Monthly Archives: marzo 2015

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Vizio di forma, sotto l’effetto delle soft drugs

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La regia di Paul Thomas Anderson realizza un film “stupefacente”, in tutte le sfumature del termine.

Dopo Il Petroliere The Master continua la provocatoria analisi del regista riguardo la crescita della nazione americana durante il ventesimo secolo.
Questa volta la vicenda è ambientata nei primi anni ’70, durante il declino hippie, la disillusione dell’era dell’Acquario, il contrasto con l’istituzione (emblematica la contrapposizione tra la figura di Sportello e quella di Bigfoot) e la caduta degli ultimi, ancora storditi, sognatori.

Una delle tante interpretazioni date al titolo si riferisce proprio a questo vizio intrinseco, questo lento ma inesorabile deterioramento della società provocato dall’instabilità degli stessi componenti che ne fanno parte.
Difetto ignorato da molti, cavalcato da tanti.

Joaquin Phoenix si conferma uno degli attori più in forma degli ultimi tempi, grazie ad una prova molto impegnativa e per niente scontata che lo vede costantemente in scena: il suo Doc Sportello incarna uno stravagante incontro tra la filosofia di Lebowski e gli abiti di Neil Young, per uno dei personaggi forse più riusciti dell’ultimo decennio cinematografico.

Altrettanto si può dire dei “conservatori” californiani magistralmente interpretati da Josh Brolin e Reese Witherspoon.
Il primo entra costantemente in conflitto con il protagonista tra dialoghi formidabili e provocazioni, culminanti in un insolito rapporto di rispetto; la seconda invece sottolinea la distanza sociale nell’intermittente rapporto amoroso tra il suo personaggio e quello di Phoenix, sorprendendo positivamente il regista stesso che più volte è stato tentato di cambiare la sceneggiatura al fine di coinvolgere maggiormente l’attrice nella storia (la Witherspoon ha girato infatti in soli 4 giorni tutte le sue scene).

Nota di merito va data anche all’ intrigante e sexy Shasta Fay Hepworth, ovvero a Katherine Waterston, ago della bilancia di tutta la narrazione (ammesso che una “bilancia” o una parvenza di equilibrio esistano davvero in questo film), la quale ha vinto la concorrenza di Charlize Theron per la parte: fenomenale il piano fisso tra lei e Doc nel divano.

Da segnalare anche la performance di Owen Wilson con un personaggio emblematico e dinamico, che confonde ma diverte grazie alle frequenti apparizioni nonsense nelle circostanze più assurde.

La miscela di tutti questi ingredienti e particolarità ci conduce verso una sorta di nuovo “Mulholland drive”, un film ricco di significati velati racchiusi in vari livelli d’interpretazione.

Durante e dopo la visione infatti lo spettatore è ammaliato da un trip straniante, allucinogeno.

Si ha l’impressione di aver assistito alla parodia di un noir sotto l’effetto di svariate droghe leggere, di aver visto tutto quanto dalla prospettiva del detective “fattone”: anche se si prova a stare dietro alla pellicola, ai dialoghi, ai colpi di scena, alle sfumature (tante), si finisce per perdersi nel caldo labirinto comico/amaro tessuto da Anderson.
La sensazione è che una storia di fondo effettivamente ci sia e si muova secondo un concreta disposizione logica e cronologica.
Ma questa parvenza di ordine non è colta dal protagonista, il quale prende tutto un pò così come viene e di conseguenza costringe lo spettatore a fare lo stesso.

Almeno una seconda visione è d’obbligo per cogliere la vera essenza dell’ “Inherent vice”.
Tequila zombie per tutti.

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Sentieri di Guerra

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Una breve notifica su un evento molto interessante già in corso e che si protrarrà fino a domenica 31 maggio. A Padova presso Palazzo del Monte di Pietà è stata allestita una fantastica mostra sulla fotografia di guerra, si passa da Robert Capa a Philip Jones Griffiths, da Henri Cartier-Bresson a Ernst Haas; i più grandi fotografi del ‘900 ci conducono tra le trincee, ci portano sui campi di battaglia per mostrarci gli orrori e i disastri causati dai più notori scontri bellici.

La loro arma? Una semplice macchina fotografica sempre al collo per documentare con straordinaria  umanità la follia e l’inutilità della guerra che in ogni parte del mondo, sia essa il Vietnam, il Pacifico, l’Europa o il Medio Oriente apre brecce incurabili nei popoli e nelle memorie dei sopravvissuti.

Non credo che di fronte a queste immagini si possa rimanere inerti o indifferenti nonostante non ci si stupisca più dinnanzi alle continue e quotidiane violenze che imperversano su sempre più fronti geografici. Ancora una volta l’arma della cultura e l’arte nelle sue diverse forme si confermano l’unico canale per raggiungere la nostra sensibilità e permetterci di non perderci nell’oblio giornaliero grazie a riflessioni critiche e obiettive.

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Robert Capa, osservando una battaglia aerea sopra Barcellona, 1939

Il prezzo di ingresso è modesto e dovrebbe aggirarsi intorno agli 11 € con la possibilità di riduzioni e convenzioni per studenti universitari, famiglie o gruppi organizzati. Prossimamente cercheremo di pubblicizzare altri eventi nella città di Padova in modo da poter visitare la mostra e magari, sfruttando l’occasione, affiancare ad una visita culturale una serata di musica o altre attrazioni.

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Emaar: Flower Of Heaven

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Tinariwen è un collettivo di artisti nomadi del Mali, gruppo Tishoumaren (così si chiama la musica tradizionale delle popolazioni nomade del Nord Africa) con notevoli sfumature blues rock. Dopo aver già realizzato quattro album, prodotti tra il 1982 e il 2011, pubblicano ora Emaar; composta di 11 pezzi, questa nuova opera conferma la purezza della loro musica: le voci profonde e intense affiancate da cori e chitarre si intrecciano creando atmosfere misteriose, quasi “mantriche”Si passa da tracce più riflessive come Sendad Eghlalan, a canti più dolci e ritmati quali Emajer o Aghregh Medin.

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Tra i membri di Tinariwen, letteralmente “deserti”, troviamo un certo Bombino, chitarrista e cantante che non è sfuggito al grande ed eclettico Dan Auerbach, frontman dei Black Keys e produttore discografico in proprio, il quale lo ha subito arruolato per espandere gli orizzonti del blues  e permettere l’incontro di due culture musicali agli antipodi; il risultato è stato eccezionale, l’album di debutto ha riscontrato giudizi e pareri molto positivi da parte di diversi giornali e forum specializzati nella valorizzazione di questi veri artisti (si veda Anti).

Anche in Italia ci si è impegnati più volte per far sì che dal Mali questi tuareg potessero suonare a Roma, Milano, Ravenna, Torino…nell’attesa di future date o eventi perdiamoci negli scenari che ci evocano e negli inni che ci recitano con un piccolo estratto.

 

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Verdena @ Rivolta, Marghera

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Verdena live C.S.O. Rivolta, Marghera

Sabato 28 febbraio. Torna on stage al Rivolta, centro sociale di Marghera (VE), il trio più
talentuoso dell’underground italiano, alias i Verdena, per la seconda data dell’ “Endkadenz Vol.1 Tour”.
Il nuovo album si compone come il precedente lavoro “Wow” di due volumi, a sottolineare la prolificità ormai riconosciuta ai tre di Albino, ma questa volta è stato diviso anche a livello temporale con due date di pubblicazione, 27 gennaio il primo e in estate il secondo, per volere dei piani alti Universal.

Il risultato tangibile è il frutto di una composizione iniziale d’insieme (“un anno di jam in cui suonavamo a caso dalle sette alle dodici ore al giorno”) che portava ad un numero eccessivo di tratti musicali, i quali venivano pian piano scremati e analizzati dalla supervisione cervellotica, a tratti ossessiva, di Alberto, fino alla definitiva track list.
Il tutto doveva mantenere una coerenza di fondo, un’ indole terrena nel prodotto finale…quale migliore prova allora se non il palco?

Ad aprire il concerto ci sono i Jennifer Gentle, prima band italiana sotto l’etichetta Sub Pop Records di Seattle, gruppo spalla fisso per tutta la tournèe.
Marco Fasolo & Co. si esibiscono per un’oretta circa tra sonorità un po’confuse (colpa più loro o del fonico?), le solite voci stralunate e parti strumentali varie e dinamiche, mostrando la loro indubbia attitudine alla scena e scaldando al punto giusto i fans per l’ingresso dei colleghi e amici lombardi.

Poi arriva il momento, sai che tra poco, pochissimo tocca a loro, lo percepisci. Eccoli.

Salgono sul palco, in silenzio, con la musica di sottofondo/pre-concerto ancora troppo alta e invadente, tutte le luci ancora accese, il pubblico che ancora rumoreggia quasi indifferente, nulla che rientri nei canonici riti di apertura di un live.

Tutto perfettamente nel loro stile.

In un attimo, dopo il boato rivelatore, si entra nel loro mondo. Ho una fissa.
Il riff iniziale del brano è una scossa sentimentale che trascina gli ascoltatori in due ore di totale immersione, a tratti ipnotica: tra una pezzo e l’altro si frappone solo qualche fugace “grazie” di Roberta, un’unica frase di senso compiuto “oggi ce l’ha col rullo” rivolta da Alberto al fratello, giusto cinque minuti di pausa fuori palco; tutto quello che sta nel mezzo è una costante sovrapposizione di elettrico ed acustico, versi epilettici, chitarroni distorti, voci sognanti.

L’elemento che colpisce di più non è la fedeltà della performance rispetto al lavoro in studio, ma piuttosto la sua manifesta superiorità, per un album realizzato a detta del trio stesso per esser suonato live, nonostante il meticoloso lavoro di sovraincisione e perfezionamento all’interno dell’ Henhouse (“il pollaio” restaurato nel loro personalissimo studio di registrazione).

Una dopo l’altra ripropongono le tracce del nuovo lavoro, con la giusta miscela di vecchi brani che ancora si divertono a suonare.
Dopo l’opening si giocano subito la carta del singolo catchy Un po’ esageri, che singolo non è se si conosce almeno un po’ l’essenza del Vol.1 e della band in generale, ma resta un piccolo capolavoro pop-rock di chitarre ben addomesticate e di versi che si adagiano magistralmente alle ritmiche.
Si passa da Sci desertico tra falsetti e motivetti “esotici”, al piano acustico di Diluvio, novità che stacca dal piano elettrico protagonista in “Wow”, segue il modulato da cardiopalma di Derek, l’ispanica Contro la ragione, spia dell’ispirazione battistiana e la ballad tersa, trasparente come il Nevischio.

Tra queste s’insinuano i pezzi storici, definibili come tali più per la venerazione di cui sono oggetto appena vengono accennate le prime note che per l’effettivo trascorso nel tempo: spiccano Loniterp, Canos, Angie, Viba, Luna, Don Calisto…

Alberto non sbaglia mezza nota, versatile, forse un po’ incazzato ma puntuale e attento a non tralasciare il minimo singulto registrato in studio, Luca trasuda la solita energia e fisicità, picchiando come un dannato e Roberta, impeccabile e impassibile, scuote a tempo la chioma luminosa (ormai un’icona).
Il buon Giuseppe Chiara, turnista scelto attraverso un annuncio sotto pseudonimo di Roberta (si, è anche la manager della band), compie il suo dovere. E intanto sono passate due ore, intense.

Fanalino di coda ci accompagna la malinconica Funeralus, epilogo fatto di passaggi uggiosi e vocalità oniriche, chiusura a dir poco azzeccata del Vol.1 e del concerto.

Che dire ancora?
Gli album dei Verdena rappresentano da anni forse la speranza più viva e concreta della scena musicale alternativa italiana, ma di sicuro i loro live sono già una consolidata certezza.