Monthly Archives: maggio 2015

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Music taste: Punk Ipa

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Si iniziò a parlare per la prima volta di IPA (Indian Pale Ale) in Inghilterra nei primi decenni del 1800.

“Pale Ale” in quanto birra fermentata mediante l’utilizzo di lieviti ad alta fermentazione, “Indian” poiché al tempo questo tipo di prodotto era principalmente destinato all’esportazione in India per il consumo dei sudditi inglesi.
Fu proprio la necessità di creare un prodotto che si conservasse bene anche durante i lunghi viaggi d’esportazione che determinò il carattere fortemente amaro e intenso di questo stile birraio, infatti un impiego marcato del luppolo (il più delle volte mediante la tecnica conosciuta come Dry Hopping), che contiene sostanze acide antiossidanti, permetteva e permette tutt’ora di ottenere un prodotto avente una maggior stabilità chimica.

Stiamo parlando di una birra sincera, che non inganna il consumatore.
Ha infatti un sapore intenso e deciso che non ammette mezze misure, che non illude, che non si confonde con altri stili birrai che comunque ad esso si sono ispirati.
Prendiamo ad esempio la Punk Ipa del birrificio scozzese Brewdog: un prodotto che in pochi anni è riuscito a conquistare un vastissimo mercato, nonché a divenire la birra più venduta del giovane birrificio britannico nato nel 2007.

Ricordo benissimo la prima volta che ho assaggiato questa birra: era un venerdì sera, mi trovavo in un pub ed era tutto il giorno che la voglia di bere una buona IPA mi stuzzicava.
Il barista mi disse che aveva una nuova birra e me la presentò con testuali parole: “è un’Indian Pale Ale estremizzata, ribelle come l’essenza del Punk”.
Mi convinse subito.
Mi misi comodo e iniziai a sorseggiare la Punk Ipa, Degustandola spronfondato in una poltrona Vintage anni ’50 mentre la radio trasmetteva il brano “Vision of your reality” degli Ultimate Spinach, gruppo nato a Boston negli anni settanta esponente di un sottogenere dell’Acid Rock Californiano: il Bosstown Sound.
I loro pezzi sono tutti caratterizzati da un accentuassimo carattere psichedelico che libera la mente dell’ascoltatore. I magici arpeggi di Ian Bruce-Douglas e le inebrianti e decise note luppolate della Punk Ipa mi estraniarono subito da tutto ciò che mi circondava.

Assaggiai nuovamente il cavallo di battaglia della BrewDog in un contesto totalmente differente.
Un limpido pomeriggio di maggio, sdraiato in un prato ai lati del Lungadige accompagnato dal consueto binomio musica-Punk Ipa.
L’arredamento vintage del pub stavolta era sostituito dal contesto naturale delle rive dell’Adige. Potendo decidere cosa ascoltare scelsi l’album “Return to paradise” di Monster Rally, giovane musicista nativo di Cleveland. Quest’album che rientra nel genere musicale del Tropical Pop è un’esplosione di natura e colori. Riesce ad elevarti in una sorta di limbo , lontano dalla frenesia, i rumori e il caos della città.
E’ una testimonianza della possibile compenetrazione tra musica e natura. “Return to paradise” esprime convinte sensazioni di pace e trasporta la mente dell’ascoltatore verso luoghi incontaminati e tropicali.

Queste sensazioni descritte si combinavano con i risvolti sensoriali dovuti alle delicate note di agrumi e frutti gialli seguiti dal deciso carattere amaro dovuto appunto dall’intensa luppolatura della birra.
La Punk IPA e molte Indian pale ale sono dei prodotti estremamente versatili che godono di una complessa semplicità.
Riescono infatti ad incoronare momenti di per sè memorabili o a valorizzare momenti di ordinaria quotidianità.

Cheers

 

di Andrea Tomasi

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Dal taccuino di Bolzano

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PASSI VERONESI

Salita Monte Grappa… nome che al risveglio mi dà un’imprevista energia. Ignoro i
malori della notte brava, abbandono casa e amici. Ho voglia di camminare.
Il cancello alle spalle, la strada davanti. Un timido tepore di quasi primavera
m’investe, dolce; ascolto il venticello inoffensivo lambire l’asfalto e spegnersi silenzioso;
lento respiro a fondo. Guardo gli alberi: non ci sono fiori, è ancora presto; ma c’è oggi
nell’aria proprio un bel colore.
Cammino cammino, la salita è gentile. Al ciglio le case dei signori, abbandonate
all’immobile manto polveroso; case più umili poi, di fianco gli orti, qua e là attrezzi poggiati
agli alberi da frutto: miracoli i rami loro punteggiati di ansiosi boccioli.
Nel guardare al di là delle recinzioni persevero, immagino bambini, guance rosse e
mani sporche di marachella popolare quegli spazi, correre sui prati a ginocchia verdi
schernendo assai furbe sorelline; mi appello alla fantasia e calo la scena in un
mezzogiorno di tanti anni fa: nell’aria un materno odore di cucina, cibi grassi, dall’alto il
canto italiano del giradischi…
M’arresto, torno indietro: a Right tutto questo piacerà. Lo sveglio. Stordito e stanco
decide di seguirmi; ripercorriamo i miei passi, guardiamo la città dall’alto: belli i quartieri
bassi, i campanili, i ponti, brutti invece i palazzoni alti altissimi: infrangono la sobrietà
minuta del costruito scaligero.
Continuiamo per strade nuove, inoltrandoci via via, a noi sembra, in un’altra epoca.
Viuzze di ciottoli, muri in pietra, l’odorosa campagna, i sentieri sbiaditi, le alture contadine.
La terra. Il verde buono.
Una scaletta scavata dall’edera ci porta in piano. Sgraniamo gli occhi: dinanzi a noi
un colossale blocco architettonico, disorientato scoglio di collina. Forte Sofia, ci dice una
cortese passante. Lo sguardo buio delle feritoie è esigenza di ripartire.

Avanti, lieve pendio, su strade sempre più lontane dai giorni nostri. Right racconta:
da bambino lo svegliavano all’alba per andare a mungere le mucche, sistemare il fieno, e
lui cadeva infine gioioso nel letame. Improvviso saggezza, custodisci questi ricordi con
gelosia gli dico.
Un alto ed esteso muro a difesa di qualche rurale mistero ci fa da direttrice;
procediamo calciando i sassi, le parole abbondano umili, il paesaggio racconta se stesso;
imbocchiamo una viuzza, stretta gola costeggiata dal filo spinato. Silenzio, fogliame e
ombra. Il fruscio del nostro andare è l’unico suono umano. In lontananza un cancelletto
spalancato ci rincuora, oltre ad esso il riso azzurro azzurro del cielo.
Passo dopo passo, un’inconsapevole grazia ci conduce al Santuario della Madonna
di Lourdes. Il piazzale è vuoto, quiete, una sensazione di vicinanza ad un’altezza divina e
profana assieme.
Sediamo: l’ampio cornicione ci proietta dall’alto su Verona tutta…