Monthly Archives: marzo 2017

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Intervista breve, brevissima – il cinema per un padre di famiglia

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FLANEURS TROUPE

À la recherche

Breve intervista a un giovane padre di famiglia con la passione per il cinema. Esemplare molto interessante. La troupe è molto fiduciosa ed entusiasta, speranzosa di raccogliere un’altra testimonianza utile per la ricerca. Ricordiamo che per essere definita “utile” la risposta dell’individuo deve rivelare un sentimento vero e sincero verso il campo artistico in questione, libero da frivole influenze di costume o simili.

L’intervistato risponde ad una semplice, ma neanche troppo, domanda personale, riguardo alla sua passione per il cinema. Procediamo.

  • Caro Signor F., come sta? Innanzitutto la ringrazio per la sua disponibilità e la informo, caro Signor F., che le sarà fatta una semplice domanda riguardo quello che lei hai definito più volte nell’arco della sua esistenza come la sua prima, a sprazzi forse la seconda, vera passione. Non so se lo sa, ma noi ci occupiamo di individui con un interesse sentito per l’arte. Sì, sì, lo so, è diventato un lavoro duro, però qualche rara soddisfazione ce la leviamo anche io e la mia troupe, non possiamo negarlo. La informo inoltre, ahimè, che la sua risposta sarà tagliata nei punti superflui, sintetizzata in quelli non così fondamentali e semplificata nel caso il linguaggio che utilizzerà risulti troppo complicato, o ermetico. Disposizioni che ci sono imposte dai piani alti. Non ci sarà né introduzione, né finale e le chiediamo di rispondere in modo conciso e diretto. Procediamo.
    Allora Signor F., se dovesse descrivere da dove nasce questo debole per la settima arte, da cosa scaturisce, come lo descriverebbe?

Sai quando guardi un film e s’insinua in te un lontano sentore, un presentimento, uno stato d’animo che una certa scena ti suscita? Quando riesci a percepirlo e gli permetti di entrare? ecco, si apre una voragine interiore, da pelle d’oca. Purtroppo altre volte lo lasci lì, a distanza di sicurezza, non ti fai sopraffare da questo richiamo fumoso e troppo leggero, come quando un bambino molto piccolo ti strattona piano per i pantaloni per mostrarti una cosa molto banale, che però lo diverte, mentre tu magari stai parlando con la sua maestra, e gli passi una mano sulla testa come per accontentarlo, per fargli credere che hai visto anche tu il vostro cane starnutire. Ma in realtà non ci dai realmente peso, non gli concedi l’attenzione che meriterebbe. Lo stesso capita con certe riprese e certi dialoghi nei film, dove non ti fai coinvolgere troppo, perché ciò richiederebbe un leggero sforzo che non sei disposto a fare in quei momenti.
Forse hanno ragione Loro, quelli che guardano i film così tanto per, che si intrattengono mentre sono comodamente sdraiati sul loro divano, con una coperta sopra e qualche dolcetto da sgranocchiare, chi glielo fa fare uno sforzo in quel momento? Eppure gli si aprirebbe un mondo, un vuoto dentro la loro pancia verrebbe colmato e così potrebbe accadere altre volte, se imparassero a cogliere quel docile strattone della loro sensibilità. Oh certo, c’è chi deve mettersi la cintura di sicurezza per non lasciarsi prendere troppo dalla sua sensibilità, perché non è portato naturalmente per queste cose, è nella sua indole. E c’è anche chi ha la sensibilità di un palo della luce, o non ce l’ha del tutto. Di conseguenza però rivela la sua inettitudine anche in altri campi, dove non mostra alcuna compatibilità proprio perché non sviluppa questa intelligenza sensibile.

  • “Impara a lasciarti strattonare dai film e non permettere a nessuno di strattonarti a scuola” questa è un pò il suo credo, il suo motto, la sinossi di tutto il suo modo di vedere il mondo, il suo piano inclinato rispetto alla realtà. Fine dell’intervista.

Prima impressione piuttosto soddisfacente. L’individuo sembra nutrire un interesse autentico per l’argomento, anche se presenta dei forti momenti di insicurezza nei confronti del proprio sentimento.

Il risultato finale è rimandato a stasera, dopo la riunione di giornata della troupe.

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Pausa caffè

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Pausa caffè. La prima della giornata.

Ti avvii verso il baretto (perché il caffèttino della pausa studio non lo bevi al bar, ma al baretto), quello all’angolo, in fondo alla via, in posizione strategicamente studiata all’interno dell’equilibrio urbanistico della città, tale da concederti deliziosi tre minuti di passeggiata all’andata, e cinque al ritorno: il ritorno al dovere è sempre psicologicamente più difficile, e richiede perciò più tempo.

In realtà non si tratta di una vera pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso è stata inesistente.
Oh, checcevuoifà… ti sei dovuto alzare quasi un’ora prima del solito stamane, costretto dalle analisi del sangue, prenotate dalla mamma ad un orario a dir poco infame: “Scolta me! A quell’ora non c’è praticamente nessuno e ti eviti tutte le vecchiette, sai che quelle arrivano in massa e ti fregano il posto”. Eh sì, quello è il loro habitat naturale, ci sanno fare, c’è poco da dire. Era un piano perfetto.

Ma torniamo alla pausa caffè. Anzi al motivo per il quale non hai il diritto di definirla pausa, perché una pausa implica una fase di lavoro precedente, che nel tuo caso…ecc ecc
Ospedale. Sala prelievi. Con questo freddo il contatto con la punta dell’ago è un piccolo trauma, nonostante l’anestesia naturale conferita dal dolce stato di dormiveglia. Zac, cerottino e via. Il lato positivo è che adiacente all’ospedale si erge il Bar, quello senza vezzeggiativi, e puoi così approfittarne per fare colazione fuori.
– Allora… Per me un cappuccino, una brioche alla crema e una fettina di strudel. Ah! Anche un succo alla pera, grazie. Consumi, paghi e sorridi perfino.

Ormai sei sul pezzo, attivo. Sprezzante, impavido, non sei tornato alla sicura dimora e hai preso la via dell’aula studio. Comincia ad alzarsi anche un pallido sole e tu cominci a riflettere con lucidità sul da farsi. Nelle riflessioni non sei mai stato un drago e il pensare troppo non ti è mai stato d’aiuto, quindi cerchi di non esagerare e di restare entro i limiti. Umile. Ma neanche troppo.
Parcheggi e intraprendi il red carpet verso l’entrata dell’aula. Avvicinandoti senti l’energia che cresce, passo per passo, sei concentrato sull’obiettivo. I clacson non ti disturbano, il venticello ti sfiora appena, gli uccellini intonano una sinfonia solenne, un cagnolino abbaia dopo il bisognino, il sole s’impone ormai vincitore, l’ultimo scalino sembra una rampa verso il successo. Ma la porta dell’aula è chiusa. Riprovi. Ma è ancora chiusa. Riprovi, con la rincorsa. Sigillata.

Aspetta! hai fatto un doppione delle chiavi proprio la settimana scorsa!
Ma le hai lasciate a casa, non sei ancora abituato ad averle d’altronde.
Chiami il sultano dell’aula, sperando che lo studio rientri nei suoi programmi della mattinata. Sono 33 anni che non rientra nei suoi programmi, ma stamattina sei fiducioso, sei ancora supportato dall’energia di poc’anzi. E anche il cagnolino crede ancora in te e scava una buca li vicino per dimostrartelo.
Il sultano risponde, attenzione. In due minuti è li da te. Arriva, ti saluta, apre. Prendete posto, tutto sembra pronto, le avversità superate. Ma il sultano ha qualcosa che non va, appoggia lo zaino alla sedia, tira fuori un libro e una matita, ma non si siede ancora. Ti guarda, come per comunicarti qualcosa di profondo, atavico.
– Beh oh fenomeno, ce lo faremo almeno un caffettino no? Mi tiri giù dal letto e mi fai fare le corse!
Dai andiamo da Loco, ci mettiamo un attimo.

La fine.

Epilogo:

Tu e il sultano da Loco, dopo varie e inenarrabili peripezie.
– Allora cosa prendete?
– Aspetta, che ore sono?
Spazientito – Le dodici, mezzogiorno.
– Mezzogiorno? eh niente, niente allora, cosa faccio? prendo un caffè a mezzogiorno? è troppo tardi per un caffè. Buon pranzo Loco.
Loco ti fissa, sbigottito e alterato. Ti allontani cauto ma lesto. Sei di spalle. Senti la portata dei suoi occhietti vispi ed acquosi dietro di te, acceleri il passo e quasi inciampi. Ma ormai sei fuori dal bar, libero di perdere la giornata altrove.

Un vero dialogo da pausa caffè, sull’orlo del surreale – Coffee and cigarettes, “strange to meet you” (Roberto Benigni & Steven Wright)