita. Fatto certo era che tutti i suoi iniziati amavano crogiolarsi nella loro unicità, nella loro capacità di distinguere ciò che era dotato di un certo peso specifico da ciò che era vuoto ed effimero. Anche se ogni tanto un pò di leggerezza non guastava: gli adepti sapevano pure questo e allora, qualche volta, abbandonata la loro austerità e il loro ostracismo, si lasciavano andare a momenti di relax ed evasione, anche se molto controllati e contenuti entro una sfera d’eleganza invidiabile. Amavano bere tisane aromatizzate di dubbia provenienza, ascoltando ottimi vinili di diversi cantautori e artisti. Meglio se italiani o francesi. Ma anche il pop di ottima fattura.
In realtà il mondo fuori dal loro covo era piuttosto normale, o almeno conforme a quei canoni che definiscono e delimitano il concetto di normalità. Ma siamo consapevoli di come siano flessibili queste paratie che marcano i confini di un concetto e ne escludono un altro di significato adiacente, e ci dimentichiamo forse troppo spesso di come sia difficile dare una definizione, spiegare esattamente cosa sia la tal cosa e cosa la renda differente da un’altra cosa, specialmente se parliamo di normalità, ovvero di un argomento dai contorni quanto mai sfumati, che esaspera il concetto (eccone un altro) di democrazia, perché costretto a considerare in egual misura la presunta normalità per ognuno di noi, a valutarla e poi sintetizzarla in un concetto superiore che deve poi essere ridistribuito e rivalutato da noi tutti prima di essere ufficializzato. Perché una definizione si può dare solo definendone per bene i limiti, così come un concetto può essere spiegato solo tramite altri concetti. Altro bel cavillo.
Il Micio incastrò una mano nell’altra, con i gomiti appoggiati sulle cosce e il naso affondato tra gli indici, nell’atteggiamento di chi riflette su chissà quale mistero insondabile. Poi, dopo interminabili secondi di silenzio ruotò in avanti entrambe le mani, senza districare le dita e mantenendo gli indici diritti davanti a sé, simulando la forma di una pistola. Sorrideva sornione guardando un punto lontano in fondo alla stanza. Si alzò. Sistemò l’acconciatura leccandosi il palmo della mano e passandolo leggero sui capelli: anche oggi la troupe aveva del lavoro da svolgere.
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«Cos’è il tramonto?»

By | Riflessioni | No Comments

EPILOGO DI UNA GIORNATA AL MARE COL CUGINETTO

Finì tutto una calda sera d’agosto, dopo un giocoso pomeriggio al mare, bruciati entrambi allo stesso modo. A dire il vero, lui forse era un poco più rosso di me. Non erano servite a molto le squillanti parole della zia: «spalmagli la crema, mi raccomando». Ovviamente mi ero preso cura di lui: ciambelle, granite, maschere da sub e canne da pesca non erano di certo mancate. Ero stato molto premuroso, senza badare a spese. Unico errore: lo avevo fatto col cuore di potenziale papà… e il problema sta in questo: che una mamma in qualsiasi situazione continua ad essere una mamma, mentre ad esempio un papà in mezzo ai bambini tende a mimetizzarsi piuttosto bene.

Tornammo a casa sul far della sera a bordo di un’estiva Seicento nera, i costumi ancora bagnati, le gambe impanate di sabbia fino alle rotule. Casa mia sta su un cocuzzolo di terra, in mezzo al verde. Si vede il mare da lassù.
 S’aggrappava isterica alle salite l’auto, tra sale e sudore. Nodosi ulivi bordavano il tragitto. Nella polvere del nostro andare lucertole sparivano coda all’aria nei muretti di pietra. Il profumo di macchia entrava dai finestrini giù, qualche cicala s’attardava fiacca all’ultimo canto. Parcheggiai sulla stradina e scendemmo a guance cotte dalla Seicento. Ci guardammo con intesa, soddisfatti. Nei suoi occhi di cuginetto c’era uno schietto e affettuoso commento: io ho otto anni, ma tu, alla-tua-età, bruciarti-in-quel-modo.
A pochi passi dal recinto, nell’aria già l’odore buono di cibo, qualcosa di magnetico ci arrestò. Era un tramonto di brace quello sospeso sul mare, non riuscivo più a staccare gli occhi. Il piccolo cugino portò il dito alla bocca, poi guardandomi lo scagliò rapido verso l’orizzonte. 
«Cos’è il tramonto?».

C’era un che di solenne e serio in quel gesto bambino. Non avevo altra scelta: dovevo improvvisarmi poeta e saggio, e la cosa, da buon cialtrone, mi gasava parecchio. Iniziai: dunque, il tramonto lo si può intendere in due modi: 

1. è pausa del mondo perché momento in cui una vibrazione calda stravolge di quiete il creato, tutto rallenta in un gesto di goduta contemplazione, si fermano gli ingranaggi della terra, i gabbiani planano senza battere le ali e nel tenero rossore s’ammorbidiscono pure gli scogli

2. è pausa dal mondo per l’uomo che lascia cadere ogni labirintico pensiero: il sole per un attimo ne assorbe le frenesie naufragandole con sé in mare; l’uomo più insensibile non può non restarne attratto, non può non trarne beneficio; anche in un posto molto rumoroso tutto si tace in quel lento espandersi di colori che affonda nell’anima delle persone e che…

D’un tratto mi prese la mano, tirandomi. «Mi sembra solo un abbraccio bellissimo tra il giorno e la notte. Andiamo a mangiare?».

***      ***     ***

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

(G. Caproni)