Monthly Archives: maggio 2017

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Perché ci piace Twin Peaks

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In occasione dell’uscita della 3a stagione, parliamo un pò di Twin Peaks.

A distanza di 26 anni David Lynch ha deciso di riprendere e proseguire le trame di una delle storie che più ha influenzato e rinnovato il suo genere. Molte domande sorgono allora spontanee: Perché aspettare tutto questo tempo? Perché rischiare questo salto nel vuoto in una realtà di pubblico filoserietv forse al suo acme storico? Perché andare a toccare un cult che è diventato tale anche per il momento artistico in cui è uscito? Perché?

La risposta rimane un segreto, proprio come quelli che piacciono alla premiata ditta Frost-Lynch. Ma ad una domanda forse possiamo rispondere: perché tutta questa scalpitante attesa e questa frenetica corsa al recupero delle due precedenti stagioni, mettendosi al passo o solo rinfrescandosi la memoria? Perché ora Twin Peaks (ri)possiede tutto questo fascino?

In primis, per fortuna o purtroppo, Twin Peaks piace per un semplice motivo: perché è di moda.
È di moda innanzitutto perché è una serie TV, e le serie TV sono molto in voga al momento.
È di moda perché narra una vicenda insolita, non conforme alle canoniche trame dei thriller e dei gialli odierni. Rientra quindi nella sfera dell’alternativo, ormai paradossalmente più di moda del mainstream stesso, nell’eterno moto circolare delle tendenze.
È di moda perché è una serie vecchia, quindi considerabile come vintage, un fiore all’occhiello per gli intenditori e gli amanti del recente passato, soprattutto in questo periodo di revival anni ’80 e ’90, sia nel campo musicale, sia in quello della moda in senso stretto, intesa come abbigliamento e stile.
E poi sa molto di nostalgia per gli over 35 che amano ripetere frasi come ma che ne sanno i 2000.
È di moda perché tocca molte tematiche altrettanto di moda come il misticismo e le filosofie orientali, da sempre punto di riferimento per l’orfico modus operandi di Lynch.

In secondo luogo, va detto, Twin Peaks piace perché è un telefilm di qualità. Nei primi anni ’90 ha cambiato il modo di girare e dirigere una serie Tv, così come il modo di guardarla, influenzando molti futuri epigoni. Ancora oggi sorprende e affascina per la regia e per la sceneggiatura.
All’interno di ogni puntata si passa dal genere comico, con scene al limite della parodia delle sit-com anni ’80, a sequenze inquietanti e d’impatto psicologico notevole. L’ansia percepibile in certi passaggi non è frutto di particolari effetti speciali, tutt’altro, si basa piuttosto sulle capacità dietro la cinepresa di Lynch, in grado di far venire i brividi semplicemente (si fa per dire) portando all’estremo le smorfie dei volti protagonisti, con giochi di luce e ambientazione.
In Twin Peaks non si sa mai cosa aspettarsi nella scena successiva, peculiarità molto rara, specie nelle standardizzate trame odierne, che rappresenta un’ottima cartina di tornasole per comprendere il peso artistico di questo telefilm.
Come in tutte le serie Tv la caratterizzazione dei personaggi è un notevole punto di forza, che instilla nello spettatore un crescente valore affettivo destinato a creare degli pseudo-idoli, con la loro personalità e le loro manie, che li rendono unici ai nostri occhi. E se si apprezza un umorismo surreale e insolito si ride pure.
E se poi in sottofondo crescono le due note più toccanti, appassionanti, inquietanti e penetranti che si possano sentire in un telefilm, il gioco è fatto: potentissimo punto di forza è proprio la colonna sonora di Badalamenti, in coabitazione con il meraviglioso motivo di apertura tratto dal brano di Julee Cruise Falling (la cantante appare anche in alcune puntate).
A tutto ciò subentra infine il provvidenziale cliffhanger alla chiusura di ogni episodio, il più classico dei trucchetti di genere che permette di andare a colpo sicuro e di far ritardare di un’altra oretta il ritiro notturno per guardare un episodio in più. Quasi mai risolutore o del tutto soddisfacente, tra l’altro.

Detto questo forse possiamo biasimare Lynch per questa decisione, per aver voluto girare questa terza stagione che difficilmente manterrà le aspettative e facilmente deluderà: andare a mettere le mani su quello che possiamo già definire come un classico, un vero cult, non è mai una buona idea, anche se ne sei l’artefice primo. Ma se poi vai a pensare che Laura Palmer aveva avvertito per tempo l’agente Cooper riguardo questa lunga attesa, allora non puoi certo prendertela perché il suo creatore ha mantenuto la parola ed è stato coerente: e la coerenza in Lynch, guardando alle sue opere, non è molto spesso di casa.

Breve e interessante video in cui Badalamenti spiega com’è nato il brano “Laura Palmer’s theme”

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Il cuore di tanti viaggi – Dal taccuino di Bolzano

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Una tenda di sporco, gocce ormai asciutte, polvere di terra, il solito vagone italiano. Sembra un treno assai stanco questo: sedili fiaccati, portarifiuti che sfacciati vomitano, pavimento da miniera.

Siedo accanto al finestrino, l’estate filtra dal vetro, mi pesa sulle ginocchia ed io scivolo sul sedile come goccia grossa di sudore. Fa un gran caldo, il poggiatesta stesso invita alla cautela, ma poso il capo senza paura: oggi sono feccioso più del vagone e non m’importa, ho con me un libro, della musica buona, delle stazioni care. Sono felice.

Il bracciolo porta una parola d’amore a pennarello azzurro. Gli occhi immobili. Penso a quanta vita rimbalzata qua e là è passata nella corsa di queste rotaie, ci sono milioni di storie che sui binari hanno trasportato i loro bagagli di passione e desiderio, fin dal tempo della prima locomotiva. E questo giorno d’agosto forse io siedo sui detriti e sull’unto di chissà quale gioia.

Poi il treno passa lento in mezzo ad una zona di campagna. Il condizionatore non funziona e vorrei abbassare il finestrino, respirare l’odore di campo, ma pure il finestrino è bloccato. Il tepore dell’aria si stempera un poco nell’attesa di una notte più fresca. Piano scende la sera, ma è caldo ancora. Appoggio al vetro la mia testa sudata. Tutto fuori pare una giostra di attese, ogni cosa ha il colore di potenziali traguardi.

Domani qualcuno sederà al mio posto, su questo treno che sembra stanco ma non è. Mi domando se al prossimo vagabondo il segno della mia fronte sul vetro sembrerà sporcizia oppure traccia di un cuore sereno.

E il treno corre forte il treno va lontano
e il quadro cambia sempre là dietro il finestrino
io non ho avuto il tempo di stringere una mano
io non ho avuto il tempo di dire una parola
per asciugare il pianto di una madre che resta sola
per sciogliere quel nodo che mio padre aveva in gola

(R. Cocciante)

Il treno di Cocciante è un’altra cosa, il suo treno è la metafora malinconica di una vita che è fatta di rimpianti, dolcezze mancate; il suo treno della vita corre forte, tanto veloce che a voltarti non puoi non essere nostalgico di ciò che solo ieri era quotidiano – l’infanzia, l’adolescenza, i genitori, gli amici, le bischerate, il primo amore – , e oggi non c’è più, e oggi è soltanto ricordo, sofferto ricordo.
Il treno di Cocciante per me è uno dei brani più belli e sentiti della canzone italiana. Lo rievoco qui perché da quando la ascolto in ogni treno, in ogni cosa che si riferisce al treno o al finestrino di un treno, c’è Il treno di Cocciante.

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Il pastore soldato – Dal taccuino di Bolzano

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In memoria di P.T.

 

Non parlavi, della Grande guerra non parlavi,
di essa solamente piangevi.

Un gran silenzio per te la guerra,
avevi capito tutto:
la guerra è dove mancano le parole.

Tornasti poi tra i pascoli delle alture bruciate,
per scordare, per provarci.

Seguivi con gli occhi le tue bestie
che giornate intere brucavano l’erba,
fiutavano la terra che gli uomini solo
sanno turbare in trincea.

Continuasti a seguirle fino alla fine,
con quegli occhi che però non seppero dimenticare…

Della guerra non parlavi,
non custodivi parole della guerra,
non custodivi nulla oltre alla vita morta,
oltre alle croci senza un fiore
le lacrime, il ricordo.

Passammo alcuni giorni di calma. L’artiglieria nemica non tirava. Noi non avemmo neppure un ferito. Per noi, fu un vero riposo. Quante ore passate al sole, addossati alle rocce, lo sguardo vagante, con i nostri sogni, sulla pianura veneta. Come era lontana la vita, da noi!
(E. Lussu)

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Dal taccuino di Bolzano – Civita di Bagnoregio

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Appollaiata nell’attesa del colpo di grazia
piano muori dello stesso tempo che oggi ancora ti fa immortale;
consuma i tuoi fianchi lo scorrere dei giorni
sarai domani ahimè ricordo vago, polvere.

Non so spiegare,
ma ho lasciato un che di mio fra le tue pietre…
un bel silenzio sul cuore
lo stupore ferito che forse è un addio.

In questi paesi, i nomi significano qualcosa: c’è in loro un potere magico: una parola non è mai una convenzione o un fiato di vento, ma una realtà, qualcosa che agisce.
(C. Levi)