Monthly Archives: marzo 2016

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Dentro “Un luogo sicuro”

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Sebbene in evidente ritardo, solo oggi sono riuscita ad ascoltare interamente il nuovo disco de L’orso. Consiglio di sentirvelo tutto da cima a fondo, non prima però di aver letto qui qualche notizia a riguardo.

Un luogo sicuro è l’album prodotto da Marco “Cosmo” Bianchi e Mattia Barro, uscito venerdì 11 Marzo per Garrincha Dischi in tutte le piattaforme musicali online e nei negozi di dischi distribuito da Audioglobe. Si tratta di un disco che accoglie in sé tre momenti, ovvero tre luoghi (Ivrea, Irlanda e la mansarda) che rimandano all’argomento principale dell’album: la ricerca del luogo sicuro, un continuo viaggiare per ritornare in se stessi, che alla fine ci riconduce sempre a casa. L’album si presenta immediatamente come un progetto molto ambizioso e lo dimostrano l’inserimento di frammenti rappati, scratch (in “L’uomo più forte del mondo” con Dj Dust, già collaboratore di Mecna), l’utilizzo della lingua inglese (nella traccia “Berlino” con Michael Liot dei francesi We Were Evergreen) e sonorità elettroniche insieme a basi acustiche strumentali.

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Il gruppo composto da Mattia Barro, Omar Assadi, Niccolò Bonazzon e Francesco Paganelli ha cominciato la promozione del disco in versione meramente acustica presso le librerie Feltrinelli e solamente dal 31/3 a Cavriago (RE) presso il Circolo Kessel (data zero) sarà possibile rivederli su un palco.

Ma guardiamo più da vicino le tracce.

 

Il viaggio parte con Apri gli occhi, siamo nello spazio. Ci troviamo ad Ivrea: luogo per eccellenza del disco, che ritornerà più volte.

“Ora che sono altrove, c’è un nuovo luogo da arredare”

Si prosegue con Non penso mai, nonché il primo singolo estratto dall’album.
Qui percepiamo il mescolarsi degli elementi elettronici e acustici, il rap e il pop.non-penso-mai-video-lorso

“Faccio la guerra nella solitudine

A volte è sublime ma spesso è terribile”

Essere felici qua è la terza tappa. Si parla di ossessioni, distanze e tempo. Giorgia D’Eraclea è ai cori come nel brano precedente.

“Riparti, parti per altri lidi
e così, per sempre
tu parte di me, io parte di niente”

Il quarto brano L’uomo più forte del mondo è arricchito dalla presenza di Dj Dust e coniuga scratch, inglese, italiano, pop e hip hop, facendo sì che il tutto risulti internazionale.

“Balla con me saremo goffi assieme”

Il secondo luogo del disco è in Io credo in te, la tua magia è vera. Il titolo cita il disco di Yacht ed è composto di suoni che sono stati raccolti in una vacanza in Irlanda (tecnica usata anche dai The Beatles nel celeberrimo album Yellow Submarine).

“Vuoi farti un giro nella mia testa?
Il primo è in omaggio”

Poi arriva Un pomeriggio in collaborazione con i Tropicalisti, ovvero la crew di Barro ad Ivrea nonché ispirazione e contributo morale dell’album.

“Ricordati di me
muovo le mani perché
sto disegnando in aria
ciò che nelle mani non c’è”

Il viaggio interiore prosegue con Michael Liot a Berlino, un altro posto nella geografia dei luoghi sicuri. Anche qui l’inglese e l’italiano si mescolano.

“Ma se penso che
l’immagine di te
sparisce qui,
I wish I was there”

Penultima fermata e omaggio a Bret Easton Ellis è Sparire qui. Nel brano si parla di lotta e confronto con se stessi.

“Ti cerco nel letto e non riesco
a prendere sonno da un pezzo
e fa male sapere che ho perso
e fa male sapere che ho perso me stesso”

Il viaggio si conclude con Chiudi gli occhi, siamo a casache già dal titolo suggerisce il terzo e ultimo luogo: la mansarda ad Ivrea dove sono stati pensati e composti la maggior parte dei pezzi.

“Vorrei solo essere a casa”

I luoghi sono prima di tutto mentali e poi fisici e a prescindere da dove ci si trova, cosa si prova e chi è con noi, ciò che conta è ritrovare la strada di casa; perché “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando tu non ci sei resta ad aspettarti”. (Pavese, La luna e i falò)

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DiCaprio c’è cascato, come tutti noi

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Ha vinto l’Oscar dopo averlo inseguito angosciosamente. O almeno così dicono gli irresistibili e spassosissimi gifs degli ultimi tempi.

Sarebbe meglio essere Morricone, ma siamo DiCaprio.

Noi facciamo proprio come lui, ci applichiamo al fine di un riconoscimento, e purtroppo la logica odierna ci mostra che quando ci pieghiamo alle leggi della piazza ecco che cadiamo nell’ostentazione di maniera, sfortunatamente la più immediata e applaudita.
Nessuno se ne accorge ma l’opprimente coltre di obiettivi che noi attori del quotidiano ci prefissiamo nel quotidiano ci soffoca lentamente, mentre cerchiamo di arricchirci con una cultura generale illusoria: prendiamo l’ascensore del condominio per raggiungere il rifugio alpino dei pochi, o meglio dei sempremeno.

Unico vizio di forma del concetto è che il buon Leo sfrutta la mediazione fenomenale di un regista come Inarritu (anche se lo sfruttamento si può definire reciproco, soprattutto a livello fisico) mentre a noi disgraziatamente basta una tastiera o un filtro che ci nasconda, o che ci esponga in modo “protetto”.
E grazie a questa fragile ma efficace campana di vetro ci improvvisiamo cultori di tuttologia solo perché il tutto è apparentemente a portata di mano, ci buttiamo ad occhi chiusi in terreni sconosciuti, o ancora peggio conosciuti solo superficialmente, perché crediamo che la facile accessibilità ce ne dia il diritto.

Possiamo attribuire a molte cose la colpa di tutto ciò, ma camuffiamo l’ignoranza con la soddisfazione di un pollice alto, senza farci caso, perché il potere che ci da cliccare il tasto condividi, dopo aver selezionato le pagine giuste da seguire, è a dir poco spaventoso.
E qui sto solo facendo l’Eco (si, cavalchiamo l’onda dei “mi accorgo che esisti quando smetti di esistere”, ma è solo un altro argomento a favore della tesi).

Proprio come l’interprete di Hugh Glass che pur di strappare il prestigioso premio dell’Accademy valica i confini del suo stesso mestiere ed esce fuori traccia: si perde così nel magma di un “fine che giustifica i mezzi” invece che affidarsi al talento recitativo di cui indubbiamente è dotato.
Ecco perché vorremmo o forse dovremmo essere tutti un po’ più Morriconi, come sinonimo di umiltà e ascetismo di chi “c’ha capito qualcosa della sua esistenza”; comporre le nostre colonne sonore con superiore indifferenza verso tutto il caos delle presunte vie di fuga che l’Oggi ci permette solo di intravedere, di sfiorare senza mai afferrare nulla di concreto.

E se dopo arriva l’Oscar, meglio.
Ma un riconoscimento è meglio riceverlo che strapparlo con forza.

Video integrale dell'intervento di Eco