Monthly Archives: febbraio 2015

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Una notte come tante

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Una notte come tante, tra il letto e la cucina, svegliarsi.

Ma non accompagnato da sbadigli e sospiri, dopo intensi minuti di conquista dello spazio circostante.

Quella notte mi svegliai per davvero, aprendo per pochi ma letali istanti i miei occhi su tutto, sopraffatto dalla forte sensazione che fosse tardi.

Mi alzai, credo, avanzando tentoni nell’oscurità. La polvere si liberava nell’aria, non la vedevo ma la percepivo; subito mi sorprese l’incertezza dei miei movimenti e la paradossale lucidità con cui la mia mente cominciò a lavorare, sottile. Le armi quotidiane celebravano riti in un loop che in quel momento sentivo, stranamente, lontano…per la prima volta estraneo alla mia passiva e fugace analisi.

Avanzai lentissimo. Ma riflettevo in ciò che scoprivo davanti ai miei occhi.

Lungo il corridoio mi appoggiai ai mobili, alla pareti, alle foto appese: ritratti, ricordi, che mi conducevano nel passato come piccole e timide luci riflettendo lievemente i raggi lunari; incalzavano così una catena di immagini, sbiadite, che nel giro di poco si concretizzarono nitidamente… “però, alla fine non sono diventato un famoso aviatore o pilota di chissà quale aggeggio volante!” (si, insomma di un macchinario con le eliche o le ali meccaniche che facesse un rumore importante, meglio se fastidioso) NO! …e non avevo nemmeno mai scalato il K2, per essere proprio proprio fedeli al disegno dovevo scalarlo in pantofole e pigiama, giusto una sciarpetta…(beh alla fine era un mio sogno, e si sogna dormendo, l’abbigliamento c’era tutto)”

Sollevai gli occhi al soffitto con un sorriso amaro, scemo.

Proseguii superando il bagno, cominciando a sentire il ticchettio rilassante della pioggia estiva, ma in quel momento non riuscivo a godermela.

Ciò che mi angosciava mentre ripercorrevo tutti questi ricordi era il fatto che non mi fossi mai reso conto di questo funesto passaggio: dalla totale certezza e convinzione di poter concretizzare quei disegni alla sconfortante rinuncia, o meglio ancora la metabolizzavo solo in quel momento, e devo dire che lo facevo con toccante malinconia.

Sprofondai in un attimo nello sconforto.
Ma quante volte ancora dovrò togliere le scarpe, la sera, slacciando la mia indifferenza dagli impulsi vitali?
quante ancora a sciacquare quei maledetti piatti, a sistemare l’orologio, a riorganizzare gli alibi di una evidente realtà, troppo vera, velatamente dolorosa?

Alla fine era solo una notte come tante mi dissi, forse addirittura troppe così. Forse addirittura inquietante.

Anestetizzato dai flussi di coscienza ero ormai giunto al salotto.
Presi il latte dal frigo e mi sedetti sul bracciolo del divano in pelle chiara, in una posizione strategicamente studiata per scorgere la stradina
sottostante attraverso gli spiragli caldi delle finestre.

La pioggia cominciava ad aumentare in un crescendo di rintocchi, poco pazienti nell’aspettarsi l’un l’altro; come piccoli omini in fila si seguivano, si spingevano e si scontravano con la superficie solida degli esterni.
Vidi qualcuno camminare di sotto adagio adagio, un vecchio forse? Sfidava sfacciato quel tempaccio, avanzando sempre più sicuro passo dopo passo, mantenendo però quell’aura di serenità incontrastabile ed incontrastata. Aprì e richiusi gli occhi più volte incredulo.
Ero in qualche modo turbato da quella presenza, mi agitava e iniziavo a sudare dalle tempie. Il respiro si faceva affannoso e quasi tremavo.
Assieme al sudore mi percorreva un’angoscia prepotente, probabilmente causata dall’invidia nei confronti di quella insolita presenza e ripresi a pensare, con i miei pensieri scanditi dal ritmo naturale della pioggia.
Il vecchio non si voltava, “perché non si voltava? anzi perché avrebbe dovuto voltarsi? per dio voltati maledetto! Sono qui! Spiegami come fai e perché lo fai!” non si voltò e sparì nell’oscurità, nella mia oscurità.
Stavo male e questa volta tremavo per davvero.

Mi prese, vigliacco, il senso di colpa, ma senso di colpa per cosa? per tutto, per me, per lei, per i miei, per quell’esame, per quel colloquio, per quell’incidente, per quel tradimento, per quell’offesa, per quel silenzio.
Silenzio.

Mi ritrovai disteso faccia all’insù, scaraventato sul divano.
Piangevo, bocca aperta e occhi al lampadario.
Fulmini e spasmi, tuoni e urla, e poi nulla.

Realizzare, la notte, che la mia speranza era già la mia morte, che la mia illusione era già la mia delusione, che il mio domani era già il mio ieri, da tanto, da sempre.

Era molto più, molto più che una notte come tante.

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Per la 4a volta “Canonero touch”

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Quest’anno l’unica gioia italiana al Dolby Theatre è arrivata grazie alla costumista Milena Canonero, per gli abiti del caleidoscopico “Grand Budapest Hotel”.

L’artista dopo la nona candidatura dell’Academy (record italiano) ha così conquistato la sua quarta statuetta; oltre a quella conseguita quest’anno infatti aveva già centrato l’obiettivo per i costumi di “Barry Lyndon” di Stanley Kubrick nel 1976, “Momenti di gloria” di Hugh Hudson nel 1982 e “Marie Antoinette” di Sofia Coppola nel 2007.

L’Italia si riaffaccia così timidamente sul prestigioso palcoscenico hollywoodiano dopo l’exploit sorrentiniano dello scorso anno,  anche se definire una soddisfazione tutta italiana quella della Canonero è forse un eufemismo: infatti la giovane Milena fuggiva dal Bel Paese a metà degli anni  ‘60, poco più che ventenne, dopo aver completato gli studi di storia ed arte del costume a Genova, per stabilirsi a Londra, prima vera rampa di lancio verso il successo.

Da qui l’incontro con Kubrick e le prime collaborazioni in film che hanno fatto la storia quali “Arancia Meccanica” (dove realizza le storiche divise dei Drughi), “Barry Lyndon”, “Shining”; lavora poi con Francis Ford Coppola in “Cotton Club” e ne “Il Padrino-Parte III”, con Sydney Pollack “La mia Africa” e Warren Beatty “Dick Tracy”; diventa una vera e propria istituzione per il cinema americano e internazionale grazie al “Canonero touch”.

Affermata come una delle migliori professioniste al mondo nel suo campo ha più volte dichiarato di aver ricevuto il dono più grande da tutti i registi e sceneggiatori con cui ha collaborato: la libertà, la stessa che le ha permesso di costruirsi un percorso fatto di scelte coraggiose e individuali, costellato di grandi successi.

Per l’ultima pellicola di Wes Anderson ha ammesso di essersi ispirata alla pittura di Gustav Klimt, immaginando la  protagonista, l’anziana milionaria interpretata da Tilda Swinton, come una sorta di Peggy Guggenheim e reinterpretando i costumi anni ‘30 del personale dell’hotel con una gamma di colori originale ed inconsueta.

I grandi rimpianti della sua carriera sono quelli di aver rifiutato l’offerta di George Lucas per “Guerre Stellari”(sfinita al tempo dalle riprese di “Barry Lyndon”) e non aver potuto vestire Steve Jobs, suo eroe personale del quale ammirava il minimalismo pazzesco nel vestire.

Ma di fronte ad una carriera del genere si può pure dire che siano poca roba.

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Birdman a colpi di jazz drums

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“And the Oscar 2015 goes to…Birdman! Ok ok, but what about the soundtrack?”

Il neovincitore dell’Oscar come miglior film Birdman pare aver soddisfatto le aspettative, grazie in particolare alla brillante regia di Inarritu e alle varie chiavi di lettura che quest’ultimo è riuscito a condensare nella pellicola.
Una di queste è l’eccentrica colonna sonora, la quale ha fatto discutere e ha diviso la critica a causa della sua mancata candidatura (nonostante la vittoria del Soundtrack Stars Award alla Mostra del Cinema di Venezia).

Costruita attorno un incessante suono di batteria, che accompagna le scene e il loro andamento accelerando o rallentando il ritmo, è suonata dal batterista jazz Antonio Sanchez e ha richiesto una stretta collaborazione con il regista messicano: mentre Inarritu leggeva e spiegava i vari passaggi, Sanchez si lasciava andare al suo strumento cercando la totale immedesimazione nella scena.
Il risultato è una trascinante improvvisazione realizzata con tamburi non accordati o modificati per ottenere dissonanze, in totale “sintonia” con la trama e la recitazione.

Imprevedibile, stordente, onirica, claustrofobica, lunatica riesce a coinvolgere lo spettatore fino a concretizzarsi in un personaggio vero e proprio della narrazione.
A tal fine sono stati studiati effetti per dare l’impressione del suono in avvicinamento e poi in allontanamento durante lo spostamento della cinepresa nel suo piano sequenza.

Ad amplificare il tutto in due scene è addirittura visibile un batterista (no, non è purtroppo Sanchez non disponibile al momento delle riprese).

Il prodotto finale ha posto da una parte la comunità jazzistica che sostiene la qualità e la validità di un assolo di batteria come sfondo sonoro, dall’altra i sentimentalisti attaccati alle più classiche melodie immediate ed evocatrici.
La stessa Academy Motion Picture Arts and Sciences – l’ente che da sempre assegna i premi Oscar – non ha incluso il lavoro tra le migliori colonne sonore originali in gara.
Il motivo? La presenza al suo interno di altri brani di repertorio: la Pavana di Ravel, la 9a sinfonia di Mahler e la 5a e la 4a di Ciaikovskij e altro ancora.
Una presenza troppo invadente per l’Academy secondo i principi riguardo l’assegnazione del premio.

Paradossale è l’esclusione dalla competizione di una delle idee cinematografiche più originali degli ultimi anni a causa della sua “non-originalità”. C’est la vie.

Treno

Sulle rotaie

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In treno, viaggiando.

Guardi fuori, ma subito incroci lo sguardo del tuo vicino, seduto nel rinomato posto accanto al finestrino.
Pare che lo fissi da ore.
Guardi diritto davanti a te, ma anche in questo caso incroci lo sguardo imbarazzato di chi ti siede di fronte.
Guardi il soffitto, in perfetto stile “ascensore affollato”, oppure guardi per terra, ma l’ascensore dura non più di qualche secondo, in treno è diverso e non resisti tutto il tempo così. L’imbarazzo persiste.

Metti su le cuffiette, attacchi la musica, bene: ora ricadi nel luogo comune del giovane isolato dal mondo, incapace di staccarsi dalle tecnologie per troppo tempo.
Per un po’ te ne freghi, giustamente.
Ma se non è la giornata giusta perfino la musica dopo un po’ ti stanca, al punto quasi da imbarazzarti, di nuovo.
Togli le cuffiette.
Ci sono due simpatiche signore sedute nei sedili a fianco, parlano , ad alta voce ovviamente.
I loro discorsi passano dagli impegni settimanali dei loro splendidi pargoli alle lamentele riguardo l’educazione che ricevono dai rispettivi professori, dalla giacca in lino vista nel negozio del cognato alla morale sull’elemosina ai barboni. Modelli di vita.
Senti un prurito interiore.

Rimetti le cuffie nella speranza di prendere sonno, magari.
Forse dormire è l’unica vera soluzione, insomma non accorgersi dell’intero viaggio, percorrere il tragitto passivamente e risvegliarsi giunti alla fine, destinazione raggiunta.
Ci rifletti, preso dalla cosa.

Ma mentre provi a lasciarti andare ti urtano con un bagaglio a mano e ti passa il colpo di sonno.
Infastidito torni a sedere dritto.
L’occhio ricade sul finestrino accanto, ma, fatalità, incroci lo sguardo del tuo vicino altrettanto turbato per la tua persistenza nel fissarlo.

Sì, è dura viaggiare in treno, o meglio imparare a viaggiare in treno.

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Mac DeMarco e un nuovo orizzonte…

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Mi sono da poco imbattuto nella musica di questo ragazzo, musica fortemente caratterizzata da suoni e motivetti dolci e spensierati, ma non per questo banale. Mac DeMarco cerca di sintetizzare influenze post-rock psichedeliche con nuove prospettive elettroniche utilizzando come canale la sua voce leggera e talvolta, a parere di alcuni, un po’ frivola. Al primo ascolto, soprattutto del suo ultimo Salad Days, ho subito pensato a Damon Albarn ma anche a gruppi più “floreali” come Tame Impala o Temples, la musica, pur ereditando molto dal passato, si rinnova mostrando tutto il potenziale del giovane Mac, polistrumentista un po’ folle ed eccentrico…ma probabilmente senza un pizzico di fantasia e genialità non sarebbe questo il nostro mondo!

Mac DeMarco presso la nota KEXP di Seattle. 

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Earl Sweatshirt, no way!

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Earl Boy ad appena ventun anni ha già conquistato la scena hip hop di L.A., e non solo.

In collaborazione con Budgie e Samiyam ha appena finito di lavorare a nuovo singolo “frizzante” e con alcune sfumature jazz-fusion, che dimostrano la duttilità e la capacità di sperimentare di questo giovane artista.

 

https://soundcloud.com/important_man464/sweatshirt-budgie-samiyam-questpower

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La mia malinconia è tutta colpa tua

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Thegiornalisti

Band romanaderoma fortemente influenzata dalla cultura italiana anni ’80, da Dalla a Venditti, da Califano agli Stadio, passando per le tematiche ed i personaggi del primo Verdone (“Borotalco” e “Acqua e sapone”).

I protagonisti dei loro pezzi rispecchiano la loro condizione esistenziale, ansiosa e velatamente (ma neanche troppo) malinconica: di tutti quelli che si sentono un po’ sfigati e sono alla costante ricerca del riscatto, ma finiscono così per uscire dalla loro reale persona e falliscono inesorabilmente.

L’ultimo lavoro “Fuoricampo” propone dieci pezzi indie pop dall’attitudine cantautoriale che si lasciano ascoltare e cantare, permettendo anche più di qualche riflessione grazie alla scrittura schietta e spiazzante di Tommaso Paradiso.
Si parla di dipendenza dalle piccole cose quotidiane, di modernità e attualità, di problemi trattati con apparente superficialità ma nascosti costantemente dietro una ironica tristezza di fondo.

Il loro obiettivo per il futuro è lasciare il segno nella storia della musica italiana.

Cliccare per credere.

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Afterwards

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AFTERWARDS

Giovanissima band Vicentina nata agli albori del 2013, muove i primi passi con una formazione “Power trio” (classicissimi batteria, basso, chitarra), mirando fin da subito alla ricerca di un sound diretto ed orecchiabile, fortemente segnato dall’indie rock britannico degli anni ‘00 .
Nel dicembre dello stesso anno, dopo l’ampliamento della formazione con l’aggiunta di una seconda chitarra (Federico) e la possibilità di colorire maggiormente le linee vocali, gli Afterwards presentano il loro disco/Ep d‘esordio da 7 tracce intitolato “12|12-twelve.twelve”, in riferimento alla data del primo ritrovo in “garage” dei tre.
Il lavoro riassume fedelmente le tendenze iniziali della band, l’immediatezza di testi e arrangiamenti convive con una sana sporcizia che a tratti richiama la Seattle dei tempi d’oro, specie nelle parti strumentali, e allo stesso tempo strizza l’occhio allo stile “Dohertyano”.
Dopo aver riscosso un discreto successo con una cinquantina di concerti nel nord-est e soprattutto dopo aver conquistato un primo livello di maturità attraverso le varie esperienze, la band ad agosto 2014 si ritira all’Hate Studio per un nuovo Ep di 4 tracce prodotto da Maurizio Baggio (il quale vanta collaborazioni con The Soft moon, Sun eats hours, Rezophonic, New ivory).
Al termine delle registrazioni, a ottobre, avviene un altro cambio di formazione, il batterista Jody abbandona per dedicarsi ad altri progetti e viene sostituito da Michele.
La band raggiunge così la sua formazione attuale e definitiva:

Lorenzo: voce-chitarra
Federico: chitarra-voce
Carlo: basso-voce
Michele: batteria

Raggiunta la stabilità proseguono con alcune date nel periodo autunno/inverno con qualche anticipazione del secondo lavoro in studio “RAGE”.
L’ultima fatica si presenta come un’opera più matura e consapevole, oltre che nell’approccio musicale anche nelle tematiche trattate all’interno dei 4 brani, molto coerenti tra loro e fedeli all’impronta data dal titolo.
Il nuovo mood, caratterizzato da parti strumentali approfondite e voci eteree è influenzato principalmente da gruppi quali Foals, The 1975, dalla scena new wave/new shoegaze americana (Captured Tracks) e tutto il panorama underground inglese: Jaws, Circa Waves, Wolf Alice, Dumb.
“RAGE” uscirà nel marzo 2015, attendiamo.